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martedì 22 giugno 2021
 
Il libro
 

Donatella Di Paolo: «Ho scritto un romanzo per raccontare quanto è difficile il mestiere di donna»

14/01/2021  In "Volevamo conquistare il cielo", scritto a quattro mani con il collega Laurenzo Ticca, la storia di un amore complicato che svela tra l'altro quanto sia ancora "machista" il mondo del giornalismo televisivo

Donatella Di Paolo è una donna bella e coraggiosa. Classe 1962, genovese, mamma di tre figli, un passato di giornalista per le reti Mediaset, ha scritto un romanzo intenso e struggente  insieme al collega Laurenzo Ticca  che parte dai giorni della “bella gioventù”, quella della Contestazione, nel 1969, per arrivare a quelli recenti, al tempo dei bilanci e dei rimpianti. In Volevamo conquistare il cielo (Incipit23 edizioni) un uomo e una donna si incontrano, si amano, si dividono, le loro vite frante si incrociano e si rivedono vent’anni dopo per fare i conti con il loro passato. I temi intorno cui ruota la loro storia sono un amore profondo e incompiuto, la violenza sulle donne, le prevaricazioni maschili in ufficio, una malattia che cambia il corso della propria esistenza, come quella di Donatella, che ha una seconda vita come volontaria della Fondazione Francesca Rava, Mission Bambini ed Europa Donna con frequenti viaggi nell’inferno di Haiti, dove un bambino su tre muore prima dei cinque anni.

La protagonista è vittima delle avances di un superiore. Ogni riferimento in questo libro è puramente casuale?

«Naturalmente come in ogni romanzo alcune cose sono vere altre sono inventate, ma quello che ho deciso di non fare è scrivere riferimenti espliciti».

L’eroina Lea matura la consapevolezza che non si possono aggiungere giorni alla vita, ma si può aggiungere vita ai giorni.

«Lea si rende conto che la vita è ancora più importante quando sta per perderla. Ha perso il suo amore, la vita nascente, il figlio, sta per perdere la dignità di donna perché è stata violentata, lei donna illuminata che fa le inchieste sulla violenza sulle donne cade come tutte: è vittima del suo datore di lavoro. E alla fine è vittima del suo tumore. Solo che dal  suo tumore fa di tutto per uscirne .

Qual è il tema conduttore del tuo romanzo?

«Il fil rouge del romanzo è l’amore. Amore e vita sono la stessa cosa: non c’è vita senza amore. La nostra eroina vive nella nostalgia di un amore che, nel momento più duro della sua esistenza, decide di voler reincontrare.

Vita e tempo hanno una parte importante in questo romanzo.

«Quando si ammala Lea scopre che la vita è a tempo. Scopre che non si è immortali, che non si possono aggiungere giorni alla vita. La parte del tumore è completamente autobiografica, questo possiamo dirlo, l’ho vissuta dall’inizio alla fine. Ho scritto questo romanzo anche per denunciare la situazione di abbandono di molte  delle donne che si ammalano  di tumore al seno.  Una situazione poco rassicurante a dir poco, non puoi dire una parola di più, una di meno, sei una persona , o più spesso sei la tua malattia che in qualche modo va a elemosinare notizie quando avresti bisogno di  iniezioni di vita, di ottimismo.

Quando chiesi all’oncologo se ,a causa della chemioterapia ,mi sarebbero caduti i capelli ebbi l’impressione che mi ritenesse una vanitosa . Possibile che non si capisca quanto valgono i propri capelli per una donna? Se vedi una donna calva pensi subito ad una donna malata .  E poi  mi colpì la freddezza con cui mi fu  comunicata la diagnosi .Una sorta di shock psicologico che però ha favorito una reattività positiva. E la speranza di vedere crescere i miei figli ha dato un contributo decisivo».

Il vostro è un romanzo a due voci, piuttosto originale come formula…

«Nella vita c’è il punto di vista femminile e il punto di vista maschile. Abbiamo trovato molto interessante mettere insieme questi due approcci. Due storie che si separano e si incrociano. Luca è un uomo sconfitto anche dalla politica. Questa è la verità. Un uomo cupo, un uomo buio, un uomo che si sposa per caso e che cercherà Lea per sempre in tutte le donne che conosce. Lo abbiamo scritto a quattro mani con una certa facilità. Io e Laurenzo ci conosciamo da una vita,  siamo amici di famiglia da sempre. C’è un rapporto di enorme amicizia tra le nostre due famiglie. Io, lui e sua moglie abbiamo lavorato insieme  al Tg4 per 30 anni.

Dietro la lavorazione di un Tg, si evince da questo libro c’è una fatica bestiale, da minatori, da iloti….

«La Tv , e in particolare il tg che va in onda tutti i giorni con più edizioni al giorno, è un lavoro massacrante. Si lavora 365 giorni su 365. E’ diverso dalla carta stampata, spesso più approfondita, non c’è dubbio. Ma con  il tg  viaggi sempre sul secondo e quindi in uno stato perenne di stress. Il giornalista della carta stampata il giorno di Natale sta a casa .Io non ho mai fatto un Natale con i miei figli».

Cosa rende il lavoro di giornalista televisivo massacrante?

«Beh, alla base direi i tempi. Magari ti capita di arrivare alle 1840 con un servizio da montare e di dovere andare in onda alle 7 e 03 minuti e un secondo. Non puoi sgarrare, altrimenti hai un “buco” nel telegiornale, che è inconcepibile. Il lavoro del conduttore poi è molto divertente e stimolante ma devi avere una padronanza assoluta del mezzo. Devi essere sempre sul pezzo. Se muore il presidente degli Stati Uniti e sei in redazione ti dicono: “Tra tre minuti sei in straordinaria”, e per un’ora devi parlare del presidente, riproporre le immagini, commentarle, descriverle. Devi avere buone conoscenze dell’attualità , dei fatti . Devi essere sgamata su qualunque cosa».

A un certo punto Lea viene isolata e mobbizzata in redazione …

Viene ricattata  e sottoposta a una sorta di altalena in cui le tolgono il video e poi glielo restituiscono, come l’ossigeno. Il video può essere una droga. Per molte persone senza il  video , senza poter mostrare il faccione non sei nessuno. Ma questo non mi appartiene. Io ho avuto la forza di dimettermi da caporedattore e da conduttrice. Me ne sono andata perché  ho capito che la vita è altrove, che le cose importanti sono altre.  E poi non condividevo più quel modo di fare giornalismo. Credo di essere stata una rarissima eccezione. Sono stata molto orgogliosa di questa scelta. Il video ti fa sentire potente, la gente ti scrive, ti riconosce per strada. Il Tg4 era un Tg con un’utenza piuttosto popolare: tu andavi dal parrucchiere e ti riconoscevano. A me non faceva piacere ma c’erano colleghi felici perché tutto ciò titillava il loro ego. Sei un personaggio pubblico e le persone dicono addirittura di volerti bene ».

Succedono spesso episodi di molestie nelle redazioni?

«A mio parere il tasso è molto alto. Quello che cambia tutto è il video: un’arma di ricatto che spesso alcuni capi impugnano. Anche perché ci sono colleghi e colleghe che farebbero qualunque cosa per una breve comparsata in video. Non dimenticherò mai un episodio di  quando  proprio all’inizio della mia carriera  lavoravo a Genova, al Secolo XIX.

Un giorno incontrando in redazione Roberto Badino , un  grande editorialista ,gli dissi: “Ieri l’ho vista in televisione! E lui: “Scrivo editoriali da anni e non mi hai mai detto nulla. Mi hai visto dieci secondi in Tv e sei entusiasta. Ricordati che la Tv è fatta per gente che non ha niente da dire per persone che non hanno niente da fare”. Io rimasi impietrita, era un giudizio esagerato, un po’ tranchant, ma mi ricordai la lezione per sempre. Ho sempre avuto grande  considerazione per i giornalisti della carta stampata».

C’è un modo per fermare le avances dei direttori e dei colleghi?

«Quello che Lea non è mai stata in grado di fare: denunciare. Il problema è questa sorta di potere macho dentro gli uffici. Il direttore di questa Tv nel nostro romanzo è circondato da altri maschi. Laurenzo ha ben descritto queste riunioni di “machi” in redazione che fanno gruppo, che si beano delle avventure, vere, presunte, inventate e farcite del direttore-pavone, padre-padrone . Quando la donna cerca di rompere questo muro di gomma maschile fa una fatica incredibile ad esser creduta e quando si rivolge all’ufficio del personale le dicono: lascia stare, che sarà mai! Ma io ho fatto mia la celebre frase di Sant’Agostino: “La speranza ha due figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”».

Volevamo conquistare il cielo

Milano, 1969. Nel periodo più caldo della Contestazione Studentesca Lea e Luca si conoscono durante un'assemblea in università e tra loro è subito amore...

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