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Credere

Don Marcello Cozzi. Anche i mafiosi possono convertirsi

16/02/2017  Don Marcello Cozzi è il vicepresidente di Libera. Da vent’anni accompagna i pentiti a cambiare vita. «Come sia possibile è un mistero»

La parola più impegnativa del lessico umano ha sette lettere, si chiama «mistero» e la usa don Marcello Cozzi, 53 anni, parroco della chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo di Potenza, quando parliamo di dubbi e fede, male e bene. Quando in sostanza mi racconta le storie dei pentiti che incontra da vent’anni. «Se un uomo che ha vissuto ideando stragi, un giorno mi cerca dal carcere per parlarmi e di colpo mi dice “recitiamo l’Ora media?”, io penso solo questo: ogni uomo è un mistero», dice. Si può spiegare un cambiamento del genere in un’ottica religiosa o solo in nome di una sana, bella e virtuosa laicità. «Il significato però non cambia: è sempre il Padre eterno che tocca l’animo di tutti».

LE TANTE CHIAMATE

Don Cozzi ha conosciuto la speranza in luoghi impensabili. Quando l’ha condivisa per iscritto con il libro Ho incontrato Caino. Pentiti. Storie e tormenti di vite confiscate alle mafie (Melampo), l’ha fatto perché era l’anno dedicato alla Misericordia. Ha una bella voce, timbro e ritmo degni di quei confessori che fanno star bene. Mi dice che da bambino ha fatto il seminario, poi l’ha lasciato e vi è rientrato da grande. «Quando la gente mi chiede il momento in cui ho deciso di farmi prete, rispondo “un secondo fa”». Don Cozzi ha aperto una comunità di accoglienza per vittime della tratta e disabili, creato una Fondazione antiusura (oggi dentro Libera) e incontrato don Ciotti. «Lo conosco a un convegno, mi chiede di dargli una mano e dico di sì. Era il 1995, l’anno in cui nasce Libera e io divento vicepresidente».

Il Signore ci fa incontrare le persone per capire la nostra strada, con don Cozzi ha usato anche il telefono. Lo chiama un lucano, vuol conoscere questo prete compaesano che si occupa di mafia, e lui lo raggiunge in carcere. «Quel giorno mi fanno incontrare anche gli altri trenta collaboratori di giustizia della struttura: era Pasqua, gli racconto la parabola del figliol prodigo e inizia così il passaparola tra i pentiti d’Italia».

IL PENTIMENTO DI CAINO

  

In carcere, un incontro dura un paio d’ore. Fuori, se il pentito vive in una località protetta, serve invece l’autorizzazione che arriva dopo mesi. «Con alcuni sono in contatto da oltre dieci anni. Il ritorno di Caino è possibile, lo vedo in parrocchia e lo vedo con loro», aggiunge. Su dieci pentiti, la metà sono opportunisti che si godono gli sconti della legge. L’altra metà, convertiti. «Penso a Spatuzza che la domenica delle Palme legge su un foglietto una frase di don Puglisi (chi vuol cambiare vita deve dire tutto quello che ha dentro), e per conoscere meglio Dio, si iscrive all’Istituto di scienze religiose. Penso al siciliano che mi chiede il rosario recitato da Giovanni Paolo II, al ragazzo che dal carcere di Sulmona fissava ogni notte la croce illuminata su un monte e pensa di farsi frate. Penso a chi mi chiede di incontrare la famiglia d’origine che lo ha rinnegato o quella della vittima che ha ucciso».

In questo caso, però, tutto si complica. Anche se nessuno nomina la parola «perdono» per pudore, è difficile spiegare che dall’altra parte non è detto che ci sia la voglia di perdonare. Don Cozzi gli parla della misericordia divina, grande e gratuita, ma precisa anche che «il perdono di Abele esige giustizia e verità. Ricordo un napoletano che mi disse: “Voglio confessarmi con te ma ti dirò cose che non ho detto al magistrato”. Non ho più voluto vederlo». E allora perché lo chiamano? Perché un prete è sempre una figura rassicurante, e poi è più facile farsi capire da uno che lavora con Libera e conosce il linguaggio della mafia: don Cozzi è colui che li fa sentire qualcuno anche ora che hanno perso ruolo, famiglia e residenza. «Io con loro però parlo da uomo a uomo, franco e senza smielature. A uno che mi disse “certo, però, quante ce ne avete fregate di palazzine voi di Libera!”, risposi: “Ancora non hai visto niente!”».

IL MISTERO DEL MALE

Il passato in ogni caso è un macigno che non tutti vogliono toccare. È il 2003, dall’altra parte del telefono c’è un tizio di Rebibbia che vuole incontrarlo: era l’omicida di don Diana, e don Cozzi lo scopre prima di vederlo. «“Perché sei venuto?”, mi chiede subito. “Don Peppe sarebbe venuto a stringerti la mano”, gli ho risposto».

Il fatto è che tra chi eri prima e chi stai cercando di diventare, in carcere, ci sono un miliardo di sfumature. Don Cozzi lo ha pensato davanti al narcotrafficante che dice di non aver mai ucciso nessuno. «Non immaginava quanti soldi si era fatto sulla pelle di ragazzi morti. Ho gridato, mi sono arrabbiato ma lui era convinto». A volte poi urlano loro. «Cosa ne sa lei, padre? Ho bevuto latte e ’ndrangheta nel biberon, mi hanno ucciso mio padre a 9 mesi, a tavola si parlava di estorsioni e omicidi invece che dei compiti lasciati a scuola». Per fortuna che oggi certi compiti invece diventano semi. «Ho incontrato una donna che aveva il marito boss in carcere e doveva aiutare il figlio a svolgere un tema sulla legalità. Lui le chiede: “Mamma, che scrivo?”. Oggi è una pentita nascosta con i figli». Vive al riparo da quel male che è una macchia d’olio, che non puoi accettare neanche da prete. «Padre Turoldo parla del tormento di Dio davanti al male che c’è nel mondo. Sì, anche Dio ne è vittima. Anche il male è un mistero».

Don Cozzi ha chiuso il suo cerchio, dalle vittime di mafia con Libera ai pentiti. Una grazia di Dio, dice. «Ascoltando il grido di Abele ho capito il tormento di Caino. Ma io sono il padre che aspetta il figliol prodigo in terrazza, mai in ginocchio». Il mistero della fiducia.

 
 
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