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domenica 17 ottobre 2021
 
POLITICHE SENZ'ANIMA
 

Quei 16 milioni spesi dall'Europa per "annusare" i clandestini

07/03/2017  Il Vecchio Continente cerca di rifondarsi, ma deve fare in primo luogo un serio esame di coscienza. Negli ultimi 15 anni si sono moltiplicate le voci di bilancio per respingere gli immigrati. Come i 300 milioni stanziati per droni, visori notturni, telecamere termiche e filo spinato. O come i soldi "investiti" nella ricerca di un sensore che individui gli stranieri "catturandone" l'odore. Un dossier di riflessione e di denuncia della Caritas italiana.

Tutte le fotografie di questo servizio scattate lungo i confini esterni dell'Unione Europea sono dell'agenzia Reuters.
Tutte le fotografie di questo servizio scattate lungo i confini esterni dell'Unione Europea sono dell'agenzia Reuters.

Ci sono anche 16 milioni di euro spesi nella ricerca di un sensore di odori per individuare i migranti che cercano disperatamente di entrare in Europa. L’ultima follia nascosta tra le pieghe dei bilanci dei Paesi europei per il controllo delle migrazioni è certificata dalla ricerca del consorzio “The Migrant Files”.

Ma le voci economiche delle ossessioni della “Fortezza Europa” sono stratosferiche. Per droni, visori notturni, telecamere termiche e fi‚lo spinato negli ultimi 15 anni si sono spesi 300 milioni di euro. Per programmi di ricerca su come tenere fuori gli immigrati altri 230 milioni, compreso quello sulla puzza dell’immigrato. Un miliardo di euro è servito a finanziare le operazioni in mare, che, almeno qualche volta, salvano le vite. Per i rimpatri forzati si è arrivati a oltre 11 miliardi di euro. E se a questo denaro si aggiunge quello speso dai migranti per pagare i trafficanti la cifra schizza a 29 miliardi di euro in quindici anni, cioè oltre due miliardi all’anno, non per la gestione dei flussi migratori, cioè per assistenza umanitaria, accoglienza e integrazione, ma solo per il tentativo, fallito, di reprimere l’immigrazione.

Lo dice l’ultimo dossier di Caritas italiana pubblicato nei giorni scorsi, che chiede di «trasformare i flussi migratori da problema a risorsa» invece di concentrare gli sforzi sulla cosiddetta «esternalizzazione delle frontiere», controllo del pericolo immediato, come per l’accordo di sei miliardi di euro regalati alla Turchia o con l’ultima intesa con la Libia: «Il Governo italiano ha confermato la linea dei Governi precedenti, con accordi già visti in passato che prevedono scambio di denaro, nuovi muri, nuove barriere, nuove prigioni disumane, in attesa che i migranti in fuga e i loro trafficanti trovino un’altra via per raggiungere il Mediterraneo o in attesa che il dittatore di turno alzi la posta». È accaduto con Ghedda‚ nel 2008, 5 miliardi di dollari in aiuti, e tre anni dopo la ritorsione con 100 mila migranti a Lampedusa. I timori di Caritas italiana riguardano l’apertura di una nuova rotta attraverso l’Algeria e i segnali ci sono, secondo un Rapporto di Caritas Algeria.

L’anno scorso gli arrivi sono stati in Italia 181 mila, 30 mila in più del 2015, ma in linea con quelli del 2014. Sono cambiate le nazionalità, con in cima i nigeriani al posto dei siriani. Per questo motivo il 62 per cento delle domande di asilo è stata respinta. Ma ciò non significa che questa gente non abbia diritto a bussare. Denuncia la Caritas che, dopo anni di rapina e sfruttamento delle popolazioni in Africa, l’accusa a loro di «minacciare il nostro benessere, di invadere i nostri spazi vitali, suona quanto meno come un ridicolo anacronismo» e «appare scandaloso che ancora oggi politici in preda ad allucinazioni populistiche gridino alle invasioni barbariche». Invece le migrazioni portano «crescita sociale, economica e culturale alla stanca e vecchia Europa».

Eppure l’Europa non li vuole e attesta una politica a doppia velocità. Lo dimostrano i pochissimi ricollocamenti in Europa dall’Italia: solo duemila contro 39 mila previsti. Ci sono Paesi che hanno chiuso le frontiere come la cattolicissima Polonia e l’Ungheria. Avverte Caritas italiana: «Nella Ue è necessaria una leadership chiara e propositiva per sfidare gli atteggiamenti pubblici negativi e una politica migratoria e di asilo ben oltre l’attuale quadro frammentato tra i Paesi membri». Il futuro è fatto di «canali sicuri e regolamentati», perché l’attuale politica della chiusura in una fortezza «è solo un palliativo che attenua i sintomi della malata politica della crisi identitaria europea, senza affrontarne la cause profonde».

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