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«Draghi? Lasciamolo lavorare: ha in mano le carte per cambiare l'Italia»

15/02/2021  A colloquio con l'economista Leonardo Becchetti, come il premier allievo dei gesuiti del liceo Massimo di Roma: «La sfida di questo governo è se i competenti riescono anche a essere popolari»

Leonardo Becchetti.
Leonardo Becchetti.

Leonardo Becchetti è un economista come Mario Draghi e come Mario Draghi ha studiato dai gesuiti del "Massimiliano Massimo" di Roma. Il suo nome, ci dice, risuonava ancora tra le pareti del liceo vent’anni dopo, nonostante il prestigioso istituto si fosse trasferito da Piazza dei Cinquecento nella zona Eur. Il metodo, al Massimo, è rimasto lo stesso: studio, sport, frequenza alla Messa e rigore critico. Con lui proseguiamo il dibattito nel campo dell’economia orientata al cattolicesimo sociale (dopo Stefano Zamagni e Luigino Bruni ) sul governo Draghi. A suo modo una novità nella storia della Repubblica. Un esecutivo misto di tecnici e politici dove però solo ai tecnici spettano le deleghe sulle riforme essenziali (Economia, ambiente, fisco, giustizia).

«Qualche volta», commenta Becchetti, «il progresso civile passa attraverso semplici scelte “giuste o sbagliate” che siano, su cui tutti o quasi tutti concorderebbero. E lì la visione “tecnica” può aiutare a raggiungere questo consenso, dove l’autorevolezza degli esperti aiuta a non fare errori (2+2 fa quattro e non può fare cinque, vaccinarsi è meglio che non vaccinarsi)».

Alla politica che posto diamo nel progresso civile?

«Ma il problema non si pone perché in genere quasi tutte le scelte implicano dei dilemmi e dei giudizi di valore. Quindi i tecnici puri non esistono. Ad esempio posso decidere di riformare il sistema fiscale in modo più o meno progressivo. Ed è una scelta eminentemente politica. Quindi il fatto che lo vari un “tecnico” non è di per sé garanzia che un provvedimento sia buono. Lo dovremo valutare in base agli impatti attesi e alla nostra scala di valori. La nostra di economisti civili vede al primo posto la dignità della persona e la soddisfazione e ricchezza di senso del suo vivere che dipende dalla generatività della sua vita. Su quello valuteremo e cercheremo eventualmente di essere di stimolo per proposte e miglioramenti. La sfida di questo governo è se i competenti riescono anche ad essere “popolari”».

Bankitalia ha decretato che il Recovery Fund va cambiato radicalmente. Guarda caso il direttore generale di Via Nazionale è diventato il ministro dell'Economia. Non c'è un'invasione di campo e un conflitto di interessi?

«Anche qui valuteremo i fatti. Non mi sono stancato di scrivere in questi mesi che i criteri per scegliere i progetti dovrebbero essere quelli del loro contributo in cinque direzioni: creazione di valore economico, di buoni posti di lavoro, riduzione del rischio ambientale, riduzione del rischio pandemico e aumento della ricchezza di senso e soddisfazione di vita».

Vaste programme, direbbe De Gaulle …

«Questa è la politica vera. Troppo spesso noi italiani ci appassioniamo alle tattiche politiche e ai duelli personali. A me piace vedere se le scelte producono effetti positivi o negativi che è quello che resta ai cittadini al di là dei pettegolezzi».

A parte le urgenze (i vaccini, il lavoro, il blocco dei licenziamenti) anche per lei l'ambiente e la transizione ecologica erano la priorità?

«Avendo lavorato per un anno su questi temi come consigliere del ministro Costa non posso che essere molto sensibile. Ma non si tratta di una mia sensibilità. E’ del tutto evidente che la competitività futura delle nostre stesse imprese e la qualità della vita in Italia e sul Pianeta dipenderà dall’affrontare con successo le sfide della sostenibilità. Ad esempio in Italia abbiamo secondo le stime dell’OMS 218 morti al giorno per malattie da polveri sottili. Ci decidiamo ad usare il 110% per cambiare tutti i sistemi di riscaldamento nella pianura padana (che da soli sono più della metà del problema) ? E abbiamo capito che l’economia circolare è il futuro del pianeta ed una grande occasione d’innovazione, per un Paese come il nostro che “circolare” lo ha dovuto diventare ante litteram perché da sempre povero di materie prime?».

L'economista Luigino Bruni si dice piuttosto scettico sul fatto che un uomo della finanza possa aderire a quelle istanze del cattolicesimo sociale che stanno al cuore del messaggio della dottrina sociale della Chiesa. Che ne pensa? Draghi è in grado contemperare le esigenze umanitarie e quelle legate all'economia?

«Luigino fa bene a pungolare, ma nemmeno nella cinematografia ci sono personaggi 100% buoni e 100% cattivi. Si cambia, ci si evolve (altrimenti non avremmo avuto San Francesco, San Paolo, Sant’Ignazio…) e ciascuno di noi può fare cose molto buone e grandi sciocchezze. Aiutiamo chi governa a capire e a far proprie le istanze della promozione del bene comune. Dipenderà anche dalla nostra capacità di essere convincenti, di fare rete nella società civile ed opinione pubblica. Dall’Alleanza contro la povertà, a Next, ad Asvis, al Forum per le Diseguaglianze e Diversità la società civile ha tanti modi strutturati di farsi sentire. Oltre ovviamente a quelli istituzionali delle rappresentanze di categoria. Ricordando a chi è arrivato adesso che creare meccanismi di partecipazione è essenziale. Tre quarti del conflitto sociale nascono dalla mancanza di riconoscimento dell’interlocutore indipendentemente dai temi trattati».

E' ragionevole l'entusiasmo del Terzo settore, o quanto meno alcuni suoi ambienti, in particolare quello contiguo a Comunione e liberazione, per Mario Draghi?

«Anche qui vedremo quello che accade. Giudichiamo dai fatti. Il primo grande successo “preventivo” del governo Draghi è quello di aver vinto o ridotto ai minimi termini l’antieuropeismo. Anche qui però non pensiamo che sia un risultato magico e irreversibile. Sono stati i progressi dell’Unione europea, di cui Draghi è stato grande protagonista, a cambiare l’opinione degli italiani e a bagnare le polveri degli antieuropeisti. La sfida è continuare a produrre risultati in questa direzione».

E l’entusiasmo di certe frange dell’economia civile?

«Sul Terzo settore c’è un modo moderno e di frontiera e un modo antiquato di guardare al fenomeno. Quello moderno è capire che organizzazioni economiche e sociali capaci di coniugare ricchezza di senso del vivere, occasioni di gratuità e valore economico e sociale sono fondamentali per il progresso verso il bene comune, sono il perno della ricchezza di senso dell’economia e della società del futuro. Quello antico è pensare che bisogna innanzitutto produrre non importa come e poi chiamare il Terzo settore a mettere i cerotti sulle ferite sociali e ambientali. Spero vivamente che ormai siamo tutti consapevoli della differenza».

Un'altra obiezione è che l'alta finanza, quella da cui proviene Mario Draghi, ad esempio già manager di Morgan Stanley,  è tutto tranne che sussidiarietà.  Nella sua intervista Bruni sosteneva che non c’è nulla di più centralista della Banca centrale europea. Che ne pensa?

«Da una vita lavoro sui temi della finanza etica ed oggi diremmo generativa. La finanza ha messo in campo in questi ultimi decenni strumenti straordinari di sussidiarietà e partecipazione. Sta a noi farli diventare sempre più “alti” ovvero se capisco bene di peso e rilevanti. Un esempio. 23 anni fa abbiamo fatto nascere con Banca Etica in Italia il primo fondo d’investimento etico (etica sgr) che “votava col portafoglio” per le aziende responsabili mettendo solo quelle nel proprio portafoglio. Ci presero per matti. Nel 2018 Larry Fink, il CEO del primo fondo d’investimento del mondo (Blackrock con più di 6000 miliardi di masse gestite) ha annunciato che non avrebbe messo più i suoi soldi in aziende senza finalità sociali e ambientali e quest’anno un’indagine di Price Waterhouse Cooper ha rilevato che il 77% dei gestori mondiali ha intenzione di ritirare i propri fondi da imprese meno responsabili».

La priorità dell'allta finanza però resta sempre la speculazione, la massimizzazione del profitto …

«La finanza sta cambiando molto perché sono sempre di più, anche tra gli addetti ai lavori, i consapevoli che capiscono che la vera ambizione è l’impatto generativo e la ricchezza di senso del vivere mentre il profitto è solo un utile strumento. 23 anni fa abbiamo visto lontano e avevamo ragione. Ora guardando lontano vediamo arrivare la rivoluzione che metterà al centro della vita sociale ed economica la ricchezza di senso del vivere (la felicità "eudaimonica", come la chiamerebbe Aristotele). Sono sicuro che non sbagliamo neanche questa volta».

 

 

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