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giovedì 14 novembre 2019
 
Il racconto di un parroco
 

Don Renzo: «Ho accolto una famiglia di rifugiati: in parrocchia non li volevano, poi hanno cambiato idea»

15/09/2017  E' l'incontro diretto e la conoscenza con l'altro, spiega il sacerdote che ha regalato una Renault bianca a papa Francesco, la vera chiave dell'accoglienza. «Il Consiglio pastorale aveva votato contro, qualcuno aveva anche alzato la voce». Oggi però la maggioranza si è ricreduta e molti degli ex-contrari sono coinvolti nella catena della solidarietà

Don Renzo Zocca, parroco di Pescantina alle porte di Verona, prima di parlare delle proteste che ci sono state quando ha deciso di ospitare una famiglia siriana giunta in Italia con i corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio, ci tiene a precisare: «Certo delle perplessità e delle contestazioni ci sono state, ma molte di più sono state le persone che ora sono coinvolte nell’accoglienza». Come la volontaria che, mentre lui risponde a Famiglia Cristiana, fa i compiti con la piccola Rama: ha appena terminato il primo mese di scuola, ma a settembre sarà in seconda elementare e dovrà essere in grado di parlare l’italiano.

Nel 1985 don Renzo ha fondato l’Ancora che, partendo dal quartiere di periferia Saval, ha esteso la sua azione a tutta la provincia. A Verona è un sacerdote noto: per l’assistenza ai poveri, ma anche perché scrive libri partendo da citazioni di Ligabue, negli anni dello scudetto è stato addirittura assistente spirituale dell’Hellas e nel 2014 ha regalato una macchina al Papa. Era la sua Renault 4 del 1984, che Francesco ha usato come simbolo della Chiesa “povera con i poveri” dal momento che l’utilitaria ha una storia lunga 300 chilometri di carità.

Don Renzo ha incontrato Bergoglio anche il giorno in cui ha conosciuto Rama: «La famiglia è arrivata al pomeriggio del 27 aprile a Fiumicino, al mattino sono stato a Santa Marta». A Francesco ha raccontato che la parrocchia di Santa Lucia avrebbe accolto una famiglia con i corridoi umanitari: «Si è commosso – racconta – incoraggiandoci a viverla come un’occasione di uscita per la nostra comunità. Al pomeriggio abbiamo conosciuto Fatima, una mamma di 25 anni, e le due bambine, Rama di 7 e Maran di soli 4 mesi». Il padre Akram arriverà, anche lui dal Libano, con il prossimo volo del 4 luglio: nel 2012, quando già la guerra in Siria era scoppiata, una bomba ha colpito l’uomo nel suo negozietto di patatine e bibite a Spina, nei dintorni di Damasco. Una gamba gli è stata amputata, ma ha ancora schegge conficcate nella coscia. I volontari che stanno accudendo la moglie e le figlie si sono già organizzati con un ospedale veneto per una nuova protesi, non appena sarà in Italia; ad aprile, infatti, Akram non era potuto partire perché, per una caduta, aveva dovuto mettere il gesso.

Questa famiglia è tra gli 850 siriani rientrati finora nel progetto sperimentale realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alle Chiese evangeliche, la Tavola valdese e il Governo italiano. Quando la loro casa è stata distrutta dalle bombe, sono scappati in Libano dove hanno sperimentato la dura vita dei campi profughi. Dopo aver fatto i primi colloqui con le autorità consolari italiane a Beirut, sono arrivati in sicurezza a Roma, con voli Alitalia, senza dover pagare i trafficanti e rischiare la vita in mare.

A Fiumicino ciascuna famiglia è accolta dalla realtà che li ospiterà: la famiglia di Spina ha trovato don Renzo che li ha accompagnati a Pescantina (il costo dell’accoglienza è a carico dell’Ancora). Qui una signora li ha accolti a casa propria: «Ha una casa grande – racconta don Renzo – e ne ha offerto una parte». Da subito Rama ha iniziato la scuola, la mamma a studiare l’italiano, in tanti si sono presi cura della neonata Maran, un pediatra ha visitato le bambine e il primo incontro con la commissione per l’asilo politico è già avvenuto. Corridoi umanitari vuol dire anche questo: l’accoglienza è ben organizzata, già prima dell’arrivo del nucleo. Un aiuto prezioso, come interprete dall’arabo, è quello di Soukaina, 20 anni, nata in Marocco, ma in Italia da quando era piccola. La parrocchia conosceva sua sorella, volontaria nella casa per anziani, mentre lei, musulmana, dava già una mano alla Croce rossa.

Eppure, alla notizia che don Renzo voleva accogliere una famiglia siriana in tanti si erano preoccupati: il Consiglio pastorale aveva votato contro, i parrocchiani gli avevano espresso perplessità, qualcuno aveva anche alzato la voce. «E infatti – dice il sacerdote – prima che la signora offrisse casa propria, avevo chiesto a delle agenzie immobiliari ma nessuno aveva voluto affittarci un appartamento». Oggi però la maggioranza si è ricreduta e molti degli ex-contrari sono coinvolti nella catena della solidarietà: «Ha ragione Papa Francesco quando dice: “L’incontro personale dissipa paure e ideologie distorte, e diventa fattore di crescita in umanità, capace di fare spazio a sentimenti di apertura e alla costruzione di ponti”». È l’esperienza vissuta a Pescantina: «L’accoglienza dei profughi è stato come il lievito per l’impasto, permettendo con gioia alla nostra comunità di mettere in pratica il Vangelo e facendo cambiare idea ai tanti che, arrabbiati e con parole anche dure, si erano scatenati contro». Chiedo a don Renzo se non sia rischioso che la Chiesa si schieri così nettamente, se non rischi di provocare spaccature nelle comunità parrocchiali: «È quello che ci chiede il Vangelo – risponde – dove Gesù non ha paura di dividere nell’annunciare, invitando a parlare con “sì, sì” e “no, no”». Domenica Papa Francesco, senza lasciare spazio a dubbi, ha detto all’Angelus: «Dobbiamo stare dalla parte dei rifugiati«».

 

 

 

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