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sabato 21 maggio 2022
 
 

Clini: è tutto un altro clima

31/05/2012  Intervista al ministro dell'ambiente Corrado Clini. Terremoti, alluvioni sempre più frequenti, stagioni sfigurate. Che fare? In 15 anni si può rimettere in sesto il il Paese.

Ha fatto i conti. Far sì che il bel Paese s’affranchi dal destino e dalla colpa, ovvero dai deleteri effetti dei cambiamenti climatici e dalle nefaste conseguenze di una pessima gestione del territorio, costa 41 miliardi di euro e richiede circa 15 anni di impegno condiviso. Faticoso, difficile, ma possibile. Parola di ministro.

Corrado Clini ha 64 anni, una laurea in medicina messa a frutto nel combattere le malattie professionali e una lunghissima esperienza nel campo ambientale, dal momento che è stato ininterrottamente direttore generale di quel dicastero dal 1990 al 2011. Parla con Famiglia Cristiana reduce da Shanghai, in Cina e in procinto di volare a San Paolo, in Brasile. Per quanto riguarda l’Italia, quando dialoghiamo il nostro Paese è soprattutto l’eco del terremoto in Emilia Romagna oltre che dell’ennesima polemica per la nuova discarica di Roma che il commissario, il prefetto Giuseppe Pecoraro, voleva a Corcolle, a ridosso del sito archeologico di Villa Adriana. Il Governo s’è schierato con Clini e con gli altri ministri contrari, quello dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, in primo luogo, accogliendo le dimissioni da commissario di Pecoraro.

– Superata la scelta di Corcolle che lei aveva avversato, rimane il problema dei rifiuti...

«Ho proposto un piano finalizzato ad allineare la gestione dei rifiuti di Roma agli obiettivi stabiliti dalle leggi nazionali e dalle direttive europee per la raccolta differenziata, il recupero di materiali ed energia, lasciando le discariche in coda, come soluzione residuale per la quota di rifiuti non recuperabili. Dobbiamo uscire fuori dalla “schiavitù” delle discariche. Per quel che riguarda Corcolle, abbiamo valutato i rischi ambientali e confermato le valutazioni negative dell’Autorità di bacino del Tevere, perché la discarica potrebbe compromettere uno dei siti più delicati per l’approvvigionamento idrico di Roma».

– Più in generale, l’Italia non pare star bene.

«Neve, acqua, fuoco: gli eventi calamitosi legati alle variazioni del clima sono più frequenti di un tempo. Basti pensare che alcune zone del nostro Paese, e cioè la Liguria, l’alta Toscana, la Calabria e la Sicilia nordorientale, quasi ogni anno lamentano sciagure per via di precipitazioni dalle dimensioni inedite che seminano devastazioni in tempi sempre più ristretti. Non a caso si parla di bombe d’acqua o di uragani mediterranei. Questi fenomeni corrispondono agli scenari che da oltre vent’anni i massimi esperti mondiali presentano come manifestazione di eventi estremi, connessi ai cambiamenti climatici».

– Ci si può difendere di più e meglio?

«Nel secolo scorso, durante il fascismo prima e nel secondo dopoguerra poi, l’Italia s’è data infrastrutture tarate su un regime climatico che non c’è più e che prevede piogge, sì, ma non così abbondanti e intense, alternate a periodi di vera e propria siccità per cui oggi, per dirne una, risultano insufficienti il diametro delle fognature piuttosto che la dimensione delle pompe idrovore che devono raccogliere l’acqua nelle zone esposte al rischio di inondazioni perché sono sotto il livello del mare, penso alla costa adriatica, da Ravenna a Monfalcone, o all’Agro pontino».

– Anche l’uomo ha la sua parte e non è bella.

«I condoni edilizi susseguitisi per 40 anni hanno legittimato insediamenti abitativi e produttivi in zone che, giustamente, non erano considerate adatte. C’è però anche altro». – A che cosa fa riferimento?

«A partire dagli anni Ottanta, da un lato la pianificazione urbanistica, i piani territoriali e quelli paesaggistici hanno definito modalità dell’uso del territorio via via sempre più sostenibili; dall’altro, però, varianti “in deroga” hanno fatto fiorire capannoni industriali, laboratori artigianali, centri commerciali e condomini dove buon senso e madre natura avrebbero suggerito di lasciar perdere. Nessuna sorpresa se l’acqua si riprende il suo spazio, come è avvenuto con le alluvioni nel Veneto e a Genova».

– Come si può reagire, adesso?

 «Stiamo preparando un piano nazionale basato sulla manutenzione degli assetti naturali e sulla revisione degli usi. Gli alvei dei torrenti e dei fiumi vanno puliti, gli argini aggiustati o costruiti ex novo, i boschi devono essere curati. La difesa del territorio è un’infrastruttura necessaria allo sviluppo, come lo sono le ferrovie veloci, i porti efficienti e gli scali aerei all’avanguardia. Per farlo in Italia abbiamo calcolato che occorrano 41 miliardi di euro in 15 anni: il 40 per cento a carico del settore pubblico e il resto sostenuto da investimenti privati con meccanismi fiscali di supporto. È cambiato il clima in senso proprio, confidiamo che cambi il clima anche in senso metaforico e che tutti si diano da fare».

– Per circa 21 anni è stato direttore generale del ministero. Qualche autocritica?

«Direi tre cose, al riguardo. Primo: volendo far presto si sono moltiplicati i commissari straordinari per questa o per quella emergenza, pensiamo alla spinosa questione dei rifiuti, deresponsabilizzando Comuni, Province e Regioni, senza risultati apprezzabili, anzi con la cronicizzazione dei problemi. Un errore. Secondo: dal 1996 il ministero è stato considerato un posto dei Verdi, così molti hanno remato contro temendo che i Verdi aumentassero il proprio consenso. L’ambiente è un bene collettivo, non di una parte. Terzo: puntando al massimo si è ottenuto poco o nulla».

– Può spiegarsi meglio?

«Nel 1998 erano stati individuati per legge 57 siti di interesse nazionale da bonificare. In buona sostanza si trattava di recuperare ciò che rimaneva dei grandi insediamenti industriali del nostro Paese. Ne è stato bonificato solo uno: l’Acna di Cengio. Sono stati indicati obiettivi di bonifica non realistici e a costi impossibili. Il meglio è nemico del bene. Non puoi pretendere di seminare il grano là dove per 50 anni sono state impiegate sostanze chimiche altamente inquinanti. Abbiamo modificato la norma individuando procedure di messa in sicurezza e di reindustrializzazione dei siti in modo da assicurare contestualmente la protezione dell’ambiente e la gestione “attiva” delle aree dismesse. Un sito industriale abbandonato è molto più pericoloso e inquinante di un sito gestito. Morale: la modifica delle procedure ha avviato azioni positive importanti. A Porto Marghera, secondo la Regione Veneto, si sono già resi disponibili investimenti per nuove attività industriali “sostenibili” per almeno 6 miliardi di euro».

– Dal 20 al 22 giugno, a Rio de Janeiro si svolgerà una Conferenza mondiale vent’anni dopo quella, storica, del 1992. Fallirà?

«No. Non si scriverà nessun trattato, non verranno date pagelle. Piuttosto si individueranno obiettivi comuni nella direzione della green economy, sostenuta dagli investimenti nelle tecnologie pulite per l’energia e per le fonti rinnovabili (260 miliardi di dollari nel 2011), con Cina e Usa che guidano il gruppo di chi è più generoso nel finanziare progetti. Senza dimenticare l’obiettivo dell’equa distribuzione delle risorse e delle opportunità a livello globale. Le emissioni pro capite di anidride carbonica degli Usa hanno valori 3 volte superiori di quelle cinesi e 15 volte maggiori rispetto a quelle indiane».

– A proposito, in Italia come va?

«Da noi, la green economy conta 120 mila occupati. Le opportunità e i settori d’intervento aumentano. La crescita economica passa e passerà sempre più attraverso l’uso sostenibile delle risorse naturali ed energetiche. Si tratta di una prospettiva di cui i giovani sono consapevoli. Il 31 maggio abbiamo organizzato alla Luiss di Roma il primo Greening Camp italiano. Abbiamo interpellato quaranta Università perché ci segnalassero gli studenti più promettenti. Abbiamo selezionato 150 laureandi o neolaureati e ben 60 progetti innovativi di start up. Il futuro ecologico è sempre più un business. Ad alto contenuto etico»

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