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lunedì 08 agosto 2022
 
DON MAURIZIO PATRICIELLO
 

«Serenella, piccola icona dell'egoismo confuso con l'amore, ma anche la mamma è a suo modo vittima»

17/11/2021  «Calma. Deponiamo gli anatemi. Mettiamo via la gogna. Insieme con Serenella, così è stata chiamata la bimba fatta nascere in Ucraina, nella lista delle vittime del disumano e redditizio commercio dell'utero in affitto, potremmo inserire anche la madre, che voglio chiamare Speranza e che secondo me è stata ingannata: pensando di porre fine alla sua ricerca di felicità, si è fatta convincere a commissionare e comprare il figlio. Riavvolgiamo il nastro. Partiamo dai valori in gioco...». La riflessione di don Maurizio Patriciello.

Assuntina Morresi, nell’ottimo editoriale, apparso su Avvenire domenica 14 novembre, l’ha chiamata “Serenella”. La storia della bambina, fatta nascere con l’orribile pratica dell’utero in affitto in Ucraina e poi abbandonata al suo destino, ci ha tolto il sonno. Che ne sarà di lei? Nessuno aveva il diritto di giocare con la sua vita. È successo. Non credo che sia la prima volta, non penso che sarà l’ultima. La storia di Serenella, spero che non sia archiviata, a breve, come una sorta di antipatico incidente di percorso, un caso da tribunale. Se l’utero in affitto funziona come una qualsiasi catena di montaggio, è successo, come sempre accade, che qualcosa si è inceppato. Può accadere e di fatto accade. Pazienza.

E invece, no. Serenella, oggi, si fa icona dell’assurdo modo di pensare e di agire di gente che facilmente confonde - o finge di confondere- l’egoismo con l’amore, il desiderio col diritto. Ma prima di separare i buoni dai cattivi, prima di inveire sui genitori italiani all’origine di questa assurda nascita, sarebbe opportuno riannodare il filo. Dunque, la donna che aveva commissionato la nascita di Serenella – e che chiameremo Speranza - a un certo punto non ne ha voluto sapere. Non ce l’ha fatta. È ritornata sui propri passi. Può accadere a tutti che, dopo aver comprato un paio di scarpe, una bicicletta, un appartamento, di pentirsi della scelta fatta. È vero, ma qui non stiamo parlando dell’albero di Natale, ma di un essere umano. Se avessimo avuto la possibilità di interloquire con i committenti, gli industriali, i sostenitori dell’utero in affitto, fino a poichi mesi fa, ci avrebbero detto che il desiderio di questi genitori non poteva rimanere inappagato. «Un figlio è un diritto» sentiamo dire tante volte, e non di certo al bar. Non solo, ma alla domanda: «Quando un bambino può essere considerato un figlio?» in genere, la risposta è: «Quando lo si ama». Non è vero. Ci sono cuori grandi che riescono ad amare e donare la vita per decine, centinaia di bambini senza mai avanzare la pretesa di esserne diventati i genitori. Il rapporto genitore - figlio è ben più serio e complesso di quanto si voglia far credere. Speranza ha confessato: « Non la sentivo come mia figlia. Mi dicevo: che c’entro io con lei? Non ce l’ho fatta ».

Manteniamo la calma, deponiamo gli anatemi. Mettiamo via la gogna. Teniamo a bada lo sconcerto ed esercitiamo anche verso di lei quel sentimento che, a mio avviso, tiene in piedi il mondo, la pietà. A prima vista, il suo è un parlare insopportabilmente cinico. A prima vista, ho detto. Perché potrebbe essere – e, secondo me, lo è – semplicemente vero. In questo caso, al massimo, la possiamo incolpare di superficilità. Non solo, ma a ben guardare, potremmo inserire anche lei, insieme a Serenella, nella lista delle vittime di questo disumano e redditizio commercio, e dire che la signora Speranza è stata ingannata. Ripercorriamo, per quanto ci è possibile, la vicenda. Speranza soffre perché non può avere un figlio. Inizia a fare il giro dei ginecologi alla ricerca di una soluzione. Niente da fare, il figlio non arriva. Speranza ne fa un dramma. Qualcuno avrebbe dovuto aiutarla a capire che la vita di coppia, anche senza il figlio, è già un dono. Che avrebbe potuto riversare il suo amore facendosi accanto ai bambini che soffrono. Magari avrebbe potuto prendere in considerazione un’eventuale adozione. Ma, anche in questo caso, Speranza avrebbe dovuto imparare che si adotta e si ama un bambino per dargli gioia non per ricevere gioia.

Insomma, questa coppia, avrebbe dovuto fare un cammino, accompagnata da professionisti seri e amici fidati. Speranza, invece, bombardata da una propaganda martellante, che non si vergogna di catalogare i bambini come se fossero bambolotti, con tanto di listino prezzi e cose varie, ha ceduto. Ha creduto, finalmente, di risolvere il suo problema. Ha pensato di porre fine alla sua ricerca di felicità. Si è fatta convincere a commissionare e comprare il figlio. Chissà quanti conflitti interiori, quante domande, quanti dubbi. Avrebbe potuto parlarne, certo, ma con chi? Alla fine, Speranza è crollata. Ma aveva ragione: la povera, cara, incolpevole, stupenda Serenella non era sua figlia. Perché nessun contratto al mondo, per quanto ben studiato, può fare di un bambino fatto nascere con questa orribile pratica, un figlio. Tutti possiamo amare i bambini – e sarebbe auspicabile – come e più dei nostri stessi figli; vivere e morire per loro e i loro inalienabili diritti, ma essere madre o padre è un’altra cosa. Questo ci hanno detto Speranza e Serenella. Di questo dobbiamo prendere atto. Sull’ orribile commercio dell’utero in affitto occorre riflettere e legiferare, prima che sia tardi

 
 
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