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Don Monterubbianesi: "A scuola vera integrazione, ma dopo c'è il vuoto"

15/10/2015  Ad affermarlo è il sacerdote marchigiano che quasi cinquant'anni fa ha dato vita all'associazione Comunità di Capodarco, in prima linea sul fronte della disabilità. "Bisogna intervenire sull'alternanza scuola-lavoro per promuovere l'inserimento occupazionale".

«Sull'integrazione scolastica delle persone con disabilità l'Italia è un modello per gli altri Paesi europei». A ricordarlo è don Franco Monterubbianesi, 84enne sacerdote marchigiano, che quasi mezzo secolo fa ha fondato vicino a Fermo la Comunità di Capodarco, associazione in prima linea nell'integrazione umana e sociale dei disabili, delle persone più fragili e a rischio di emarginazione. «Pochi giorni fa la preside di un istituto di Frascati che conta 800 studenti, dei quali settanta disabili, mi ha scritto che le famiglie dei ragazzi con handicap ringraziano di cuore la scuola, perché nell'istituzione scolastica si realizza quel processo di normalizzazione che nelle case spesso manca e che strappa i loro figli dallo stato di isolamento».

Siamo stati un modello, spiega don Franco, a cominciare dalla legge 517/77 che, ricordiamolo, ha normalizzato l'inserimento delle persone disabili nelle scuole dell'obbligo, ha stabilito che la scuola deve attuare forme di integrazione degli alunni portatori di handicap, ha abolito le classi differenziali e definito la figura dell'insegnante di sostegno.

«Dobbiamo ribadirlo con forza: la nostra scuola funziona come strumento concreto di socializzazione. Il vero problema è che dopo la scuola sul territorio non c'è niente, non ci sono prospettive di lavoro. Per questo motivo le famiglie spesso preferiscono tenere i loro figli con disabilità nelle scuole superiori più a lungo, dopo i diciotto anni, perché sanno che una volta usciti da lì li attende il vuoto, mentre sulle famiglie incombe il grave problema del "dopo di noi", cioè di cosa accadrà ai disabili quando i loro genitori non ci saranno più».

Al di là della scuole, sottolinea il sacerdote, il territorio non offre nient'altro a livello di integrazione. «I centri diurni sono spesso concepiti e gestiti come luoghi assistenziali dove si passa il tempo in laboratori protetti, senza promuovere davvero il processo di autonomia e l'inserimento lavorativo del disabile».
 
Per questo motivo, spiega don Franco, «dobbiamo far sì che, intervenendo sull'alternanza scuola-lavoro attraverso laboratori e corsi di formazione, si producano esperienze di integrazione lavorativa per i ragazzi disabili, ma anche per tutti gli altri giovani, che possono diventare tutor dei loro coetanei con handicap e realizzare un'autentica integrazione con loro anche dopo la scuola».

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