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martedì 22 settembre 2020
 
Vera ripresa?
 

Due cose da dire sul lavoro che cresce

12/05/2015  I dati Inps sui primi tre mesi del 2015 segnalano un aumento dell’occupazione e del lavoro stabile. Ma c’è un trucco statistico: la seconda affermazione è certa, la prima un po’ meno. Ecco perché.

Il lavoro aumenta dice l’Inps e di certo non può che essere una buona notizia. Ma i numeri vanno letti e interpretati. E ci sono due  cose che ad una analisi più accurata balzano all’occhio. Vediamoli.

Partiamo dai dati

Quelli diffusi ieri – fonte Osservatorio sul precariato dell’Istituto di Previdenza -  dicono che tra gennaio e marzo, sono stati attivati 1,33 milioni di nuovi contratti di lavoro, di cui 470mila sono a tempo indeterminato: il 24% in più del 2014. A questi, si aggiungono 149mila contratti a termine o apprendistato che sono stati trasformati in contratti a tempo indeterminato. Considerando che le cessazioni sono 1,01 milioni, il saldo positivo (nuovi contratti-cessazioni) dei rapporti di lavoro del primo trimestre dell'anno arriva a 319mila unità, un balzo del 138,3% rispetto allo stesso periodo del 2014.

Lavoro in più?

  

Dunque ecco il primo numero: 319 mila unità. Sono davvero “unità in più”? Si è allargata l’occupazione italiana? Insomma: c’è più lavoro? Gli esperti avvertono che occorre cautela. A dirlo è un giurista come Michele Tiraboschi, direttore del centro di ricerche Adapt e già allievo di Marco Biagi, uno dei padri del diritto del lavoro italiano. Tiraboschi spiega che l’Inps si basa sulle comunicazioni obbligatorie dei datori di lavoro al ministero. E che tali dati tengono conto “solo del numero dei nuovi contratti stipulati che possono essere a termine, di apprendistato, tirocini e può capitare che in un anno una stessa persona venga computata anche dieci volte”. In sostanza l’Inps ha i dati che si riferiscono ad assunzioni e cessazioni da lavoro subordinato (anche più rapporti in capo allo stesso datore di lavoro), mentre l’Istat – che non a caso a marzo segnala un calo di occupati di 70mila persone – comprende anche lavoro autonomo e irregolare. Risultato: nel caso di stabilizzazione di un lavoratore autonomo, cocopro o a partita Iva  all’Istat non risulterà un occupato in più mentre l’Inps conteggerà un nuovo rapporto di lavoro subordinato. Ecco spiegata la differenza tra le due rilevazioni, più ottimistica nel caso dell’Inps. In sintesi: l’Inps ha ragione, ma a metà. Ed è lo stesso presidente dell’istituto di previdenza Tito Boeri a confermarlo: “Il fatto positivo è che il lavoro tende a essere più stabile che in passato. Per sapere se l’occupazione aumenta meno bisognerà aspettare i dati Istat di inizio giugno”.

Lavoro più stabile?

Eccolo il secondo punto, introdotto dalle parole di Boeri: di che tipo di posti stiamo parlando. Sono posti di lavoro stabile, cioè a tempo indeterminato? "Nel primo trimestre 2015 aumentano", dice di nuovo l'Inps, "rispetto al corrispondente periodo del 2014, le assunzioni a tempo indeterminato (+91.277), mentre diminuiscono i contratti a termine (-32.117) e le assunzioni in apprendistato (-9.188)". Un approfondimento ulteriore sulle tabelle permette di dire che i rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono cresciuti di 203mila unità nel primo trimestre. Ma soprattutto la quota di assunzioni con rapporti stabili è passata dal 36,61% del primo trimestre del 2014 al 41,84% del primo trimestre del 2015. In particolare, nel corso del mese di marzo 2015 la quota di nuovi rapporti stabili ha raggiunto la misura del 48,2%.

Su questo dato sembrano dunque esserci pochi dubbi. Se anche l’Inps ha computato diverse volte una stessa “comunicazione” al ministero, è certo che i nuovi rapporti a tempo indeterminato sono cresciuti. Nuovi posti o semplici trasformazioni che siano sono tutti posti veri.

L’effetto di tale mutazione sta indubbiamente negli sgravi contributivi disposti dalla legge di stabilità: fino a 8.060 euro su tre anni per un risparmio che per le imprese si stima in 155 milioni di euro. Su questo, dunque, sembra proprio avere ragione il premier Renzi: gli sgravi stanno producendo lavoro più stabile. "Mi colpisce - ha commentato su Facebook - che ci sia chi dice: 'beh però una parte non sono nuovi contratti, ma regolarizzazioni e stabilizzazioni”. Fa sorridere! Era infatti proprio quello che volevamo. Non è la stessa cosa per un precario vedere trasformato il proprio contratto a tutele crescenti: è una svolta per la vita di tanti ragazzi della nostra generazione. Perché significa un mutuo, le ferie, la maternità. Naturalmente c'è ancora molto lavoro da fare".

Renzi para così le critiche di parte del sindacato, in particolare della Cgil, secondo cui la base occupazionale si sarebbe “solo” trasformata da precaria in stabile a un prezzo molto alto: l’abolizione delle tutele dell’articolo 18 in materia di licenziamento disposto dal Jobs Act. Insomma il lavoro è più stabile nel tempo, secondo il sindacato più precario nelle tutele, secono il premier ovviamente no.

La sintesi

  

Insomma il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda di come lo si guardi, e non è una frase fatta, perché di mezzo ci sono fonti statistiche diverse. Dunque più che abbandonarci all’entusiasmo o cadere in depressione per i numeri che di mese in mese Inps e Istat ci forniscono, servirebbe di volta in volta ragionare, guardare i dati e chi li emette.

E soprattutto, modesta proposta per il futuro, servirebbe una base statistica comune per evitare raffronti che possono prestarsi a strumentalizzazioni di parte a seconda delle convenienze politiche. In altri Paesi le rilevazioni statistiche hanno una virtù che noi non conosciamo: sono univoche. Arrivano da una sola fonte. E i cittadini (oltre che i giornali) ringraziano.

OSSERVATORIO SUL PRECARIATO / gennaio-marzo 2015

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