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mercoledì 22 settembre 2021
 
vera fede e idolatria
 

Le brutali eresie della "mafia devota"

22/03/2021  L’atteggiamento criminale dei clan non riguarda solo corruzione, malavita, connivenze di poteri dello Stato collusi: si tratta di uno stile di vita che include anche il rapporto con la religione, inquinando la stessa pietà popolare. La riflessione del teologo don Pino Lorizio (Università lateranense) dopo la Giornata della memoria delle vittime di mafia, l'accorato Angelus del Papa e il film "Il giudice meschino" con Zingaretti in tv

Qui e in copertina, la Madonna delle Grazie di Oppido Mamertina (Reggio Calabria) protagonista sua malgrado di un "inchino" (atto di omaggio) nel luglio 2014 durante la processione per le vie del paese: venne fatta fermare in segno di ossequio davanti alla casa di un anziano boss della 'ndrangheta ai domiciliari. I Carabinieri, accortisi dell'accaduto, abbandonarono la processione e fecero accertamenti. Foto Ansa. In alto: una processione, foto Ansa. .
Qui e in copertina, la Madonna delle Grazie di Oppido Mamertina (Reggio Calabria) protagonista sua malgrado di un "inchino" (atto di omaggio) nel luglio 2014 durante la processione per le vie del paese: venne fatta fermare in segno di ossequio davanti alla casa di un anziano boss della 'ndrangheta ai domiciliari. I Carabinieri, accortisi dell'accaduto, abbandonarono la processione e fecero accertamenti. Foto Ansa. In alto: una processione, foto Ansa. .

Abbiamo ricordato domenica 21 marzo le vittime delle mafie. La ricorrenza è stata accompagnata dal forte messaggio di papa Francesco all’Angelus, che denunciava il fatto che la mafia “scambia la fede con l’idolatria”. In serata, quanti hanno assistito alla messa in onda della fiction Il giudice meschino, hanno potuto verificare questa deriva idolatrica della fede nell’anziano boss della ‘Ndrangheta, don Mico Rota (Maurizio Marchetti), che confessa al pm Alberto Lenzi (Luca Zingaretti) non solo di recitare le preghiere della sera, ma anche di aver pregato un requiem per un morto ammazzato.

L’atteggiamento mafioso non riguarda solo la corruzione, la malavita, le connivenze di poteri dello Stato collusi, perché si tratta di uno stile di vita che include anche la religione e il rapporto col sacro, insinuandosi ed inquinando la stessa pietà popolare. Si pensi alle infiltrazioni mafiose nelle processioni e nelle feste patronali e agli inchini delle statue davanti alle abitazioni dei boss: quella che Alessandra Dino in un suo saggio del 2010 chiamava la “mafia devota”. Una lunga serie di esperienze viene esplorata in quel libro e, molti pastori ne sono perfettamente a conoscenza, anche perché capita agli uomini di chiesa di sperimentare l’impotenza di fronte a fenomeni, che sfuggono al controllo di ogni autorità sia civile che religiosa.

Non si tratta di semplice folklore, ma di una tentazione perenne con la quale la fede si deve confrontare e che bisogna tentare di sconfiggere in ogni modo e con tutte le risorse disponibili. E la tentazione consiste nella manipolazione del divino e della simbologia cristiana, suggerendo a chi avesse dei dubbi che i capimafia sono dalla parte di Dio e della Chiesa e che Dio e la Chiesa sono dalla loro parte. Sicché possono elargire la loro “protezione”, approfittando soprattutto di momenti di fragilità dei singoli e di disagio sociale ed economico, nonché della latitanza delle istituzioni proprio di fronte a queste emergenze. Il papa (e non è il primo) ha denunciato con forza non solo la possibilità, ma la realtà delle infiltrazioni mafiose in un momento tragico come quello che l’umanità sta attraversando: «Le mafie sono presenti in varie parti del mondo e, sfruttando la pandemia, si stanno arricchendo con la corruzione». Non solo, ma, sfatando il mito della presenza mafiosa soltanto nel meridione italiano, ne indica la presenza in diverse parti del villaggio globale.

La denuncia interpella tutti noi: siamo così sicuri che il nostro rapporto con Dio, Maria, i Santi non sia animato da un atteggiamento mafioso. Esibizione di simboli sacri, devozionismo, bigottismo, attenzione agli aspetti miracolistici e magici della fede cristiana nascondono spesso il desiderio di strumentalizzare il divino, onde piegarlo ai nostri bisogni immediati. E proprio questo si chiama “idolatria”. L’idolo, che si oppone all’icona è un’immagine che si porta dove si vuole e che si manipola a proprio piacimento, l’icona è l’immagine che si contempla, perché ci conduca nell’altrove della grazia. E l’icona del Dio invisibile è il Signore Gesù (Col 1,15), ossia il crocifisso. I greci che nel vangelo della V domenica di Quaresima di quest’anno chiedevano di “vedere Gesù” non vengono assecondati: a loro come a noi, si propone la croce: “quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32), indicando con quale morte sarebbe dovuto morire.

Di qui la necessità di nutrire la nostra fede con l’ascolto costante della Parola di Dio, piuttosto che col ricorso a devozioni fuorvianti, in quanto quelle autentiche sono tali solo e perché ci invitano alla sequela del Signore secondo il Vangelo. Nel cosiddetto ZoomWorship, ovvero nelle iniziative di culto cui siamo invitati a partecipare attraverso la rete, abbiamo una imperdibile possibilità di sperimentare e vivere la “sacramentalità della Parola” (Verbum Domini, 56), che suscita, sostiene e alimenta il nostro credere, così provato e fragile nell’oggi della storia.

 

 
 
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