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Dopo 60 anni la "baracca" di don Gnocchi vive più che mai

27/02/2016  Con la Messa celebrata dall'arcivescovo di Milano Angelo Scola sono iniziate le celebrazioni per ricordare il santo morto nel 1956 che ha dedicato la vita alle sofferenze dei bambini. Oggi la sua Fondazione conta 29 centri e una trentina di ambulatori per disabili, affetti da Alzheimer e sindromi rare, anziani e malati terminali.

Questa mattina l'arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola ha celebrato una Messa solenne al Santuario intitolato a don Carlo Gnocchi, mentre domani, a 60 anni dalla sua morte (28 febbraio 1956), un’altra Liturgia sarà presieduta dal vescovo emerito di Lodi Giuseppe Merisi. Il Santuario, dove il corpo del “papà dei mutilatini” venne traslato nel 2009 in occasione della beatificazione, è una delle Porte Sante della Diocesi di Milano.

«Indica un modo di vivere la misericordia praticando la carità», spiega monsignor Angelo Bazzari (nella foto), presidente della Fondazione nata quando don Gnocchi, sentendo che la morte si avvicinava, affidò le sue opere agli amici: «Amis, ve raccomandi la baracca…». La città ambrosiana è profondamente legata alla sua memoria: «È stato – dice Bazzari – uno dei grandi “santi sociali” degli ultimi due secoli, da don Guanella e Giuseppe Cafasso a don Orione, che senza lauree in tasca hanno dato vita a opere di misericordia». 

 “Carletto”, nato in provincia di Lodi, viene ordinato nel 1925 e svolge i primi anni di sacerdozio a Cernusco sul Naviglio e nella popolosa parrocchia milanese di San Pietro in Sala, finché diviene direttore spirituale al prestigioso liceo cattolico Gonzaga. Il suo apostolato era sempre rivolto ai giovani, alternando la riflessione pedagogica (il libro “Educazione del cuore”) alla prassi fatta di battaglie a palle di neve e visite nelle case dei più poveri. «È però con la devastazione della Seconda guerra mondiale – dice monsignor Bazzari – che avviene la svolta di don Carlo. In Albania, Grecia e Montenegro affrontò, malgrado la salute cagionevole, marce e fatiche confessando, predicando coraggiosamente e con zelo: divenne il miglior amico dei soldati, il padre a cui appoggiarsi e riferire le proprie paure».

Poi ci fu la Campagna di Russia, quando partirono 68mila alpini italiani e ne tornarono solo 12mila, dopo una marcia di 400 chilometri di steppa gelata, con 70 centimetri di neve e 40 gradi sotto zero.  Da qui nasce l’attenzione di don Gnocchi agli orfani di guerra, che su questo tema lo porterà a diventare un riferimento nel Dopoguerra sia per lo Stato che per la Chiesa. Nei giorni della disfatta, infatti, lo chiamò un moribondo: «Il mio bambino… Lo raccomando a lei, signor cappellano». «Stai tranquillo, ci penserò io». Fu come un giuramento: «Don Carlo ebbe in quel momento la percezione netta che era chiamato a scoprire Cristo in ogni uomo percosso dalla sofferenza», racconta Bazzari. Tornato a casa con un taccuino zeppo di indirizzi, prese a distribuire ciò che aveva salvato dalla Russia: vecchie catenine, anelli, qualche lettera… Consegnava quei poveri ricordi e chiedeva: «Posso fare qualche cosa per voi?». Intanto, don Gnocchi si impegna per salvare alcuni ebrei dalla persecuzione nazifascista, appoggia i partigiani e, quando viene arrestato dalle SS con l’accusa di spionaggio e di attività contro il regime, è liberato solo grazie all’intervento del cardinale Schuster. Lo ricorda il libro di Daniele Corbetta “Ribelle per amore. Don Gnocchi nella Resistenza”, appena pubblicato in occasione dell’anniversario della morte.

Nel Dopoguerra, accanto agli orfani, i mutilati erano l’altra grande conseguenza della guerra. Paolo Balducci, otto anni, fu il primo mutilatino accolto da don Gnocchi. Al tramonto, una giovane donna dal volto consumato consegnò a don Carlo il suo bambino, tutto spaventato, che si reggeva malamente sulle stampelle. «È stato lo scoppio di una bomba, padre», gli spiegò piangendo, «se ne è andata la gamba. Ho speso tutto tra medici, operazioni, specialisti. Ora non ho più niente, è due giorni che non mangiamo. Non ce la faccio più. Me lo prende lei, padre, il bambino: che almeno possa vivere… Io posso gettarmi sotto un treno». La donna baciò il piccolo e scappò via gridando: «Vai con lui, Paolo, vai con lui…». Il bimbo, deposto per terra, urlava, spaventato. Nessuno riuscì a fermare la donna. Don Carlo prese fra le braccia il piccolo che si dimenava chiamando: «Mamma!». Per due giorni il bambino delirò, tra febbri altissime, ma don Carlo non si separò mai da lui. Gli parlava sommessamente, vegliava il suo sonno, lo aiutava a mangiare qualcosa. Nei momenti di lucidità, Paolo picchiava e graffiava disperatamente don Carlo, invocando la presenza della madre, che nessuno riuscì mai a rintracciare. Poi, un giorno, Paolo gettò le braccia al collo di don Gnocchi, e tutti e due piansero sommessamente… Nel 1948 nasce ufficialmente l’Opera di don Gnocchi per coordinare gli interventi assistenziali nei confronti delle piccole vittime di guerra, che dall’anno seguente assume il nome di Federazione Pro Infanzia Mutilata. Intanto, uno dopo l’altro aprono nuovi collegi, tra cui il primo centro-pilota con scuole e laboratori per 300 poliomielitici in zona San Siro, dove oggi sorge il Santuario divenuto Porta Santa del Giubileo. L’ultimo suo gesto profetico è la donazione delle cornee a due ragazzi non vedenti, quando in Italia il trapianto di organi non era ancora disciplinato dalla legge. La mattina successiva alla sua morte, il doppio intervento riuscì perfettamente, aprendo il dibattito non solo tra l’opinione pubblica, ma anche nel mondo dei giuristi e dei teologi: fu grazie a don Gnocchi che il Parlamento italiano varò le prime norme sui trapianti d’organo, mentre sul versante morale, Pio XII, nell’Angelus della domenica successiva all’intervento, avallò il gesto, ponendo a tacere qualsiasi osservazione contraria o dubitativa.

«A sessant’anni dalla sua morte – conclude il presidente Bazzari – cerchiamo di alimentare il fuoco di don Carlo, non solo di custodirne le ceneri. Don Gnocchi non si è accontentato di assistere le persone ferite, mutilate, provate dal dolore. Ha fatto di più, è l’inventore della riabilitazione, basata sulla promozione integrale della vita e la restaurazione globale della persona umana».  Oggi la Fondazione, nei suoi 29 centri e nella trentina di ambulatori per disabili, affetti da Alzheimer e sindromi rare, anziani e malati terminali, cerca di vivere l’insegnamento del Beato: «La sofferenza fisica e psichica sono delle costanti che sempre accompagnano l’uomo. La scienza interviene per arginarla, con la ricerca e la tecnologia dove noi vogliamo essere all’avanguardia. Ciò che non muta mai è la domanda “perché il dolore umano?”».

Nel suo breve scritto-testamento “Pedagogia del dolore innocente”, appena pubblicato dalla San Paolo
per i 60 anni dalla morte e arricchito dai contributi di Bazzari, Scola e del filosofo Natoli, don Gnocchi avanza questa risposta: il dolore esiste affinché siano visibili le opere di Dio e degli uomini, e il miracolo soprannaturale della carità.  

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