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domenica 05 dicembre 2021
 
Tour & doping
 

E se il ciclismo fosse il più pulito degli sport?

25/07/2013  Le rivelazioni sul Tour de France vinto da Pantani nel 1998 non intaccano il valore del nostro campione. L'ipocrisia del tema doping: oggi i ciclisti sono controllati, ma che succede negli altri sport?

L’antidoping francese di stato ha condotto una indagine su mandato del senato ed ha reso noto che al Tour de France 1998 ben 18 corridori avevano sicuramente l’ematocrito alto, fuori della norma. Altri 12 sono fortemente sospettati. Ematocrito alto vuol dire - strasemplifichiamo -  abbondanza di globuli rossi, i “vagoncini” che trasportano sangue pulendo i muscoli dall’acido lattico dello sforzo e fornendo carburante nuovo utile non solo per la produzione di potenza, ma anche e soprattutto per l’operazione di recupero dalla fatica.

Provette bene conservate e metodi di ricerca miglioratissimi hanno permesso l’autopsia sconvolgente di quella corsa in particolare. Gli esiti dovevano restare anonimi, ma giornalisti solerti hanno scovato e messo avanti i nomi “sicuri”: fra gli altri quelli di Pantani, l’italiano vincitore, di Ullrich il tedesco secondo, degli italiani Cipollini, Tafi, Sacchi, Mazzoleni, Minali, di forti stranieri. Ci sono celebri corridori e ci sono sconosciuti che diventano noti solo per questa segnalazione.

Molti hanno subito ammesso le pratiche illecite: non Pantani, è morto, i suoi genitori hanno minacciato chi osasse togliergli la vittoria, che infatti resta, per prescrizione ma anche perché il “crimine” di tutti è meno crimine e poi perché erano state annunciate rivelazioni su tanti altri sport, compreso il tennis del Roland Garros torneo sacro per i francesi, invece c’è stato un silenzio che sa di complicità, di sottomissione, di paura dei potenti. Davanti al senato francese doveva essere il giorno della chiarezza cosmica, è sceso un buio di nuovo tipo. E Pantani viene ancora ricordato felicemente come il Pirata che in salita staccava tutti e amen e che aveva l‘ematocrito alto perché il sangue gli bolliva di suo. Il nostro Pantani, insomma.

Ci sono comunque due ciclismi, intesi come modi di essere nello sport di un disciplina molto popolare e impegnata proprio di questi tempi a conquistare il mondo, mai essendo stata così fiorente e così bene spalmata su cinque continenti l’attività sulle due ruote con motore umano.
C’è il ciclismo del doping, ogni poco qualcuno viene scoperto e punito, ogni tanto le grandi rivelazioni, e via sette Tour de France ad Armstrong, che pure superò cinquecento controlli ufficiali: i giornali ospitano anatemi e riducono le attenzioni anche alle corse primarie (esempio: pochi inviati italiani al via del Tour, salvo poi offrire pagine su pagine alle moltitudini che riempiono di passione l’Alp d’Huez, il più grande stadio all’aperto del mondo).

C’è il ciclismo appunto degli appassionati che vanno a milioni – tutti ciechi o sordi o scemi?- sulle strade, del Tour de France soprattutto ma ormai di ogni paese del mondo, a visionare e applaudire la fatica di pedalatori presunti dopati. Gli appassionati se ne infischiano del doping, non ci credono o credono che sia di tutto lo sport e dunque danno al ciclismo il merito di pagare per tutti aiutando gli altri a sfangarla. Quando addirittura non concedono (pericolosamente) al ciclismo una sorta di diritto di usare una certa scienza, ovviamente con riguardo, di fronte a esigenze particolarmente spinte di fatica.

Chris Froome, inglese nato in Kenya e cresciuto in Sudafrica, vince da strafavorito il Tour de France (secondo Quintana, semisconosciuto colombiano piccolo, e scorfano giù di bici) pedalando sul Monte Ventoux assai più velocemente di Armstrong, ha braccine rachitiche, fisico magrissimo eppure sviluppa una potenza spaventosa, dice di saper benissimo che molti lo pensano dopato ma mette a diposizione il suo passaporto biologico, con tutti valori a posto. Quel passaporto biologico che la Wada (World Anti Doping Agency, legata al Comitato Internazionale Olimpico) sta sinora inutilmente tentando di imporre ai calciatori.

Ci sono due ciclismi, c’è un’atletica leggera che è abbastanza seria con l’antidoping e che adesso ha il problema dei giamaicani: perché ci sono i primi grossi casi di doping fra i velocisti tutti straordinari dell’isola sin troppo straordinaria, e magari c’è gente che crede che Usain Bolt, il più veloce e quello sinora immune da accuse, abbia l’erba più magica. Manca quest’anno il Mondiale o l’Olimpiade per fare un punto, però se un giamaicano corre i 100 in nove secondi e mezzo tutti applaudono al nuovo record mondiale e non pensano a niente di illecito: lo sport frequenta e spupazza queste magie, lo sa e non ne approfitta neppure troppo, casomai ne approfittano fortemente i governanti se vogliono farsi belli con i loro sudditi proposti e imposti al mondo. La differenza rispetto al passato che si ricalca consiste forse soltanto nel fatto che adesso gli atleti forti sono fatti anche tutti ricchi.

 
 
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