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mercoledì 29 maggio 2024
 
L'intervento/1
 

Don Rigoldi: questo razzismo anti-lombardi è intollerabile, anch'io trattato come un untore

09/06/2020  Il sacerdote milanese interviene sull'ondata di strisciante xenofobia nei confronti di chi abita nella regione più colpita dal Covid-19: "Noi del Nord siamo solo più sfortunati, non infetti"

«Non si affitta ai meridionali». Negli anni del boom economico nelle metropoli del Nord capitava di leggere cartelli come questo. Oggi tra degli effetti della pandemia c’è un “razzismo” al contrario nei confronti dei lombardi: c’è chi si è visto rifiutare la prenotazione in località turistiche, chi è stato gentilmente invitato a tenersi lontano dalla sua seconda casa, chi fatto oggetto di battute e occhiatacce… Una paura dell’untore denunciata recentemente anche dall’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli che, intervistato dall’Huffington Post, ha parlato di «posizioni sbrigative e sprezzanti contro Milano e la Lombardia» che «nascondono un’invidia sociale nei confronti di chi è stato sempre ritenuto migliore». Insomma, l’esatto contrario della coesione sociale e territoriale che occorrerebbe in tempo di crisi.

«In effetti è successo anche a me qualcosa di simile», sorride don Gino Rigoldi, 80 anni, prete milanesissimo, cappellano del Carcere minorile Beccaria e fondatore di Comunità nuova per adolescenti in difficoltà. «Lo scorso aprile mi hanno chiesto di intervenire in una trasmissione che va in onda da Roma ma mi hanno invitato a farlo in collegamento rimanendo a casa: “Sa, lei è di Milano”. Naturalmente ho accettato di buon grado», specifica don Gino, «perché evitare di viaggiare in quelle settimane era una saggia norma di comportamento, valida per tutti. Ma potevano evitare quel riferimento al mio essere “milanese”».

Cosa c’è di sbagliato nel volersi difendere dal virus?

«Se c’è un pericolo è giusto evitarlo. Ma il pericolo non può essere la persona in quanto tale. Nella pandemia il pericolo è il virus, il pericolo sono i comportamenti che possono portare alla trasmissione del contagio, non una categoria di persone. Ogni essere umano ha una dignità e un valore inalienabile. Poi è giusto chiedere garanzie, è giusto prendere precauzioni, ma non si può motivarle con un “sei di Milano, non ti vogliamo, porti l’infezione” perché è una stupida generalizzazione. Alcuni sono abituati a dare valore agli altri solo per ciò che essi possono dati, mentre occorrerebbe anche saper dare. Sopportazione, aiuto, solidarietà… è quello che si chiama fraternità».

Sia quando il razzismo riguarda il colore della pelle, sia quando si riferisce a presunti portatori di virus, alla base c’è sempre la paura. E quando si ha paura si finisce per agire in modo irrazionale…

«Diciamo in modo semplificato e immotivato. Se giustamente parliamo di salute, diciamo che ci si deve proteggere da chi potrebbe essere portatore di contagio, non da chi vive in una determinata città. Facciamo la stessa cosa con gli stranieri. Le racconto un episodio recente: abbiamo una cooperativa per dare lavoro ai ragazzi che svolge manutenzioni nelle case del quartiere. Uno degli operai più bravi è nero. Ci è capitato che una famiglia non lo volesse far entrare…! Allora io dico: “Sapete, per noi cristiani tutte le persone sono uguali, ma capisco che voi appartenete a un'altra religione…”. A quel punto si sono arrabbiati ancora di più: “Ma come si permette, noi siamo cattolici”. E io ho ribattuto: “No, no, guardate che se voi rifiutate i neri appartenete a un’altra religione”. La cosa è finita lì. Siamo fatti così: finché possiamo sfruttare qualcosa degli altri allora ci vanno bene tutti, altrimenti scattano le chiusure».

Don Gino, non si diceva che da questa pandemia saremmo venuti fuori migliori? Date queste premesse comincerei a dubitarne…

«Il guaio è che le cose non succedono per caso. Avremmo dovuto diventare migliori perché siamo rimasti chiusi in casa? A me pare che la società ha bisogno di padri: servono figure come papa Francesco e Mattarella. I padri sono coloro che ti dicono: “Tu hai queste capacità, mettile a frutto”. Non sopporto più le persone che auspicano! Possono auspicare solo il Papa e il presidente della Repubblica. Tutti gli altri devono fare. Qui bisogna mettersi di buona lena con fatti, non parole. Anche i preti devono smettere di fermarsi sempre al crocifisso: devono guardare un po’ anche al Risorto».

 

 

 

 

 
 
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