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giovedì 02 dicembre 2021
 
 

È tempo di impresa sociale

13/02/2013  A fronte del crollo di donazioni che ha colpito il non profit, il modello dell'impresa sociale è in costante crescita: un soggetto produttivo che unisce innovazione sociale e profitto

In molti hanno individuato nel 2011 l'anno nero del fundraising per il mondo non profit italiano. Tantissime associazioni hanno visto ridursi di quasi un terzo offerte e donazioni. La politica si è ben guardata dal favorire a livello normativo il Terzo Settore. Eppure, allo stesso tempo, una serie di segnali ha dimostrato che il mondo dell'impresa socialmente resposabile, intesa in tutte le sue molteplici sfumature, ha saputo ovviare alle difficoltà e, al contrario, sta vivendo una fase di costante crescita.

Una recente indagine condotta da Nielsen Global Corporate Citizenship nell'anno 2012 ha evidenziato che, in Italia, il 63 per cento dei consumatori under 40 e il 46 per cento dei consumatori globali sono disposti a spendere di più per prodotti di aziende socialmente responsabili. Sempre secondo questo studio, l'Italia si posizionerebbe al primo posto in Europa per numero di consumatori etici, pari al 38 per cento del totale. E il nostro Paese avrebbe registrato numeri superiori al resto d'Europa nell'economia sociale, sia nella produzione (9% in più nel 2011, 6% nel 2012) sia nel consumo (+14% nel Norditalia e 11% in più nel Centro).

I dati relativi al commercio equo e solidale e ai Gruppi d'acquisto solidale confortano questa tesi: nel 2012 i Gas hanno superato quota 900 (100 unità in più rispetto all'anno precedente) realizzando un fatturato superiore ai 40 milioni di euro. Secondo Agices, l'associazione di categoria del commercio equo e solidale, in Italia le botteghe del commercio equo sono quasi 250 e 90 le organizzazioni specializzate, con 1000 persone impiegate e più di 5mila impegnati a titolo volontario.

Il mondo del commercio equo e dei Gruppi di acquisto solidale si è oltretutto dimostrato estremamente flessibile e ricettivo verso una grande varietà di prodotti, di pratiche e modalità di vendita – basti pensare alla proliferazione di tanti "temporary store" solidali – così come verso soggetti sempre più diversificati: dalla cooperazione all'impresa sociale, dall'associazionismo al volontariato. Una ricerca condotta da Ethos testimonia che più della metà degli italiani (55,5%) acquista prodotti che devolvono parte del ricavato a cause sociali o associazioni di volontariato: ciò dimostra che il consumo etico e solidale può rappresentare un valido strumento di sostegno e promozione del non profit.

Il consumo etico, quindi, è in grado di promuovere solidarietà e integrazione sociale, per esempio favorendo l'integrazione occupazionale di chi vive situazioni di disagio non solo economico. I campi di attività sono molteplici: ristorazione sociale, vendita di prodotti biologici e a Km 0 come nel caso di molti Gas, ma anche confezione di capi d'abbigliamento attraverso il recupero di materiali usati di vario genere. Non ultimo, attraverso il Cause Related Marketing il mercato dei prodotti solidali diventa giorno dopo giorno sempre più terreno d'incontro tra impresa e non profit, come nel caso delle partnership tra De Cecco e Save The Children o tra Liberaterra e Coop.

Non è certo un caso, pertanto, che tra febbraio e marzo 2013 Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) condurrà un'indagine, all'interno del progetto "Analisi e valorizzazione dei modelli imprenditoriali dell'economia sociale". Una ricerca che intende mettere in rilievo i tratti fondamentali dell'impresa sociale come soggetto che genera al tempo stesso innovazione sociale e profitto economico.

In particolar modo le finalità sociali dell'attività economica sono perseguite grazie a principi di inclusione e partecipazione, della forza lavoro e di tutti gli stakeholders, all'interno dei sistemi produttivi a livello locale, garantendo anche una fonte di occupazione aggiuntiva per chi è stato espulso dal mercato del lavoro o fa fatica a restarvi.

Operare in rete
è quindi la parola d'ordine dell'impresa sociale: tessere relazioni con altri soggetti pubblici come le amministrazioni locali, privati profit e organizzazioni non profit che svolgono un'importante funzione sociale pur senza produrre beni o servizi. Una capacità, quest'ultima, che potrebbe rivelarsi ancor più determinante in un'epoca di crisi economica in cui l'innovazione, dei processi produttivi ma anche delle strutture sociali, si è resa a dir poco impellente.

 
 
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