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Don Mazzi: "Sono figlio di mio nonno"

02/10/2013  Nel giorno della festa dei nonni, don Antonio Mazzi ricorda la straordinaria figura di suo nonno "Bepi", che gli fece da padre

don Antonio Mazzi
don Antonio Mazzi

«Ho avuto un’infanzia infelice. Ero il più scapestrato dei miei fratelli, ne combinavo una al giorno. Se non fosse stato per nonno Giuseppe,  che mi ha preso sotto le sue ali, probabilmente avrei fatto una brutta fine».  Non è facile sorprendere in un momento di commozione un burbero come don Antonio Mazzi. Eppure quando inizia a ricordare la figura di nonno Bepi la voce gli si rompe e si scioglie in un affettuoso ricordo.

   «Ho perso mio padre che avevo solo sei mesi e lui trent’anni. Faceva il ferroviere. Mia madre lavorava tutto il giorno per sbarcare il lunario. Così mi ha cresciuto mio nonno, un contadino, analfabeta, ateo e socialista».    Eppure il sacerdote, fondatore della comunità Exodus, rivela d’aver ricevuto alcuni degli insegnamenti cristiani più significativi, vere "perle" di catechesi spicciola, proprio da quest’uomo che non aveva mai messo piede in chiesa. Che al massimo a Natale e a Pasqua si fermava sul sagrato; proprio il contrario della mamma che era  tutta casa e chiesa.

   «Venne  l’anno in cui dovevo fare la mia Prima Comunione e accadde un fatto molto strano», continua Mazzi: «Dopo la prevedibile avversione di mio nonno alla cosa, cambiò sorprendentemente registro e un giorno, stupendo l’intera famiglia, propose addirittura di accompagnarmi in chiesa nientemeno che col calesse tirato dal cavallo. Proprio lui l’ateo  di famiglia. Ricordo bene il giorno della cerimonia. Avevo un vestito tutto nuovo, da marinaretto. Non mi pareva neanche vero, abituato com’ero ad abiti logori. E ricordo soprattutto quanto mi disse il nonno, prendendomi in disparte prima di andare a comunicarmi: "Guarda che quello non è mica un pezzo di pane!", mi disse serio. Quella fu la migliore delle catechesi che sentii sull’Eucaristia».    

   Da buon contadino, poi, abituato all’economia degli spazi, alle stalle piene di mucche, quando vedeva una grande chiesa si chiedeva come potesse starci dentro solo il Signore e un parroco. «Ricordo ancora la sua reazione, alcuni anni dopo, quando gli rivelai la mia volontà di farmi prete: “’Non sarai mica pazzo?”, mi rispose di getto. Ma era fatto così. Il gesto più dolce che sapesse fare era grattarti la guancia con le sue mani ruvide, lasciandoti  quasi i lividi. Era un grand’uomo».   
   Infine, quando ormai gravemente malato, chiese di rivedere il nipote, lo stupì per l’ennesima volta: «Accorso al suo capezzale mi chiese senza  tanti giri di parole: "Tonino, ti adesso bisogne che ti me organise un posto in paradiso!", esclamò con toni che non ammettevano repliche. Confesso che ho pianto in silenzio».  Ma la risposta del giovane nipote-prete non fu da meno: «Nonno, a dire il vero il tuo posto non è prenotato… non provare a entrare per l’ingresso principale. Ma se vai davanti all’entrata nel retro, appena esce la Madonna, vedrai che ti trova un posto», gli consigliai. «E così è stato certamente».

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