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Duccio Demetrio: Quel vuoto ci spaventa

18/01/2014 

Duccio Demetrio
Duccio Demetrio

Duccio Demetrio è un professore universitario, presiede a Milano Bicocca il corso di laurea di Scienze dell’educazione, ma ha al suo occhiello un paio di fiori esotici: è fondatore dell’Accademia del silenzio, nonché direttore scientifico della Libera università dell’autobiografia di Anghiari, chiari inviti, entrambi, all’introspezione. Chi meglio di lui può aiutarci a capire da dove venga questo bisogno, nostro o presunto da altri, di coprire con musica e voci ogni spazio della nostra vita?

Professore, che succede, da dove viene questo bisogno?
«Dobbiamo considerare che ormai è una consuetidine delle nostre case la presenza costante di un cicaleccio di televisore, come un brusio di fondo, che non si ascolta ma che ci incoraggia a sentirci collegati con il mondo. D'altra parte il silenzio continua a fare paura».

Dice "continua" perché è sempre stato così o il timore si è acuito negli ultimi tempi?
«Indubbiamente è un malessere del nostro tempo, perché è in questo tempo che la musica e i rumori esterni fanno parte della nostra quotidianità, tanto che nel momento in cui ci mancano mettiamo le cuffie perché non sappiamo reagire in altro modo al silenzio, che invece di offrirci possibilità di raccoglimento ci inquieta. Abbiamo un bisogno globale di sentire voci e parole, anche se poi non ci fermiamo a coglierne il senso. Siamo immersi in un blob in cui un gregoriano può mescolarsi con il rock in un rumore indistinto. L’essenziale è che ci distragga dai problemi e dai temi importanti della nostra esistenza, tanto che il silenzio è ormai difficile da trovare e conservare persino nei suoi luoghi deputati come quelli della preghiera».

Ha a che fare con questo il fatto che anche il minuto di silenzio istituzionale, commemorativo, finisce per essere interrotto prima della fine da un applauso?
«E' come se esistesse una paura subliminale per tutto ciò che ci riconduce in noi stessi e ai momenti che storicamente, in tempi meno fragorosi del nostro, attribuivano all’esperienza del silenzio un valore di necessità sociale, civile, religiosa. Oggi il silenzio non è più necessario. Lo possiamo espellere, finendo per espellere però anche i motivi della contemplazione, della preghiera, del pensiero interiore: non puoi contemplare un paesaggio o leggere  una pagina importante assediato da suoni affastellati e confusi».

Del rumore si fa un’operazione di marketing: negozi e ristoranti mettono musica si suppone per attirare qualcuno…
«Sì, in tanti posti forse sembra quasi che si voglia coprire la disponibilità tra persone ad avere un dialogo in un certo luogo».

Chi decide che la musica attira: il gusto della clientela o chi pretende di interpretarlo?
«C’è una collusione tra le politiche commerciali del rumore e questa nostra fragilità e debolezza, tenendo conto del fatto che le musiche vengono commisurate, nel supermarket per esempio, ai desideri della clientela: si tratta di musiche invoglianti, scelte pensando al prodotto».

L’accademia del silenzio, che ha fondato tre anni fa, è una provocazione contro questa tendenza?
«In qualche modo sì: vorremmo inventarci il bollino della penna blu, per contrassegnare i locali silenziosi in cui si possa conversare in pace. È una battaglia donchisciottesca, lo sappiamo, ma è importante. Nei ristoranti le persone che non parlano al tavolo, che giocano con i cellulari o che gettano sguardi a uno schermo impotente pure lui a comunicare qualcosa sono il segno di un assenza crescente di disponibilità a incontrarsi, a parlarsi. La prossima estate fonderemo a San Leo nelle Marche in agosto una scuola di pedagogia del silenzio rivolta a genitori, educatori e insegnanti perché lavorino per  la rieducazione al silenzio. Siamo un gruppo sparuto, ma i nostri Taccuini del silenzio, pubblicati con Mimesis, hanno avuto grande riscontro, segno che più d'uno avverte l'esigenza riflettere su questo tema».  

 
 
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