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Don Marco Frediani
 
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Don Marco Frediani: «Mi chiamano il cappellano degli zingari»

08/12/2016  A Brugherio, dal lunedì al venerdì, la sua casa è una roulotte circondata da un’ottantina di rom. Il sacerdote racconta come la vicinanza con queste persone abbia abbattuto i suoi pregiudizi

«Perché sono qui? Ma non sapete che i poveri sono gli eredi del regno di Dio?». Don Marco Frediani, 55 anni, ha il passo lento mentre cammina tra le casette del campo rom di via della Chiesa Rossa, nell’estrema periferia sud di Milano. «Il Vangelo mi dice che devo fare una scelta per i poveri, non per i ricchi».
Il timido prete milanese, che da due anni presta servizio nei campi rom di Milano, si è reso conto, giorno dopo giorno, «di quanto la realtà sia diversa da quella che viene raccontata dai media. Vivevo di discriminazioni e preconcetti, mentre ora ogni giorno imparo qualcosa di nuovo su questo popolo».
La poca conoscenza diffusa nei riguardi del popolo rom, infatti, è la stessa che gli mette i bastoni tra le ruote in parrocchia, dove lo chiamano “il cappellano degli zingari”.
«Una donna molto devota», continua don Marco, «una sera mi ha addirittura detto che, se continuo a predicare tra i nomadi, presto ci sarà un nuovo Adolf Hitler». Ma don Marco non si spaventa e continua a dividersi tra la comunità pastorale di Pieve Emanuele, cui dedica il weekend, e il campo nomadi di Brugherio — in provincia di Monza e Brianza — dove dal lunedì al venerdì la sua casa è una roulotte circondata da un’ottantina di rom.

STORIA DI UNA CONVERSIONE

Andando indietro con gli anni, la prima persona che gli ha fatto scoprire il Vangelo è stata sua madre. Insegnamenti che, pur essendo stati “abbandonati” in giovinezza, lasciano un segno che emergerà qualche anno più tardi. A soli vent’anni il prete milanese – che allora non era neppure praticante – parte per un viaggio in Ecuador, sulle orme del rivoluzionario Che Guevara. Proprio durante quel viaggio, che nulla aveva di religioso, don Marco incontra «la povertà degli ecuadoriani» e nell’interezza di quel popolo vede «il Cristo crocifisso e i passi del Vangelo che mia madre amava leggermi da bambino». Cresce allora una vocazione che lo porterà a entrare in monastero, dove starà per 15 anni, prima all’eremo di Camaldoli (in provincia di Arezzo) e dopo a Roma a San Gregorio al Celio. «Volevo essere un monaco dedito a lavorare e a pregare, invece a Roma mi sono trovato a fare servizio con i senza tetto». Sarà proprio uno di loro, un romeno che viveva sulla strada, a dirgli che un giorno avrebbe lasciato il monastero per diventare prete. «Sono stati i poveri a condurmi verso Gesù: a loro devo tutto e ora, facendo il sacerdote, voglio dedicare loro la mia vita».
Com’è organizzata la giornata di don Marco? «Leggo il Vangelo insieme ai rom e li aiuto a ricevere i sacramenti». Ma gran parte dell’attività con cui il sacerdote si è conquistato la fiducia della comunità nomade di Brugherio deriva dalle sue visite in carcere. «Mi occupo soprattutto delle donne detenute, raccontando alle mamme come stanno andando i loro bambini a scuola o se il marito li mette a letto presto la sera». Giornate che gli permettono di entrare sempre più in confidenza con la comunità rom lombarda. Perché la roulotte nel campo di Brugherio non è il primo soggiorno “nomade” del prete. Don Marco, infatti, conosceva bene anche il campo di via Idro, uno dei più vecchi insediamenti nomadi di Milano, aperto nel 1989, dove lo scorso marzo un centinaio di residenti rom sono stati sgomberati per ordine dell’assessore alla Sicurezza meneghina Marco Granelli.
«Il problema della politica delle ruspe è che annulla il dialogo», aggiunge don Marco, che ha vissuto per sei mesi anche nel campo di via Idro. Anche perché, «se una persona preferisce vivere in una roulotte o in una casa senza fondamenta, questa scelta a chi può fare del male?».

AL DI LÀ DEI PREGIUDIZI

  

D’altronde, secondo il prete dovremmo lasciarci avvolgere dal fascino del nostro passato nomade: «Il rischio di essere sedentari è di attaccarsi al dono e non al donatore», continua il prete, ricordando quando nell’Esodo (capitolo 25, versetto 15) si descrive un’Arca dell’Alleanza «che deve essere sempre in cammino».
Spiega il sacerdote: «Tutta la storia del Vecchio Testamento rimanda a un passato nomade perché il Signore vuole camminare insieme al suo popolo. Così noi dobbiamo imparare a perdere le certezze dell’essere sedentari». Un percorso, quello di don Marco, che è un invito ad aprirsi al diverso.
«Una volta in un villaggio rom in Romania, una donna molto anziana mi ha offerto il suo letto per tre notti, scegliendo di dormire per terra piuttosto che rifiutarsi di accogliermi in casa. Questa stessa ospitalità io non l’ho ancora mai vista in un gadjo (in gergo romanì significa “non rom”, ndr.) ma mi piacerebbe tanto contribuire a farla nascere».
Nel campo di Brugherio, accanto alla roulotte del prete, vive anche il padre barnabita Luigi Pieraboni e l’86enne monsignor Mario Riboldi, cappello di feltro in testa e più di 60 anni dedicati ai nomadi. «Senza don Mario, che è stato il primo prete a vivere tra rom e sinti, non sarei mai riuscito a entrare in questo mondo», conferma don Marco mentre prepara i manuali per andare alla sua lezione di romanì. «A me tocca continuare il suo lavoro ma con la mia sensibilità: iniziare il mio personale viaggio nel mondo rom».
Un percorso che, a ben pensarci, don Frediani non riesce neppure a capire come sia iniziato: «Le cose più importanti della vita non hanno un perché», dice asciutto il don. «È un po’ come innamorarsi. Non so il motivo, ma io sto bene con i rom».

Foto di Chiara Asoli

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