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sabato 21 maggio 2022
 
 

"Don Milani mi disse: gli errori ortografici smascherano i poveri".

24/09/2015  La testimonianza di Adele Corradi, la professoressa che aiutava Don Lorenzo Milani a Barbiana: "Non so se sia ancora vero, ma a quei tempi con un errore ci si giocava un lavoro".

La forma è sostanza quando si scrive? Dominare l’ortografia equivale a dominare la lingua o il problema sta altrove: nella padronanza dei significati, senza trascurare del tutto la forma? Adele Corradi era la professoressa che aiutava don Milani a Barbiana, oggi, a 91 anni, sveltissima con la posta elettronica com’è, un po’ si schermisce all’idea di entrare in un dibattito attuale, però non si sottrae, prendendo la debita distanza temporale.

«Quando insegnavo», racconta, «veniva fatto anche  a me di domandarmi se valesse la pena di perder tempo dietro all'ortografia, perché anche ai miei tempi esistevano problemi più importanti. Se l'importante è capirsi, mi dicevo, non si può sostenere che una frase diventa incomprensibile se c'è  una “a” senza “acca” o un “quore” con la “q”. Arrivata a Barbiana domandai a don Lorenzo se pensava che l'ortografia fosse importante. Lui mi rispose che gli errori di ortografia servivano a riconoscere i poveri. Non so se oggi sia sempre vero però ricordo che qualche anno fa un giornalista carogna si divertì a pubblicare una lettera d'amore piena di errori elementari ( c'era anche il quore con la "q") scritta da un'attrice famosissima».

Adele Corradi ammette di aver detestato chi mise in piazza quella lettera, dopodiché chiosa: «Io facevo i dettati  anche perché sapevo che gli errori di ortografia potevano far perdere un posto di lavoro. Un mio scolaro per diventare spazzino (così si chiamavano allora gli operatori ecologici) dovette fare un compito scritto di italiano. Direi anche che i dettati mi servivano anche per ragionare sul significato delle parole, ma io sono ormai un fossile e insegnavo in un'altra era geologica».

Sarà anche vero che oggi attori, calciatori, persone pubbliche e private d’ogni sorta e di svariata estrazione sociale mettono da sole, tramite twitter e facebook, sulla pubblica piazza i propri strafalcioni, ma è vero che il problema del rapporto tra cultura e povertà non è risolto.

Il rapporto Save the children Illuminiamo il mondo 2030 qualche giorno fa ha denunciato il fatto che il 25% dei quindicenni italiani ha gravi carenze matematiche e linguistiche
di base e messo in luce la relazione tra povertà materiale e povertà educativa e tra carenza culturale della famiglia e difficoltà dei figli: era lo stesso tema su cui batteva, avendolo intuito prima degli altri, don Lorenzo Milani 60 anni fa, quando diceva che si rifiutava di pensare che «Dio facesse nascere i somari soltanto nelle case dei poveri» e che se c’era uno iato tra i risultati scolastici di Gianni e di Pierino, quello iato doveva trovarsi nelle condizioni, materiali e culturali, delle loro famiglie. Ricordava che secondo la Costituzione sarebbe toccato allo Stato colmare il divario: il rapporto di Save the Children conferma che la scuola, certo più diffusa e aperta di allora, ancora oggi da sola non ce la fa.   

 
 
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