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Quando la Difesa è un'arma femminile

03/03/2014  Nella Nato per la prima volta cinque donne guidano i dicasteri della Difesa dei loro Paesi. Fra di loro, l'italiana Roberta Pinotti. Ma nel mondo sono già numerose le signore che hanno raggiunto questo incarico.

Le ministre della Difesa.
Le ministre della Difesa.

Al quartier generale della Nato a Bruxelles si sono fatte fotografare a braccetto, affiatate, sorridenti. Sono le cinque ministre della Difesa di Svezia, Norvegia, Paesi Bassi, Germania, Albania e, ultima arrivata, Italia (con Roberta Pinotti fresca di designazione da parte del neopremier Renzi). Fra di loro, solo la svedese Karin Enström, 47 anni, ha un passato professionale nelle forze armate, in qualità di capitano della Marina. E' la prima volta dal 1949 (anno della fondazione) che all'interno dell'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord si registra una presenza femminile così consistente.

Eppure, basta dare un'occhiata al panorama mondiale e si scopre che, in fondo, le donne alla guida della Difesa non sono poi una grande novità dell'ultima ora. Soprattutto se si guarda fuori dall'Europa. A partire dallo Sri Lanka, il Paese apripista in questo senso: qui nel 1960 Sirimavo Ratwatte Dias Bandaranaike fu anche la prima donna primo ministro al mondo e, in qualità di capo del Governo, ebbe contemporaneamente gli incarichi di ministro degli Esteri, della Difesa e del Lavoro. In seguito, fu la volta dell'India, con Indira Gandhi fra il 1975 e il '77 (che era già stata primo ministro). Seguirono poi molti altri Stati, il Pakistan con Benazir Bhutto, l'Australia, il Canada. Anche il Bangladesh e gli Stati UnitiFinlandia, Norvegia e Svezia, le Filippine. E poi i Paesi africani, lo Zimbabwe, il Senegal. Per molte di loro il ministero della Difesa è stato il trampolino di lancio verso incarichi più alti, la premiership o la presidenza.

In America meridionale, la prima donna ministro della Difesa è stata, nel 2002, Michelle Bachelet, che è poi diventata, per l'appunto, la prima "presidenta" del Cile e di recente è stata rieletta capo di Stato. La sua provenienza da una famiglia militare probabilmente le fu di aiuto nel gestire l'incarico di guida delle Forze armate cilene. Ma l'America latina - il continente che conta giù numerose donne alla presidenza - ha all'attivo un discreto numero di dicasteri della Difesa al femminile, fin dai decenni passati: in Colombia, Ecuador, Argentina, Bolivia, Uruguay. E in Venezuela, dove Hugo Chávez nel 2012 ha scelto l'ammiraglio Carmen Meléndez, che è stata poi confermata dal successore Nicolas Maduro.

In Francia c'è stata Michèle Alliot-Marie. La Spagna ha avuto la sua prima volta nel 2008 con la giovane Carme Chacón, che era anche in dolce attesa e dopo alcune settimane dalla nomina si presentò in visista ai contigenti in missione in Kosovo e in Afghanistan con il pacione.

Ma se ci si domanda se ci sia uno "stile femminile" per la Difesa, ovvero se, in qualche modo, una donna a capo delle forze armate di un Paese significhi conferire un volto più "gentile" a un settore tradizionalmente maschile, la risposta è no. «Non penso che gli ufficiali e i militari con i quali lavoriamo ci guardino in modo differente a come ci guarderebbero se fossimo uomini. E se lo fanno, non lo dimostrano», ha tagliato corto la 40enne ministra olandese Jeanine Hennis-Plasschaert, giusto per togliere di mezzo qualunque dubbio.

Insomma, come ha osservato anche il britannico The guardian, se si pensa che le donne alla Difesa, per la loro natura, si dimostrino più "colombe" degli omologhi maschi, si è fuori strada. Una prova per tutte: la tedesca Ursula Von Der Leyen, medico di 55 anni con sette figli, subito dopo aver assunto l'incarico - a dicembre 2013 - si è affrettata a prendere le distanze dal suo predecessore che aveva negato la partecipazione della Germania all'azione militare in Libia, e ha dichiarato che fu un errore, anche suo, astenersi nel voto al Consiglio di sicurezza dell'Onu che decise l'intervento.

La neoministra ha inoltre affermato che oggi i conflitti armati sono molto più vicini all'Europa e che, quando si tratta di rafforzare la sicurezza globale, è necessario partecipare alle missioni internazionali di peacekeeping con le proprie truppe sottolineando che «l'indifferenza non è un'opzione per la Germania». Alla voce della Von Der Leyen si aggiunge quella della collega olandese, che ha ribadito la necessità che l'Europa si impegni in modo deciso negli interventi militari all'estero. Meno "colombe" di così...

 
 
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