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mercoledì 23 giugno 2021
 
Msf combatte l’epidemia
 

Ebola, la lotta dei medici italiani

11/07/2014  L’epidemia è scoppiata in gennaio, in Guinea. Ora è fuori controllo: il virus colpisce anche in Sierra Leone e Liberia. Nella lotta contro il tempo due nostri specialisti, Saverio Bellizzi e Mariano Lugli. Ecco il loro racconto.

L’epidemia è fuori controllo. «Non siamo in grado di seguire l’andamento del contagio. Le persone ancora si ammalano e muoiono senza entrare in contatto con noi». La voce è calma, ma le parole allarmanti. Saverio Bellizzi, medico di Medici senza frontiere (Msf) è rientrato da pochi giorni dalla Guinea, dove a gennaio scorso è scoppiato un focolaio di ebola, la terribile febbre emorragica per la quale non ci sono cure e che, senza assistenza medica, provoca una mortalità tra l’80 e il 90 per cento.

Bellizzi è epidemiologo e ha iniziato a lavorare con l’Ong internazionale dal 2008, come medico per i migranti, capo progetto a Rosarno, in Calabria. Poi, diverse altre missioni: Haiti, RD Congo, Etiopia, Sud Sudan, Niger, Pakistan. «È la prima volta che ho a che fare con ebola», aggiunge. È­ partito una prima volta in aprile scorso, e poi un mese e mezzo fa, destinato al centro Msf di Telimele, 5 ore di auto dalla capitale Conakry.

«Quando ho lasciato la prima volta la Guinea», racconta, «pensavamo di aver già raggiunto il picco dell’epidemia. Non è così. In realtà siamo arrivati a più di 500 casi confermati e più di 330 vittime. La situazione non ha precedenti. In alcune zone del Paese siamo riusciti a contenere il contagio, ma in altre abbiamo ancora un tasso di mortalità dell’80 per cento. Una cosa è sicura: l’epidemia andrà ancora avanti per mesi. Perciò chiediamo l’aiuto di tutti per vincere questa sfida».

Il problema è che il virus ha varcato i confini: si è propagato nelle aree di confine della Sierra Leone e della Liberia. C’è il reale rischio che si espanda anche in altri Paesi dell’Africa occidentale. Medici senza frontiere è l’unica Ong che si sta occupando di questa epidemia. È presente in tutte le zone colpite. E in prima linea ci sono diversi medici e operatori italiani: oltre a Bellizzi, ad esempio, Mariano Lugli, vicedirettore delle operazioni al quartier generale di Msf a Ginevra.

Lugli era partito per il Paese africano quando ancora non era sicuro che si trattasse di ebola: «È toccato a noi confermare che le “morti strane” erano ebola. I sintomi erano quelli conosciuti: febbre alta che non si abbassa, emorragia profusa in fase terminale. Non era mai accaduto in Guinea».

Le forme di ebola sono più d’una. E questa – spiegano i due medici – è quella chiamata “Zaire”, la più letale. Può arrivare oltre il 90 per cento di mortalità. Il contagio avviene per via dei liquidi corporei, per cui le persone più a rischio sono i familiari del malato, i sanitari e gli addetti ai riti funerari.

Mariano Lugli, vicedirettore delle operazioni di Msf a Ginevra. In copertina, Saverio Bellizzi durante la sua permanenza in Guinea (Foto MSF).
Mariano Lugli, vicedirettore delle operazioni di Msf a Ginevra. In copertina, Saverio Bellizzi durante la sua permanenza in Guinea (Foto MSF).

«Dallo sforzo di tutti dipendono in pochi mesi centinaia di vite»

Medici senza frontiere ha messo in campo tutte le sue forze ma, conferma Lugli, «non siamo in grado di fare di più. Occorre uno sforzo maggiore della comunità internazionale e l’aiuto di tutti per circoscrivere la malattia».

Anche perché di forze ne occorrono tante: medici e operatori sanitari lavorano a livelli altissimi di stress, vestiti in modo da evitare ogni rischio. Ma siamo a temperature equatoriali e in un’emergenza del genere arrivare a 14 o 15 ore al giorno di lavoro è normale. «Ogni mese, massimo due, le equipe devono cambiare», spiega Bellizzi, «se no non reggono e aumenta il pericolo di errori e di contagio».

Non ci sono cure specifiche per ebola, il malato deve sviluppare gli anticorpi in grado di sconfiggerla con le sue forze. Ma l’intervento medico vale molto: «Trattiamo i sintomi», dice Lugli. «Sosteniamo il malato in tutti i modi. Così si riesce ad abbassare notevolmente la mortalità». «Il rafforzamento generale della persona aiuta molto a vincere il virus», continua Bellizzi, «attraverso terapie idratanti, nutrizionali, antimalariche».

Ma l’opera degli organismi umanitari, in casi come questo, non è solo e semplicemente medico: per bloccare l’epidemia «occorre mettere sotto controllo non solo il malato, ma anche tutte le persone che hanno avuto a che fare con lui, specie al momento della morte e subito dopo», sottolinea Bellizzi. «Vanno seguite per 21 giorni, tutti i giorni. Devi identificare la malattia fin dal primo momento se vuoi essere efficace».

I due specialisti di Msf spiegano, però, che è necessario lavorare in sinergia con le autorità locali, e che vanno combattute anche le resistenze culturali: specie nelle zone rurali si usano pratiche tradizionali che aumentano i rischi di contagio.

«Dallo sforzo di tutti dipendono in pochi mesi centinaia di vite», insiste Bellizzi. Tornerete in Africa occidentale?, chiediamo. «È probabile», rispondono entrambi. «Di fronte a emergenze come questa, quello che si deve fare lo si fa. Paura? Quando parti la prima volta sei teso, è naturale. Dopo, sai come proteggerti e cosa ti aspetta. Spaventa più la fatica che la malattia».

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