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domenica 26 giugno 2022
 
tra fiction e realtà
 

«Caro Raoul Bova, essere preti è come perdere la testa per amore»

09/02/2022  La riflessione di don Luigi Maria Epicoco che “insegna” i segreti del mestiere a don Massimo, l’erede di don Matteo che vedremo dal 31 marzo su Raiuno nella nuova stagione della fiction: «Amare non è un mestiere ma sentirsi responsabili». E racconta: «Non ho ancora incontrato l’attore ma è emozionato e motivato per questa nuova avventura in cui, rispetto al passato, risalterà di più l’umanità che c’è dietro la tonaca»

«La gente pensa che fare il prete sia un mestiere. Uno che magari si sveglia la mattina ed è convinto di poter mettere su una bancarella per vendere parole, benedizioni, e santini. La gente pensa che fare il prete sia una roba fuori dal mondo. Uno che magari fa fatica a stare dentro le cose e per questo si rifugia in una qualche sagrestia. Lo sanno tutti che certe volte con la scusa di amare Dio alla fine si rischia di non amare nessuno. Ma è vero anche che certe volte tu ti accorgi che Dio lo hai incontrato perché non puoi fare a meno di amare tutti. E amare non è un mestiere, è sentirsi responsabili».

È la riflessione che Raoul Bova ha letto martedì ai microfoni di RTL 102.5. L’attore, dal 31 marzo in prima serata su Raiuno nei panni di don Massimo, erediterà la tonaca per eccellenza della Tv generalista, quella di don Matteo, alias Terence Hill, che con la sua talare nera, il basco in testa e l’immancabile bicicletta è entrato nelle case di milioni di italiani, grazie all’intuizione avuta diciassette anni fa dal regista Enrico Oldoini e portata avanti dalla Lux Vide fondata da Ettore Bernabei e oggi governata dai figli Matilde e Luca.

L’autore del monologo sul “mestiere” (che mestiere non è) del prete è don Luigi Maria Epicoco, giovane sacerdote d’origine pugliese, scrittore brillante – uno dei suoi ultimi volumi, La pietra scartata – Quando i dimenticati si salvano (San Paolo) è stato regalato lo scorso Natale dal Papa alla Curia Romana – editorialista de L’Osservatore Romano e assistente ecclesiastico del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede.

Don Matteo è partito per una missione, anche se resterà in qualche modo sempre presente nella serie, e a sostituirlo arriverà don Massimo: «L’idea», racconta don Epicoco, «è nata da Luca Bernabei della Lux Vide che si è rivolto a me per avere una chiave di lettura sull’erede di don Matteo e io ho scritto questa riflessione. Bova avrebbe dovuto leggerla durante la prima serata del Festival di Sanremo, quando è andato per presentare la nuova stagione della fiction insieme a Nino Frassica, ma per motivi di tempo non ha potuto farlo».

«Raoul Bova è emozionato ma anche motivato per questo ruolo»

  

«Fare il prete non è un mestiere», si legge nel testo di don Epicoco, «è la stessa cosa che capita a chi perde la testa per amore: non c’è più il calcolo ma solo l’ostinato desiderio di non perderti il bandolo della matassa che pensi di aver incontrato in qualcuno o in qualcosa. Uno pensa che basta mettersi una tonaca e la magia è fatta. Ma la tonaca non funziona se sotto non c’è un uomo, uno che sa che è il più miserabile di tutti, eppure è stato scelto, eppure è stato amato. E quanto è difficile accettare il peso di quella tonaca che oggi appare più insozzata dal tradimento di chi avrebbe dovuto amare e invece se n’è solo servito. Ma poco importa se bisogna caricarsi anche sulle spalle l’infamia degli altri. Non si diventa preti per essere benvisti. Si diventa preti per diventare servi inutili proprio come diceva Gesù. Servi inutili a tempo pieno! Servi senza un utile. Servi gratuiti».

Don Epicoco racconta il suo legame con Raoul Bova: «Ancora non ci siamo incontrati perché l’attore è impegnato nelle riprese della fiction a Spoleto. Ci siamo sentiti al telefono ed è emozionatissimo ma anche molto motivato per questa nuova avventura. Si sta immergendo completamente nel personaggio di don Massimo che ha un’identità precisa e anche un po’ diversa da don Matteo». Il primo, nota Epicoco, «era quasi una figura eterea, non si sapeva da dove venisse. Don Massimo invece viene da una vita già vissuta intensamente. Prima di essere ordinato sacerdote era, infatti, un carabiniere. E questo consente di far emergere la sua umanità che è la cifra di tutti noi. Oggi quando si parla del prete si pensa sempre alla questione degli scandali, a cominciare dagli abusi sessuali, che hanno insozzato il ruolo e la missione sacerdotali. Nessuno si fa prete per i consensi ma deve farsi carico anche di quello che non ha fatto».

«Si diventa preti per essere una presenza. Si diventa preti per rendere l’invisibile visibile. Come accade sull’altare», scrive ancora don Epicoco, «come accade quando si ascolta, senza pretese, senza giudicare. Come quando si stringe una mano per infondere forza. Come quando si tiene in braccio un bambino che piange, o come si accarezza la fronte di uno che muore. Fare il prete non è un mestiere, è un modo inutile di amare. Inutile come ogni amore. Inutile come l’aria».

Il grande passaggio da don Matteo a don Massimo è quello, conclude, «di andare a guardare tutte le conflittualità che fanno parte dell’umanità dei preti. Spesso si ha la sensazione che chi veste la tonaca non ha drammi o questioni irrisolte che, invece, è chiamato ad affrontare, magari con sofferenza, per purificare la propria vocazione. Da quello che ho intuito io nella fiction c’è questo nuovo sguardo sul protagonista. Diciamo che conta molto ciò che dietro e dentro la tonaca e non quello accade fuori».

In alto, don Luigi Maria Epicoco, 41 anni. In basso, Raoul Bova, 50, accolto da Amadeus, 59, fuori dal Teatro Ariston il 2 febbraio scorso

 
 
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