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E ora variamo il "pacchetto accoglienza"

09/10/2013 

“Se non ora, quando?”. Il famoso slogan tratto da Primo Levi, usato negli anni scorsi in una manifestazione contro la violenza sulle donne, potrebbe applicarsi ora per richiedere, con forza e in tempi rapidi, l’abolizione dell’obbrobrioso reato di clandestinità, che non ha risolto nessun problema. Anzi, è stato controproducente. Ci voleva un’immane tragedia, come quella che si è consumata nei giorni scorsi nel mare di Lampedusa, con più di trecento immigrati annegati a poca distanza dalle coste, per accendere i fari su una legge assurda, che rende reato una semplice situazione di fatto, senza che sia stato commesso un crimine.  

Una legge disumana che, tra l’altro, costringe i nostri pescatori a girare al largo dalle carrette del mare, evitando di soccorrere questi “poveri cristi” in balia delle onde, arsi dal sole e dalla salsedine, stipati come bestie in pochi metri di barca, per non essere accusati di favoreggiamento del reato di clandestinità. E per non rischiare il sequestro del loro peschereccio. Come è bene raccontato dal regista Emanuele Crialese nel film Terraferma. Più che colpire chi soccorre, incriminandolo di favorire la clandestinità, bisognerebbe invece punire chi omette il soccorso a chi sta per annegare, ripristinando così il primato delle “leggi del mare” (che obbligano a salvare chiunque) su assurde “leggi scritte”. Così, i soldi spesi per pattugliare il mare in vista dei respingimenti, potevano essere usati per il soccorso o per nuovi centri di accoglienza.

O per facilitare un canale umanitario per evitare una continua “strage di innocenti”, tra cui molte donne e bambini. Al “pacchetto sicurezza”, basato su pattugliamenti e respingimenti in mare, un Paese civile deve preferire un “pacchetto accoglienza”, nel rispetto delle leggi internazionali sul diritto d’asilo, sottoscritte anche dall’Italia. A nulla è valso, nel luglio scorso, il grido di dolore di papa Francesco a Lampedusa, dove chiese perdono per le migliaia di immigrati annegati nel Mediterraneo, in fuga da situazioni di disperazione, guerra e persecuzione.  Un grido di dolore fattosi preghiera a Dio per le vittime e invito agli uomini di buona volontà perché non si ripetano più tragedie simili. Tutto caduto nel vuoto e nell’oblio. Infine, sarà pure un “atto dovuto”, ma ciò non giustifica la disumana conseguenza della legge Bossi-Fini, per cui i sopravvissuti alla più grande tragedia del mare di questi tempi, ora sono indagati per immigrazione clandestina. E’ dolore che si aggiunge ad altro dolore; così pure la vergogna, come ha detto papa Francesco. Già solo questo basterebbe per dire “basta” al reato di clandestinità (per cui chiediamo di sottoscrivere l’appello) e per abolire la legge Bossi-Fini. A cominciare da chi in politica dice di ispirarsi al Vangelo dell’accoglienza.   

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Un anno fa la tragedia di Lampedusa
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