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martedì 11 maggio 2021
 
Immigrazione
 

E ci sono già quelli che lavorano “quasi gratis”. Gli sfruttati

09/05/2015  Secondo l’Eurispes in tutta Italia il nero nel settore agricolo (dati 2013) ha riguardato il 32% dei lavoratori. Tra di loro, 100 mila stranieri sono stati sottoposti a gravi forme di sfruttamento. Il Medu (Medici per i diritti umani) ha assistito gli immigrati durante la campagna di raccolta. E ne ha intervistati 788.

Basilicata.
Basilicata.

Lavoratori che vivono da anni in Italia, hanno quasi tutti il permesso di soggiorno, seguono la stagionalità dei prodotti in Puglia, Calabria, Basilicata, mentre sono più stabili in Campania e Lazio. È la fotografia del modello mediterraneo dell’agricoltura, fondato su sfruttamento e caporalato.

Spesso è “lavoro grigio”, cioè regole che si adattano in base alle convenienze, al cinismo del padrone e a pezzi di carta che fanno da scudo ai controlli delle forze dell’ordine. Come quelli di Yacouba del Niger. Non ha mai avuto i documenti da quando è in Italia. Ma lavora con un contratto. Stipulato con i documenti di un suo amico.

Nel 2013, secondo l’Eurispes in tutta Italia il nero nel settore agricolo ha riguardato il 32% dei lavoratori. Tra di loro, 100 mila stranieri sono stati sottoposti a gravi forme di sfruttamento e costretti a vivere in insediamenti malsani e fatiscenti. Nello stesso anno, gli immigrati regolarmente assunti nelle campagne italiane sono stati 320 mila, che hanno svolto il 23,3% di tutte le giornate lavorative dichiarate dai lavoratori del settore.

Per undici mesi, da febbraio a dicembre 2014, le unità mobili di Medici per i diritti umani (Medu) hanno prestato la prima assistenza medica nei campi del Meridione. È stata l’occasione per intervistare 788 migranti, provenienti in gran parte da tre aree: l’Africa occidentale (Calabria e Basilicata), il Maghreb (Campania) e il subcontinente indiano (Lazio). Il caporalato è una pratica diffusa, talvolta diventa la “tassa” sul trasporto nei campi e prevede un’articolazione tra “capineri” e “padroni bianchi”.

A Rosarno e nella Piana di Gioia Tauro, da novembre a marzo si raccoglie il 60% delle arance prodotte in Calabria. La bocciatura è senza appello: «Nulla cambia», si legge nel rapporto dell’associazione, «di stagione in stagione si consolida una vera e propria zona franca di sospensione della dignità e dei diritti. Ciò che sembra mancare del tutto, prima ancora di una puntuale pianificazione dell’accoglienza, è la volontà politica di affrontare la questione».

Nel frattempo l’83% dei braccianti vive in insediamenti precari privi di servizi igienici, acqua ed elettricità, mentre uno su cinque dorme per terra per la mancanza di un letto. Il 77% degli sfruttati ha un permesso di soggiorno, il 38% per motivi umanitari, il 18% per protezione internazionale e il 12% per lavoro. Clementine e mandarini si pagano soprattutto a cassetta (1 euro), mentre le arance a giornata, 25 euro in nero a fronte dei 42,96 lordi previsti dal contratto provinciale del lavoro.

Rosarno.
Rosarno.

Nella Capitanata, in provincia di Foggia sono oltre 20 mila gli stranieri che tutto l’anno si dedicano alla raccolta di frutta e ortaggi e da luglio a settembre del pomodoro. Seimila vivono in insediamenti precari, come il “Gran Ghetto di Rignano”.

Spiegano gli operatori di Medu: «Il reclutamento avviene in modo sistematico attraverso il caporale e il rapporto di lavoro è di norma caratterizzato da sottosalario, cottimo e irregolarità contributive». Oltre a portare l’acqua nella baraccopoli di Rignano, la Task Force della Regione Puglia ha convolto la società civile e le associazioni in progetti come “Capo free ghetto off”. Tuttavia, i risultati sono stati deludenti. Anche per il “bollino etico”: prevedeva degli incentivi economici (da 300 a 500 euro) per le aziende che avessero assunto rispettando i diritti, ma nessuna ne ha fatto richiesta. Lavoro nero e caporalato sono radicati e più vantaggiosi.

Caporalato, capineri e capibianchi

Nel Vulture-Alto Bradano, in Lucania, i primi stranieri arrivati a lavorare la campagna furono i tunisini, marocchini e algerini nella seconda metà degli anni Ottanta. Ora sono subsahariani, soprattutto del Burkina Faso; quasi tutti residenti nel Nord Italia, qualcuno in Campania, ma spostatisi qui per lavoro.

A differenza del nero di Gioia Tauro, da agosto a ottobre la raccolta del pomodoro lucano si tinge di grigio: formalmente regolare ma, nei fatti, viziato da irregolarità salariali. Ben il 92% dei lavoratori ha un permesso di soggiorno (ma solo il 62% la tessera sanitaria), il 55% è in possesso di un contratto di lavoro, ma la maggior parte non sa se e per quante giornate vengano versati i contributi.

Qualcosa comunque è stato fatto: secondo la Coldiretti di Potenza, il lavoro nero sta diminuendo grazie all’aumento dei controlli dell’ispettorato del lavoro. Tuttavia, i braccianti vengono ancora ingaggiati attraverso il caporale, che trattiene 0,50 euro per ogni cassone di pomodori. Coldiretti ammette che nella maggior parte dei casi il pagamento rimane a cassone (in media, 15-20 da 300 chili l’uno in una giornata), nonostante il Contratto provinciale firmato da tutte le organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro sancisca che la paga debba essere a giornata «al fine di evitare lo sfruttamento dei lavoratori, soprattutto extracomunitari e il fenomeno del caporalato».

Un casolare di Taurianova utilizzato dai lavoratori immigrati.
Un casolare di Taurianova utilizzato dai lavoratori immigrati.

La modalità di ingaggio ha ripercussioni su come si sta al lavoro: chi viene pagato a cassone molto più difficilmente farà una pausa rispetto ai colleghi a ore. Quanto allo stipendio, se in Calabria e Campania oscilla tra i 25 e i 35 euro, qui sale tra i 57 e i 76 al giorno. Il motivo? La raccolta in Basilicata è molto più breve (30-60 giorni) e le condizioni di lavoro particolarmente estenuanti. Lavorare il più possibile, in un breve lasso di tempo, per guadagnare il più possibile.

La Regione ha istituito una Task Force che nel 2014 ha avviato alcuni tentativi di accoglienza, ma il ritardo nell’apertura dei centri di Palazzo San Gervasio e Venosa ha costretto la maggior parte dei lavoratori a vivere in tende, baracche e casolari della riforma fondiaria, abbandonati e oggi rioccupati.

Una fabbrica abbandonata di Rosarno, divenuta dormitorio.
Una fabbrica abbandonata di Rosarno, divenuta dormitorio.

Non manca il fenomeno della vendita dei contratti di lavoro

Se il territorio lucano è incapace di assorbire la manodopera al termine della raccolta del pomodoro, nella Piana del Sele in provincia di Salerno la continuità lavorativa durante l’anno ha permesso un progressivo miglioramento della qualità della vita dei braccianti stranieri, che per l’88% vivono in una casa in affitto.

Anche qui, in una zona che per la ricchezza dei suoi prodotti è chiamata la “California d’Italia”, il lavoro è però grigio: il 60% dei braccianti ha un contratto di lavoro ma il 64% di questi si vede riconosciute a livello contributivo meno giornate di quelle effettivamente svolte. Il 12% ammette il ricorso al caporale e non manca la vendita di contratti di lavoro, che possono arrivare a costare anche 6 mila euro.

Nell’Agro Pontino in provincia di Latina, i sikh del Punjab indiano vivono in modo stanziale. Il 70% ha un contratto di lavoro nel settore agricolo, ma per Medu «il caporalato qui assume le caratteristiche di una vera e propria tratta di esseri umani».

Il 21% dei braccianti si spacca la schiena per più di 10 ore al giorno, tra sottosalario e contratti comprati. Aggiungono dall’associazione: «Truffatori  scambiano l’assunzione e il permesso di soggiorno con un debito di migliaia di euro che i lavoratori del Punjab estinguono in anni di lavoro gratuito». Producendo gli ortaggi che andranno a finire nei mercati della Capitale.

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