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martedì 22 giugno 2021
 
 

Concilio, sguardo nuovo sul mondo

11/10/2012  Ha rinnovato la Chiesa e i suoi rapporti con il mondo. C’è chi lo giudica tradito. E chi lavora perché sia applicato. Diamo la parola a testimoni ed esperti per un bilancio ragionato.

Quando annunciò al cardinale Domenico Tardini, segretario di Stato, l’idea di indire il Concilio, Giovanni XXIII «percepì l’assistenza dello Spirito Santo», come gli accadde soltanto in altre due occasioni durante il pontificato. L’inedita confidenza, fattagli direttamente da papa Roncalli, venne raccontata da monsignor Maurice Queguiner durante il processo di canonizzazione e documenta un’ispirazione della quale il Pontefice fu sempre certo.

Nel medesimo processo, monsignor Vittore Ugo Righi, segretario della delegazione apostolica di Istanbul ai tempi di Roncalli, ha testimoniato che l’arcivescovo gli aveva parlato più volte «della necessità di riaprire il Concilio Vaticano chiuso nel 1870. Diceva: “Il mondo da cento anni è cambiato, dobbiamo trovare formule di apostolato più aderenti alla necessità”». Roncalli manifestò sempre estremo interesse per i Concili. Durante gli anni della missione diplomatica in Oriente si era recato a Nicea, sede del Concilio del 325, «solo per toccare colle mani quell’acqua», leggiamo nell’Agenda privata del 23 luglio 1938. E nel 15° centenario del Concilio di Efeso, il 22 giugno 1931, volle andare a Efeso, con i suoi collaboratori, per far pervenire a Pio XI un telegramma che fu materialmente scritto dietro un mozzicone di colonna nella basilica sede del Concilio.

Sin dai giorni del Conclave, nella clausura della Cappella Sistina, l’allora patriarca di Venezia ragionò sull’idea di celebrare un nuovo Concilio: in particolare i cardinali Alfredo Ottaviani ed Ernesto Ruffini raccontarono di averne discusso con lui nella serata del 27 ottobre, il giorno precedente la sua elezione. Il 30 ottobre ne fece cenno al segretario Loris Capovilla e a metà gennaio sottopose l’ipotesi ai più stretti collaboratori della Segreteria di Stato, ricevendo dal cardinale Tardini – secondo quanto Giovanni XXIII appuntò sull’Agenda privata – un’immediata adesione: «Oh! ma questa è un’idea, una luminosa e santa idea. Essa viene proprio dal cielo, Padre Santo. Bisogna coltivarla, elaborarla e diffonderla. Sarà una grande benedizione per il mondo intero».

Nella tarda mattinata del 25 gennaio 1959 lo stentoreo grido Extra omnes (fuori tutti gli estranei), lanciato dal prefetto delle Cerimonie pontificie, monsignor Enrico Dante, risuonò nella basilica di San Paolo, annunciando un inatteso incontro riservato fra il Papa e i dodici cardinali presenti. Mentre ancora papa Roncalli era riunito nel «concistoro segreto», un comunicato della Sala Stampa vaticana rese noto che fra i motivi di tale riunione c’era «la celebrazione di un Concilio ecumenico per la Chiesa universale».

Il nome del Concilio Giovanni XXIII lo scelse il 4 luglio 1959, per un’improvvisa ispirazione al rientro da una passeggiata nei Giardini vaticani: «In casa trovai che il Concilio ecumenico in preparazione merita d’essere chiamato Concilio Vaticano Secondo, perché l’ultimo celebrato nel 1870 da papa Pio IX portò il nome di Concilio Vaticano I», svelò egli stesso. Però papa Roncalli non sentì mai l’evento conciliare come una sua proprietà. Il giorno precedente all’inaugurazione dell’11 ottobre 1962, ha testimoniato il segretario generale Pericle Felici, il Pontefice gli si era rivolto dicendo «con voce ferma e con lo sguardo proteso verso l’avvenire: “Il Concilio riuscirà”». E il 20 maggio 1963, due settimane prima di morire, ricevette il cardinale polacco Stefan Wyszyński. «Arrivederci a settembre», disse il cardinale; e il Papa, sorridendo: «A settembre troverete o me o un altro Papa. In un mese, sapete bene, si fa tutto: funerali dell’uno ed elezione dell’altro».

Saverio Gaeta

Monsignor Loris Capovilla, alle spalle di papa Giovanni XXIII
Monsignor Loris Capovilla, alle spalle di papa Giovanni XXIII

Monsignor Loris Francesco Capovilla, arcivescovo emerito di Loreto, conserva lucido il ricordo degli anni vissuti come segretario di Angelo Roncalli, dapprima nella sede patriarcale di Venezia e quindi a Roma, in Vaticano.

– Eccellenza, cinquant’anni fa papa Giovanni XXIII compì un pellegrinaggio a Loreto per invocare la protezione mariana sul Concilio. Che cosa le confidò?

«Fu una giornata stupenda. Nelle stazioni il convoglio veniva letteralmente abbracciato dalla folla, fusa insieme senza alcun protocollo, in un palpito solo. La confidenza si può dire che la fece alle persone assiepate alla stazione di Foligno: “Si dice che il mondo invecchia, ma non invecchia affatto. Cristo lo ringiovanisce e la Madonna lo vigila, la Madonna che abbiamo venerata a Loreto, dove lo spettacolo è stato davvero indimenticabile”».

– Quali immagini di papa Roncalli rammenta, fra le tante, di quell’11 ottobre, giorno inaugurale del Concilio?

«Scendendo dalla sedia gestatoria, appena entrato nell’aula conciliare, gli occhi pieni di lacrime per lo spettacolo dei duemila vescovi – duemila amici e fratelli, convenuti lietamente e consapevolmente al grande convegno –, egli percorse a piedi la basilica con il cuore intenerito dalla domanda di Cristo: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di questi altri?”. Era giunta l’ora di ritrovare l’unità della fede intorno al nucleo centrale della verità rivelata, per costruire realmente, e non soltanto a parole, la comunità della speranza». – In serata, poi, avvenne un episodio che è patrimonio ormai della storia. Come andarono realmente i fatti? «A un certo punto gli ricordai che il Comitato romano dell’Azione cattolica aveva predisposto una fiaccolata in onore suo e dei padri conciliari. Gli dissi che lo si attendeva al balcone per la benedizione. Lui tagliò corto, con decisione: “No, per oggi basta quanto ho fatto e detto stamane. Non è bene che il Papa si presenti in pubblico un’altra volta, tanto meno che parli”. Non osai replicare, ma nel frattempo dalla Segreteria di Stato avvertirono che la folla attendeva. Chiesi al Papa che almeno guardasse attraverso le tapparelle. Osservò, rimase stupito dalla scena che gli si presentava e disse: “Aprite la finestra, stendete il drappo. Darò la benedizione, ma non parlerò”. Non saprei spiegare cosa sia accaduto nel suo animo sensibilissimo. Evidentemente la gaudiosa manifestazione del popolo romano lo ispirò e così gli salì dal cuore alle labbra il discorso della luna (“Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera”), della carezza ai bimbi (“tornando a casa, troverete i bambini; date loro una carezza e dite: questa è la carezza del Papa”), della fede cattolica e della pace cristiana...».

– Dopo pochi mesi, alla fine della prima sessione conciliare, papa Roncalli morì. Quale ricordo conserva dei suoi ultimi tempi di vita?

«Le immagini fotografiche e la documentazione filmata ci hanno lasciato un papa Giovanni – ormai malato e coi segni evidenti di una prostrazione fisica che si stava annunciando – assorto in preghiera, sereno e commosso a un tempo, ancora animato, come nella voce robusta e squillante, da quella capacità di servizio che gli restò sino all’ultimo istante, nella consapevolezza di assolvere al mandato affidatogli da Dio, ma che riscuoteva già, in modo imprevisto, un consenso di una vastità mai conosciuta prima da alcun altro Papa nella storia».

Saverio Gaeta

La sera dell’11 ottobre 1962 mi trovavo negli studi della Rai di via Teulada. In quanto direttore dell’Avvenire d’Italia, e perciò presunto conoscitore di quel che faceva la Chiesa, mi fu chiesto di preparare un documentario di un’ora per spiegare che cos’era il Concilio che stava iniziando.
La Rai ha avuto un ruolo determinante nel far diventare il Concilio un fatto di popolo. Essa aveva allora l’esclusiva delle riprese televisive in Vaticano, e suo era il segnale che veniva trasmesso in tutto il mondo.
Non esistevano 900 canali, la Rai era da sola grazie a un monopolio legittimato e giuridicamente protetto. Se una cosa andava in onda sul primo canale, tanto più alle 9 di sera dopo Carosello, tutta l’Italia la vedeva.
Noi avevamo preparato un documentario su quanto ha preceduto il Concilio, ricco di riferimenti storici e interviste. Avevamo appena finito di montare le immagini del grande fiume bianco dei vescovi che la mattina, col Papa, dal Portone di bronzo aveva raggiunto la basilica. Aspettavamo di riprendere qualche immagine in diretta da San Pietro dove era preannunciata una fiaccolata dei romani per festeggiare il Concilio.

Pensavamo di cominciare con una specie di siparietto dalla piazza, per poi subito trasmettere il documentario. Non era previsto che il Papa parlasse; le telecamere erano lì per via della cerimonia del mattino ed erano puntate sull’emiciclo.
Ciò spiega perché poi nel celebre filmato di quella sera, si vede sempre la fiaccolata e non il Papa che parla. Ma ci fu la sorpresa.
A Giovanni XXIII, che non voleva affacciarsi, don Loris Capovilla chiese almeno di osservare quello spettacolo dai vetri. Papa Giovanni guardò, si commosse, e cominciò a parlare: «Cari figlioli...». Per un attimo noi fummo esitanti, perché quel fuori programma intralciava la nostra messa in onda. Ma Luca Di Schiena, che come vaticanista della Rai aveva il controllo e la regia di quegli eventi, gridò: «Restate in onda, mantenete il collegamento!».
E così il mondo ebbe, in diretta, il discorso della luna, e ce l’abbiamo ancor oggi. Che cosa fu quel discorso? Nella memoria esso è rimasto come un episodio minore, collaterale e fortuito, buono soprattutto a testimoniare la tenerezza del Papa. In realtà in quel piccolo discorso c’era già tutto il programma del Concilio.
C’erano i segni del tempo (la luna!) che con la Pacem in terris e la Gaudium et spes sarebbero diventati il luogo teologico del rapporto tra il cristiano e la storia.

C’era il superamento messianico della distinzione tra padri e figli: «La mia persona conta niente», disse papa Giovanni, «è un fratello che vi parla, diventato padre per volontà del Signore; ma tutti insieme, paternità e fraternità, è grazia di Dio». Il Papa veniva tirato giù dalle vette inaccessibili su cui lo aveva posto il Vaticano I, e veniva rimesso nell’assemblea dei fratelli. E c’era l’identificazione del vero interlocutore del Concilio: era il popolo che si era riunito in quella piazza, entrato senza filtri e credenziali, il popolo di Dio, la Chiesa dei discepoli. Ma non era più una massa passiva, che dovesse solo ascoltare.
Il Papa disse a quel popolo di fare qualcosa, di non essere solo spettatore, di carezzare i bambini, di asciugare lacrime, di evangelizzare, di annunciare il Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, di «continuare a riprendere il cammino ». Allora non lo si è capito; ma oggi si capisce che ciò che voleva dire il Papa, era che il Concilio era fatto non per gli addetti al culto, ma per loro, per le donne, gli uomini e i bambini «del nostro tempo».

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