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martedì 28 giugno 2022
 
ucraina orientale in fiamme
 

Don Oleh Ladnyuk: "La gente dell'est non vuole scappare, è pronta a combattere"

19/02/2022  Nei territori separatisti gli attacchi si intensificano e sale la tensione con la Russia. "I ragazzi qui vivono in stato di conflitto da otto anni, per loro è la normalità", spiega il sacerdote salesiano che risiede a Dnipro, città confinante con Donetsk, e segue i giovani delle parrocchie greco-cattoliche nei villaggi vicini al fronte. "Certo che abbiamo paura, ma siamo stanchi"

Don Oleh Ladnyuk, salesiano, 39 anni, con i ragazzini di Luhansk (foto dal profilo Facebook)
Don Oleh Ladnyuk, salesiano, 39 anni, con i ragazzini di Luhansk (foto dal profilo Facebook)

In Ucraina gli eventi si susseguono rapidamente e la situazione si evolve di ora in ora. Sul fronte orientale la tensione con la Russia sale in modo preoccupante. Lungo la linea del fronte orientale gli attacchi si sono pericolosamente intensificati. Dopo lo scoppio di un’autobomba in un veicolo vicino al palazzo del Governo di Donetsk i leader filorussi delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk hanno lanciato un appello alle armi. A Luhansk due esplosioni hanno colpito il gasdotto “Druzhba”. «Fino a due giorni fa, quando europei e Usa parlavano di guerra, io pensavo che in realtà si trattasse solo di pressione da parte della Russia. Ma da ieri, quando è cominciata l’evacuazione di massa dal Donbass verso la Russia, appare chiaro che Mosca stia cercando un casus belli, una giustificazione per fare la guerra». A parlare è don Oleh Ladnyuk, sacerdote salesiano ucraino.

Da luglio del 2021 don Oleh risiede nell’Ucraina orientale, a Dnipro, la terza città più popolosa dell’Ucraina, capitale dell’oblast (provincia) di Dnipropetrovs'k , confinante con il territorio di Donetsk. Qui, il pericolo è molto vicino. «Dnipro confina con i territori separatisti, non è distante dal fronte e, se scoppierà una guerra, sarà una delle prime città ad essere attaccata», spiega. «Dal 2015 fino a due giorni fa, per sette anni, nell’est ci sono state alcune azioni aggressive che hanno causato delle vittime, ma in modo sporadico. Dall’altroieri all’improvviso gli attacchi con le bombe si sono intensificati su tutto il fronte orientale». Prosegue: «Dal 2014 l’Europa ha provato a fare la pace con qualcuno – Mosca - che la pace non la vuole. Ma oggi ha capito che con Putin non è possibile dialogare. Mosca cercava di costringere l’Ucraina a trattare direttamente con Donetsk e Luhansk, i territori separatisti, per riconoscerle come repubbliche autonome, affinché risultasse ben chiaro al mondo che il riconoscimento ufficiale arrivava proprio da Kiev e che non erano territori occupati dai russi. L’Ucraina si è rifiutata, ha chiesto a Mosca di ritirarsi completamente dai territori ucraini dell’est e chiudere il confine. Ma questo non è avvenuto. Ora la Russia sta compiendo azioni provocatorie, ma non si capisce se l’obiettivo sia intimidatorio o se voglia occupare alcuni territori dell’Ucraina».

Originario di Leopoli, 39 anni, don Oleh è stato direttore dell’istituto scolastico salesiano “Sheptysky” a Leopoli. Nel 2012 ha trascorso un periodo in Ruanda e Burundi. «Avevo in mente di diventare missionario in Africa. Ma poi ho capito che c’era più bisogno di me nel mio Paese». Così, quando nel 2014 è scoppiato il conflitto del Donbass, con l’intervento militare russo e l’autoproclamazione delle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, lui è stato chiamato come cappellano militare delle truppe ucraine al fronte. «Quando ero a Leopoli, venivo inviato periodicamente nell’est per seguire spiritualmente i militari impegnati in prima linea sul fronte di Donetsk e Luhansk, «dove puoi vedere davanti a te i nemici che sparano». Don Oleh preferisce non parlare di territori filorussi. «So che è difficile, ma voi dovete capire che la gente qui è bombardata da una continua propaganda russa, senza avere spesso altre possibilità di informazione. Essere filorusso è una condizione quasi obbligata. Conosco tante persone che sono contro Mosca: non possono aprire bocca altrimenti rischiano la vita».

Oggi, a Dnipro il sacerdote salesiano è professore di Storia in una scuola pubblica e regolarmente si sposta nei territori occupati, nei villaggi vicini al confine, a volte perché chiamato come cappellano militare, ma principalmente per offrire corsi di animazione giovanile salesiana nelle parrocchie greco-cattoliche. «Organizziamo i campi estivi, vorrei anche proporre dei corsi di formazione per i giovani animatori di queste zone».  Ora, con i parroci dei territori e in collaborazione con la Caritas impegnata sulla linea del fronte, stanno pensando a come organizzare l’evacuazione degli abitanti, a partire dai bambini, in caso di guerra. «Questi ragazzi mi conoscono dal 2014, quando ho cominciato a venire periodicamente qui. Nella cittadina di Muratovo, vicino a Luhansk, quando ieri nelle scuole è stato comunicato che avrebbero dovuto restare a casa, i ragazzi hanno reagito scherzando, come se niente fosse, e hanno replicato: “Ma noi siamo abituati a queste situazioni, stare a casa o a scuola per noi è la stessa cosa”. Per loro purtroppo lo stato di guerra è diventato la normalità. E questo è terribile. Non vogliono neppure andare via».

A Muravoto don Oleh collabora con la parrocchia greco-cattolica di San Nicola.  «Quando ieri ho telefonato a una nostra parrocchiana, che è anche insegnante, lei sentiva il rumore delle esplosioni delle bombe, ma come prima cosa mi ha chiesto: “Don Oleh, ci puoi comunicare le date del campo estivo per i ragazzi?”. La sua preoccupazione non erano gli attacchi, ma l’estate dei giovani della parrocchia». E sottolinea: «Tutti i giornalisti che vengono in Ucraina pensano di trovare il panico tra i cittadini. Ma sai, noi viviamo in stato di conflitto da otto anni. Abbiamo paura, certo, ma ormai per noi è la quotidianità. I giornalisti stranieri non capiscono perché ci vedono così sereni». A Dnipro, dice, la maggior parte della gente è pronta a combattere. «Gli abitanti non vogliono scappare. Non è tanto una questione di patriottismo. Non ce la facciamo più. Siamo stanchi, davvero stanchi, di avere paura».

(Foto Reuters sopra: l'evacuazione degli abitanti di Donetsk verso la Russia)

 
 
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