Contribuisci a mantenere questo sito gratuito

Riusciamo a fornire informazione gratuita grazie alla pubblicità erogata dai nostri partner.
Accettando i consensi richiesti permetti ad i nostri partner di creare un'esperienza personalizzata ed offrirti un miglior servizio.
Avrai comunque la possibilità di revocare il consenso in qualunque momento.

Selezionando 'Accetta tutto', vedrai più spesso annunci su argomenti che ti interessano.
Selezionando 'Accetta solo cookie necessari', vedrai annunci generici non necessariamente attinenti ai tuoi interessi.

logo san paolo
martedì 21 maggio 2024
 
udienza generale
 

«È missionario chi vive, dove si trova, come strumento dell’amore di Dio»

07/06/2023  Davanti alle reliquie di Santa Teresa di Gesù Bambino il Papa ricorda che la Santa, patrona dei missionari, non andò mai in Paesi lontani. Perché la missione è quella di amare e far amare Gesù, di far toccare a tutti la sua misericordia. Domani, con l'Azione cattolica, un minuto di preghiera per la pace nel mondo

Ebbe «più rose che spine», ma proseguì nella azione: quella di avvicinare tutti all’amore di Dio. Santa Teresa di Gesù Bambino, della quale sono state portate le reliquie in piazza San Pietro, patrona delle missioni, in realtà non andò mai, realmente in una terra lontana. «Come si spiega questo?», chiede il Papa che preannuncia, per i 150 anni dalla nascita della santa, una lettera apostolica. «Era una monaca carmelitana e la sua vita fu all’insegna della piccolezza e della debolezza: lei stessa si definiva “un piccolo granello di sabbia”. Di salute cagionevole, morì a soli 24 anni. Ma se il suo corpo era infermo, il suo cuore era vibrante, era missionario». Lei stessa racconta, nel suo diario, «che essere missionaria era il suo desiderio e che voleva esserlo non solo per qualche anno, ma per tutta la vita, anzi fino alla fine del mondo. Teresa fu “sorella spirituale” di diversi missionari: dal monastero li accompagnava con le sue lettere, con la preghiera e offrendo per loro continui sacrifici. Senza apparire intercedeva per le missioni, come un motore che, nascosto, dà a un veicolo la forza per andare avanti». E anche se spesso le consorelle non la capivano, lei offriva tutto con amore, anche «la malattia, anche i giudizi e le incomprensioni. E lo fece con gioia, e lo fece per i bisogni della Chiesa, perché, come diceva, fossero sparse “rose su tutti”, soprattutto per i più lontani».

Furono due gli episodi che cambiarono la sua vita: a 14 anni quando il padre, dopo la messa di mezzanotte del Natale 1886, le si rivolse male e lei, dopo aver pianto, trova in Gesù la forza di consolare il genitore e di accoglierlo con gioia. «Da allora rivolse il suo zelo agli altri, perché trovassero Dio e anziché cercare consolazioni per sé si propose di “consolare Gesù, [di] farlo amare dalle anime”, perché – annotò Teresa, Dottore della Chiesa – “Gesù è malato d’amore e [...] la malattia dell’amore non si guarisce che con l’amore”. Ecco allora il proposito di ogni sua giornata: “Fare amare Gesù”, intercedere perché gli altri lo amassero. Scrisse: “Vorrei salvare le anime e dimenticarmi per loro: vorrei salvarle anche dopo la mia morte”. Più volte disse: “Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra”. Questo il primo episodio che le cambiò la vita a 14 anni».

Il secondo episodio, anni dopo, quando prega incessantemente per un «criminale condannato a morte per crimini orribili, Enrico Pranzini, lei scrive il nome: ritenuto colpevole del brutale omicidio di tre persone, è destinato alla ghigliottina, ma non vuole ricevere i conforti della fede. Teresa lo prende a cuore e fa tutto ciò che può: prega in ogni modo per la sua conversione, perché lui che, con compassione fraterna, chiama “povero disgraziato Pranzini”, abbia un piccolo segno di pentimento e faccia spazio alla misericordia di Dio, in cui Teresa confida ciecamente». E avviene che, dopo l’esecuzione, i giornali riportano gli ultimi istanti di vita dell’uomo quando, «appena prima di poggiare la testa nel patibolo, “a un tratto, colto da un’ispirazione improvvisa, si volta, afferra un Crocifisso che il sacerdote gli presentava e bacia per tre volte le piaghe sacre” di Gesù. La santa commenta: “Poi la sua anima andò a ricevere la sentenza misericordiosa di Colui che dichiarò che in Cielo ci sarà più gioia per un solo peccatore che fa penitenza che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza!”».

Francesco parla della forza «dell’intercessione mossa dalla carità, ecco il motore della missione. I missionari, infatti, di cui Teresa è patrona, non sono solo quelli che fanno tanta strada, imparano lingue nuove, fanno opere di bene e sono bravi ad annunciare; no, missionario anche è chiunque vive, dove si trova, come strumento dell’amore di Dio; è chi fa di tutto perché, attraverso la sua testimonianza, la sua preghiera, la sua intercessione, Gesù passi. Questo è lo zelo apostolico». Non si tratta di fare proselitismo, ricorda il Pontefice, ma di attrarre alla fede perché toccati dall’amore. «Alla Chiesa», conclude il Papa, «prima di tanti mezzi, metodi e strutture, che a volte distolgono dall’essenziale, occorrono cuori come quello di Teresa, cuori che attirano all’amore e avvicinano a Dio. E chiediamo oggi alla santa, abbiamo le reliquie qui, e  la grazia di superare il nostro egoismo e la passione di intercedere perché questa passione sia più grande tra la gente e perché Gesù sia conosciuto e amato».

Al termine dell’udienza, nei saluti nelle diverse lingue, il Papa ricorda che «domani alle ore 13 l’Azione cattolica internazionale suggerisce ai credenti delle diverse religioni» di dedicare un minuto di preghiera per la pace. Francesco chiede di accogliere questo invito per «pregare per la fine delle guerre nel mondo e in special modo per la cara e martoriata Ucraina».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo