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Sos villaggi dei bambini
 

Perché non sia un salto nel vuoto

26/05/2017  Al compimento dei 18 anni i ragazzi cresciuti in comunità, fuori dalla famiglia d'origine, smettono di avere assistenza e cure. Costretti a crescere da un giorno all'altro, senza tutele. Le raccomandazioni di Sos Villaggi dei bambini

«L’auspicio è che il giorno del diciottesimo compleanno sia un giorno da festeggiare per tutti, non un lancio nel vuoto senza paracadute». Filomena Albano, autorità garante infanzia e adolescenza apre, a Roma, la tavola rotonda organizzata da Sos Villagi dei bambini per presentare la ricerca internazionale “Una risposta ai care leavers: occupabilità e accesso al lavoro dignitoso”. I care leavers, coloro che, letteralmente “lasciano la cura”, sono, ogni anno 3.000 in Italia. Ragazzi e ragazze che, al raggiungimento della maggiore età, sono costretti a lasciare le strutture che fino a quel momento li hanno seguiti e protetti. E così, al disagio di essere cresciuti fuori dalla famiglia d’origine, per questi “ex minorenni” si apre la strada tutta in salita dell’autonomia. Se i loro coetanei, dicono le ricerche, continuano a crogiolarsi tra le mura domestiche fino oltre i 30 anni, a loro, invece, è chiesto di diventare grandi in fretta. Magari mentre stanno preparando gli esami di maturità o stanno seguendo un difficile tirocinio lavorativo. Sempre di meno i tribunali per i minori estendono le tutele e l’accompagnamento di questi ragazzi fino al 21° anno, soprattutto per la mancanza di fondi. E, di fatto, quella che la burocrazia chiama «autonomia», per tanti di loro si trasforma in solitudine, disagio, abbandono.  

«Eppure i numeri non sono impossibili da gestire», commenta Sandra Zampa, vicepresidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza. Tremila persone ogni anno sono un numero che uno Stato può e deve affrontare. Per questi ragazzi è importante sicuramente la comunità, sono importanti le reti e il volontariato, ma è lo Stato che, nei loro confronti, non deve dismettere le sue responsabilità».

«Impotenza è la parola che mi viene spontanea se penso al momento del compimento dei miei 18 anni», dice Raffaella, che oggi di anni ne ha 19. Membro del gruppo giovani di Sos Villaggi dei bambini e vicepresidente di Agevolando, prova a spiegare con i suoi occhi cosa abbiano significato, per lei, gli anni in comunità. Con lei al tavolo ci sono Jenny, Adina, Fabio, Michela, Matteo. Raccontano i sogni, «perché sì, ci permettiamo anche di sognare», i successi delle cooperative che hanno avviato, al delusione di non poter continuare il percorso universitario, la fortuna di «aver avuto un educatore fisso per quattro anni», il confronto con i coetanei che hanno avuto una famiglia affidataria. «Vi abbiamo regalato un pezzettino di noi, abbiatene cura», dice Raffaella rivolta alla platea di adulti e ragazzi come lei.

Allo Stato, alle istituzioni chiedono di accompagnarli nella realizzazione di se stessi, che sia il lavoro o lo studio, di preservarne le relazioni affettive, di non metterli alla porta da un giorno all’altro. Ospiti delle comunità, in Italia, ce ne sono 17 mila o 20mila, a seconda di come si contano i numeri, con una percentuale sempre più alta di minori stranieri. «Per fare un esempio», prova a spiegare Filomena Albano, «un neonato che sta in casa famiglia con la mamma risulta tra i minori che si trovano in una struttura di accoglienza anche se, evidentemente, non è un minore che vive lontano dalla sua famiglia d’origine». Manca dunque una fotografia aggiornata e una normativa che parta dalle buone prassi che alcune regioni stanno sperimentando per il sostegno dei ragazzi in uscita dal percorso di accoglienza. «Le dimissioni vanno pensate», ricorda Roberta Capella, direttrice di Sos Villaggi dei bambini, illustrando le dieci “Raccomandazioni per lo sviluppo di una prospettiva attenta ai diritti dei bambini tra gli operatori dell’accoglienza residenziale in Italia (il testo è disponibile su www.sositalia.it). «Occorre pensare a una uscita graduale, costruita insieme con i ragazzi. I giovani vanno accompagnati da figure stabili, coinvolti nel percorso verso l’aunomia, affiancati da famiglie amiche in grado di sostenerli al momento dell’uscita dalla comunità. Ci sono tante cose da fare», conclude. «Gli unici due verbi che per noi non esistono sono darsi per vinti e rinunciare».

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