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venerdì 01 luglio 2022
 
 

Doping: non vedo, non sento, non parlo

01/07/2013  Colpire la memoria di Pantani sarebbe crudele. Ciò non vuol dire restare inerti di fronte a ipotesi di doping. Cerchiamo piuttosto chi sa e finge di non sapere.

Non è uno scandalo che l’antidoping guardi indietro, che conservi campioni biologici, che agisca retroattivamente: ci sono di mezzo regole del gioco e ragazzi da salvare.

Ma sulle vite da salvare c’è un punto fermo, davanti al quale non si torna indietro, ed è che la vita di Marco Pantani, morto il 14 febbraio 2004, ormai appartiene alla storia. Come alla storia appartiene il giudizio sul Pirata uomo fragile e campione decaduto. La vita di Marco Pantani non appartiene più alla giustizia e forse sarebbe giusto che non appartenesse nemmeno all’antidoping. Come il codice penale, in Italia, prevede che la morte di un imputato prima della condanna ne estigua il reato e che la morte dopo la condanna ne estingua la pena, sarebbe giusto che l’antidoping lasciasse in pace i morti e si occupasse con serietà delle pene da infliggere ai vivi e delle eventuali correità.  

Tutto questo non vuol dire che la storia di Pantani smetta di essere la controversa storia che è, che la morte estingua anche le responsabilità eventualmente accertate, trasformando in eroismo la fragilità. Di certo la morte non autorizza il resto del mondo del ciclismo e dello sport ad utilizzare il velo pietoso, che sarebbe giusto veder calare, per trasformare Pantani in un alibi a vantaggio dei troppi altri che probilmente aguzzando la vista avrebbero potuto notare, prima che fosse troppo tardi, le storture di uno sport che non ha più niente di dritto o quasi e invece sono stati ciechi e sordi in nome dello spettacolo che deve continuare.  

Togliere o lasciare il Tour a Pantani serve solo a impedirgli di riposare finalmente in pace, non cambia nulla allo stato comatoso del ciclismo, forse lo cambierebbe se si cominciasse – come sta facendo la Procura di Bolzano a proposito dell’atletica e del caso Schwazer – ad allargare lo sguardo alle persone che stanno attorno ai campioni perduti. Persone che non si accorgono mai di nulla. Come se fosse verosimile che i campioni, che sono di tutti quando vincono e più di nessuno quando si perdono o quando barano, si cacciassero sempre nel baratro da soli. Non è verosimile che così accada, anche se le complicità non sottraggono i campioni perduti alle proprie responsabilità, semmai sommano alle loro colpe altrui. 

Andare a caccia di fantasmi è un atto inutile come una foglia di fico, non così mettere spalle al muro i vivi, che pedalino o che spingano, perché collaborino e dicano ciò che sanno. Solo così si salveranno il ciclismo, il Tour e i campioni del futuro.

 
 
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