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venerdì 22 novembre 2019
 
Una vita per la vita
 

Ecco chi era Paola Marozzi Bonzi, «apostola della vita nascente»

10/08/2019  Volontà ferrea. Capacità di mediazione e, soprattutto, una grande attitudine all'ascolto e all'introspezione. Ecco il profilo della presidente del Centro di Aiuto alla Vita della clinica Mangiagalli di Milano, scomparsa venerdì 9 agosto (nella foto: Paola Bonzi ospite della tramissione Siamo noi su TV2000 il 17 aprile 2015)

Se ne è andata nel pomeriggio di venerdì 9 agosto nell’ospedale di Brindisi Paola Marozzi Bonzi, figura straordinaria di quella capacità tutta ambrosiana di farsi prossimi con generosità e dedizione agli ultimi, di essere solidali con i poveri. Paola, apostola della vita nascente, mamma di due figli e nonna di quattro nipoti, è stata una donna capace di farsi carico, con il suo manipolo di volontari e professionisti del CAV Mangiagalli, di migliaia di altre mamme, di stare loro vicina quando il dubbio che l’aborto possa risolvere tutti i problemi assale l’anima e illude che la via più sbrigativa sia la migliore. Il Movimento per la Vita ambrosiano deve la sua nascita, nel lontano 1984, soprattutto alla caparbietà di questa straordinaria donna, alla sua capacità di creare relazioni e di aver saputo sapientemente organizzare persone e cose. Ben 22267 bambini, così riporta ad oggi il sito dell’associazione milanese, devono a lei la loro vita. Tantissimi.

Paola aveva 76 anni, era in vacanza con il marito quando la malattia di cui soffriva ne ha cagionato rapidamente la fine. Nacque a Sermide, in provincia di Mantova, il 29 giugno 1943, da una famiglia povera. In quell’anno, pochi mesi dopo il matrimonio, papà era stato mandato in guerra nella campagna di Russia. La famiglia si era poi trasferita a Milano nel dopoguerra. La madre confezionava cappelli per le signore ricche e stava via tutto il giorno, mentre il papà era tornato a fare il barbiere per i signori bene del capoluogo ambrosiano. «Io ero spesso malata e soldi ce n’erano pochi in casa», ci raccontò in un’intervista di qualche anno fa. «Ogni giorno tornavo lentamente a casa da scuola, perché sapevo che avrei passato il pomeriggio da sola. Ero però una bambina allegra, da sola giocavo a casa a fare la maestra con le piastrelle del pavimento, che erano le mie alunne. Avevo una fantasia galoppante e il mondo era tutto animato intorno a me».

Quella fantasia non l’abbandonò mai, anzi le diede la capacità di vedere le cose del mondo con ancora più capacità di introspezione quando rimase, a poco più di vent’anni e fresca madre della primogenita, completamente cieca. «La fantasia mi ha sempre molto aiutato a sopperire ai miei bisogni. Anche oggi che non ci vedo immagino le persone e le cose che ho davanti. Questa immaginazione mi ha aiutato nella mia vocazione a favore della vita». Paola “vedeva” con gli occhi dell’amore. «La fantasia mi aiuta a vedere in quella pancia ancora piatta delle donne incinte al secondo mese il bambino che ancora non si vede. Alla fine del colloquio chiedo sempre di accarezzare la loro pancia. Nove su dieci accettano. E mi stracciano il certificato sotto il naso».

Paola ha sempre condiviso tutto con suo marito Luigi, che sposò a 22 anni. Di lavoro ha fatto, dopo le magistrali, l’insegnante elementare, ma indirizzò la sua attenzione, dopo un corso specialistico all’Università Cattolica di Milano, ai bambini con ritardi mentali. «Mi piaceva l’infanzia in difficoltà, le persone in difficoltà mi hanno sempre attratto», ci disse con una gioia che le sprizzava da tutti i pori.

Un ultimo ricordo, fra i tanti, legato alla sua figura è la sua capacità – che è per tutti quelli che l’hanno conosciuta un testimone da raccogliere – di mediare tra posizioni diverse. Un argomento come l’aborto, a contenuti altamente ideologici e soggetto a ogni possibile strumentalizzazione politica, le hanno richiesto tanta pazienza per essere prima accettata con il suo CAV e poi pienamente integrata nella Clinica Mangiagalli di Milano, dove ogni anno si consumano moltissime interruzioni di gravidanza. Ha saputo costruire con pazienza il dialogo con chi la pensava diversamente su questo tema, senza condanne e anatemi, ma cercando sempre terreni comuni di confronto, partendo dal principio di realtà: quella pancia in cui nuota un essere umano in fieri.

Ora che Paola riposa nella pace di quel Signore della vita che amava sopra ogni cosa e che ha servito lungo tutta la sua esistenza, rimane a tutti, anche a chi opera nella comunicazione, l’eredità di portare avanti con gioia e fantasia la missione della vita nascente in un tempo sempre più sordo alle istanze dei poveri.

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