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Don Patriciello: «Se non credessi alla morte e alla resurrezione di Cristo non troverei le parole davanti al dolore»

24/08/2019  Parla don Maurizio Patriciello, il parroco campano della "Terra dei fuochi", che sabato scorso nel Duomo di Brescia ha celebrato i funerali di Nadia Toffa. La famiglia della giornalista è stata colpita questa settimana anche dalla scomparsa della nonna. «Se non avessi la fede non saprei cosa dire»

don Maurizio Patriciello, 64 anni
don Maurizio Patriciello, 64 anni

È stato così anche per il funerale di Nadia Toffa, la conduttrice delle Iene morta di cancro a 40 anni,  che ha celebrato sabato scorso nel Duomo di Brescia. E lo è tutte le volte che accompagna con l’ultimo saluto un innocente. Don Maurizio Patriciello (64 anni) il parroco campano della "Terra dei fuochi", se lo chiede spesso: «Se non fossi prete, se non credessi nella morte e nella resurrezione di Gesù che parole avrei da dire? Si prende atto di un dolore immenso, di innocenti, bambini, di una giovane giornalista brillante e intelligente».

E anche sabato scorso le ha trovate le parole, in una chiesa gremita di gente. «Per salutare una ragazza che ha fatto parlare di sé tutta l’Italia, che ha unito Nord e Sud, che ha amato la giustizia e la verità e ha fatto un lavoro coraggioso in cui ha rischiato molto. La gente ha partecipato perché ha visto la professionista seria e preparata, ma anche la donna che amava il suo mestiere e sapeva “farsi accanto” alle persone che intervistava. Non dimenticherò mai Nadia quando la accompagnai a casa di Filomena, 27 o 28 anni malata - e poi morta - di cancro. Distesa sul divano Filomena stava ancora bene, parlava e diceva a Nadia guardando la sua bimba ancora con il pannolino: “Non posso pensare di essere morta tra una settimana”. Tra loro si creò subito tale e tanta simpatia ed empatia che fu naturale per me lasciarle sole».

E la gente ha capito

«Sì, la gente ha capito. Nadia non è stata solo stimata, ma amata. Alla fine dell’omelia, dopo aver tratteggiato la sua figura davanti a persone che la conoscevano molto meglio di me, i suoi genitori, le due sorelle più grandi, i colleghi delle Iene ho detto: adesso, però, ci fermiamo. Se Cristo non fosse risorto la nostra vita sarebbe vana. Nascere per morire non un affare così grande, ecco perché la morte e la resurrezione gettano una luce nuova sulla nostra vita. Breve o lunga che sia. Nadia ha avuto fame e sete di giustizia e adesso è arrivata alla fonte, alla sorgente di questa giustizia. In questa luce, ho chiesto ai genitori di andare 40 anni indietro, a quando avevano adagiato questa bimba nella culla. Un oggetto bello che dice gioia e futuro. “Vedete”, ho detto loro “questa bara è come una culla in cui dondoliamo Nadia tutti insieme per la vita eterna».

Qualche giorno dopo è mancata anche la nonna di Nadia. Un dolore dopo l’altro e diventa sempre più difficile trovare parole di consolazione…

«Ricordo la mamma di Luciano, un ragazzino di 16 anni morto di leucemia e quanto lei ha sofferto. Due mesi dopo, il figlio più grande di quella donna insieme a un cugino è morto sul colpo per un incidente in moto, investiti da una macchina che ha tagliato loro la strada. Ricordo di aver pensato: “Io non ce la faccio più a vedere bare bianche”. E il dolore atroce di quella donna che a distanza di poco salutava il secondo dei suoi tre figli e il nipote. Io non sapevo cosa dire davanti a quella morte. Se non di cercare di guardare anche quel figlio in un abbraccio nuovo, nell’abbraccio di Dio. È il problema della sofferenza che non risolveremo mai. Perché siamo esseri finiti, limitati e non dipende da noi. Come Gesù noi possiamo dimensionare la sofferenza, cercando di far soffrire l’uomo il meno possibile; e, di nuovo, fare come lui: metterci sotto alla croce di un altro e portarla insieme».

E lei che, prima di entrare in seminario a 30 anni, è stato caposala in ospedale e anche in pediatria lo sa bene...

«Ho fatto di tutto per andarmene. Non reggevo il loro dolore. Ho capito nel tempo che in quelle situazioni puoi solo farti piccolo coi piccoli, assumere un po’ della loro sofferenza e farti loro compagno di viaggio».

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