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Ecco chi era Totò Riina, il "capo dei capi" che non si è mai pentito

18/11/2017  Per capire perché la Chiesa non vuole funerali pubblici per il boss mafioso basta scorrere la sua biografia

Dentro Cosa nostra Totò Riina, il “capo dei capi”, la “bestia”, era il più feroce di tutti: per quasi 50 anni ha insanguinato Palermo, la Sicilia e l’Italia scatenando sanguinarie guerre di mafia e portando lo scontro fin dentro le istituzioni. Non sorprende certo che la Chiesa abbia vietato funerali pubblici: per tanto tempo Totò Riina e i corleonesi hanno rappresentato il male, ordinando centinaia di delitti. Molti “Totò u curtu” li ha eseguiti di persona, con una violenza cieca e inaudita.
La sua biografia è la storia della stagione più brutale della mafia, partita da un gruppo di picciotti rozzi e spietati di un paese alle porte di Palermo, Corleone, che hanno dato la scalata a Cosa Nostra con una violenza inusitata persino per la mafia dell’epoca e con l’inganno sistematico. I corleonesi sono stati la faccia feroce della mafia: oltre a Riina, Michele Navarra, Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e i fratelli Calogero e Leoluca Bagarella incutevano un terrore brutale persino tra i mafiosi. E di Corleone era il sindaco Ciancimino, uno dei protagonisti del “sacco di Palermo”, la variante del piano regolatore che cementificò in pochi giorni una delle città più belle del mondo consegnandola alle cosche.  

E’ stato il pentito Tommaso Buscetta, il “boss dei due mondi” a raccontare a Giovanni Falcone per la prima volta dall’interno l’esistenza della Cosa Nostra e cos’erano i corleonesi, subendo il massacro per rappresaglia ti quasi tutti i suoi familiari. Riina non ha mai avuto nessuno scrupolo a ordinare omicidi: lo faceva lui stesso, durante le riunioni della Cupola, avvicinandosi alle spalle dei boss che non condividevano la sua linea e strozzandoli con le sue mani tozze da contadino. L’uomo che ha 26 condanne all’ergastolo definitive e un numero imprecisato di assassinii ha scalato tutti i ranghi del sistema mafioso in questo modo, scatenando due guerre di mafia che hanno lasciato nei marciapiedi di Palermo centinaia di cadaveri, fino a scalzare il potere di mammasantissima del calibro del boss di Porta Nuova Stefano Bontate e del capo di Cinisi Tano Badalamenti, il mandante dell’omicidio di Giuseppe Impastato.

C’è anche chi dice che con Riina la mafia è finita proprio per effetto della sua brutalità cieca e sanguinaria che ha scatenato la reazione ferma e potente dello Stato, facendo emergere così la mafia da quegli abissi in cui era rimasta nascosta, silente, dai tempi dei Beati Paoli.
Accanto alle guerre senza quartiere tra criminali ingaggiate dai corleonesi il “capo dei capi” ha portato l’attacco più inusitato e cieco alle istituzioni e alla società civile facendo uccidere magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine come il commissario Boris Giuliano, giornalisti, medici, sindacalisti, industriali, commercianti e naturalmente politici, i cosiddetti “cadaveri eccellenti. La prima toga a cadere fu Pietro Scaglione, tra i politici va ricordato Pier Santi Mattarella, fratello del capo dello Stato. Anche l’omicidio del prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, porta la sua firma di mandante. Riina non si è fermato di fronte a niente e nessuno, alzando continuamente il livello dello scontro fino a firmare nel 1992 l’omicidio di Salvo Lima e le stragi di Capaci e di via D’Amelio come rappresaglia del maxiprocesso del 1984 – il processo istruito da Giovanni Falcone con il più alto numero di accusati della storia d’Europa -  che vide sul banco degli accusati 475 mafiosi. E sempre la firma di Riina compare dietro gli attentati – ancora misteriosi sul piano del movente -  di Firenze, Roma e Milano del 1993. Quelli che hanno fatto ipotizzare una vera e propria trattativa con lo Stato basata sulla minaccia stragista .

La carriera del “capo dei capi” è finita con l’arresto da parte del capitano Ultimo, il 15 gennaio del 1993, naturalmente a Palermo, dopo decenni di serena latitanza insieme con la famiglia. Irredimibile fino alla fine, solo tre anni fa si era vantato in carcere con un altro boss detenuto dell’omicidio Falcone e continuava a minacciare magistrati.
Totò Riina muore portandosi dietro parecchi segreti. Senza addentraci nei labirinti della presunta trattativa Stato-mafia, una bestia come quella e i suoi accoliti non potevano certo agire indisturbati senza complicità nella zona grigia del potere e delle istituzioni. Ma la risposta a tanti interrogativi il capo dei capi se l’è portata nella tomba.

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