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Don Marco Pozza: «Un modo per entrare in cella con il detenuto»

07/04/2016  In carcere non puoi usare Internet, spiega il cappellano del penitenziario di Padova. «L’uso e la lettura della parola diventa decisivo»

«Il carcere non ti toglie solo la libertà …fisica, ma ti isola dalle relazioni, dalla comunicazione vitale. Basta pensare a Internet che è proibito. Cosa faremmo noi senza la e-mail? O privi di un cellulare? In prigione non se ne può fare uso. A volte, allora, un solo libro, o un giornale, qui dentro possono signi…ficare la salvezza dalla disperazione e dalla solitudine».
Lo sperimenta tutti i giorni, frequentando la sua speciale “parrocchia”, come affettuosamente la chiama. Lui è don Marco Pozza, 36 anni, prete “controvento”, scrittore (l’ultima sua fatica L’agguato di Dio, Edizioni San Paolo, parla proprio del mondo carcerario), teologo, ma soprattutto, da quattro anni, cappellano del carcere di massima sicurezza “Due Palazzi” di Padova. La sua parrocchia sta qui dentro ed è composta da seicento anime, in una struttura creata per mantenerne la metà. «Ma fi…no a poco tempo fa ce ne stavano stipati addirittura un migliaio, di cui la metà stranieri», precisa.
Anche gli ergastolani sono parecchie decine. «Abbiamo reclusi da oltre trent’anni, che quando sono entrati usavano ancora le lire, non conoscevano Internet, e la “rete” era solo quella usata dai pescatori. Ebbene, se questi detenuti hanno una minima percezione di come sia cambiato il mondo di fuori, nel frattempo, è solo grazie ai giornali che entrano in cella », spiega il sacerdote.
Nel carcere padovano, da tanti anni, è attiva la redazione di Ristretti Orizzonti, un giornale diventato fonte imprescindibile per l’informazione carceraria in Italia, a cui collaborano molti detenuti. «Un’esperienza straordinaria per la quarantina di reclusi che vi lavorano, oltre ai tanti volontari », spiega don Marco. «Lo dico spesso: entrando al “Due Palazzi” credevo, da buon cristiano, solo nella risurrezione dei morti. Dopo aver visto i miracoli che accadono, nonostante tutto, qui dentro, credo anche nella risurrezione dei vivi».

L’esperienza di confrontarsi con scrittura e lettura quanto conta?

«Organizzare il pensiero e metterlo per iscritto è un lavoro preziosissimo che ti insegna a organizzare la vita stessa. L’uso della parola è decisivo. Più d’uno è …finito qui dentro proprio per l’uso sbagliato di una parola».

Cosa si legge in carcere?

«Un certo numero di copie di un quotidiano locale e di uno nazionale, grazie anche alla Caritas. Poi ci sono detenuti che sono abbonati ai loro quotidiani locali».

Che utilizzo se ne fa?

«Oltre che un mezzo d’informazione, un giornale è un compagno nei momenti di maggior solitudine, durante le feste, quando nessuno viene a trovarti. Per gli stranieri diventa un testo per imparare l’italiano».

Come lo si legge?

«Mi ha sempre colpito il fatto che più d’un carcerato usi la penna per sottolinearlo. Per discutere certi passi, per evidenziarne gli errori».

Fatti e personaggi più seguiti?

«Di gran lunga quelli che raccontano di papa Francesco. Una delle pochissime fonti, se non l’unica, che considerano autorevole e vicina».

Anche Famiglia Cristiana da anni entra nelle celle.


«Fino a due anni fa si consegnava regolarmente. Io la distribuisco la domenica come si fa in ogni parrocchia, dopo la Messa. Quando manca i detenuti se ne accorgono. E la chiedono. Ne ritagliano gli articoli e li appendono in cella. Certo è uno strumento di comunicazione tra i tanti, una goccia nell’oceano, eppure quando manca anche l’oceano se ne accorge. Eccome».

Cosa vi trovano d’interessante?

«Tutto, ma in particolare i tanti articoli riguardanti il carcere, le esperienze d’accoglienza, le lettere. D’altra parte è proprio leggendo una lettera al giornale, che fra Beppe Prioli, il “frate degli ergastolani”, scoprì la sua vocazione fra i carcerati».

Che ne pensa dell’idea di invitare i lettori a regalare un abbonamento a un carcerato?

«Un gesto di misericordia bellissimo. È un modo di visitare il carcerato, senza entrare in cella …fisicamente».

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Anche don Marco Pozza, come tanti cappellani che operano nelle carceri italiane, attende gli abbonamenti offerti dai lettori di Famiglia Cristiana per distribuirli tra i detenuti. E come lui, anche tanti sacerdoti, suore, missionarie e missionari, educatori e volontari che operano nelle case famiglia per l’infanzia e l’adolescenza, nelle case di riposo, tra le famiglie in difficoltà e che considerano la nostra rivista uno strumento valido per la loro missione. È l’iniziativa di Famiglia Cristiana, in collaborazione con l’Associazione don Zilli, fedele al mandato di don Giacomo Alberione, di “fare la carità della verità”. Nell’Anno Santo della misericordia voluto da papa Francesco si chiede ai nostri lettori di regalare un abbonamento alla nostra rivista a chi è meno fortunato e non può permetterselo. Per aderire all’iniziativa, tesa a raggiungere chi vive in situazioni di disagio economico o di altre difficoltà, è sufficiente utilizzare il bollettino che si trova all’interno di questo numero ed effettuare il versamento di 89 euro, pari al costo dell’abbonamento di Famiglia Cristiana oppure versare una cifra che la propria generosità ritiene opportuna.

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