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giovedì 23 settembre 2021
 
intervista
 

«Ecco come il Covid ha unito Bergamo e Brescia»

28/11/2020  Il libro del giornalista Beppe Spatola, intitolato "La storia del coronavirus a Bergamo e Brescia" (Typimedia Editore), che ha raccontato sul campo, in presa diretta, la pandemia che la scorsa primavera ha devastato le due province lombarde: «Ancora oggi piango perché fare ogni giorno la macabra conta di incolpevoli morti segna il cuore e blocca la tastiera. Ma le due città hanno saputo reagire»

Il giornalista Beppe Spatola
Il giornalista Beppe Spatola

«Bergamo e Brescia per cultura e imprenditorialità sono il cuore pulsante della Lombardia. Un cuore che è andato in fibrillazione quando, giorno dopo giorno, ha visto migliaia di vite venire meno, saracinesche abbassarsi, musei e chiese sbarrarsi. Due province che hanno messo da parte lo storico antagonismo campanilistico e si sono strette in un abbraccio salvifico, condividendo paura, ma anche speranza e fiducia».

Beppe Spatola è inviato di BresciaOggi e la scorsa primavera ha raccontato in presa diretta, sul campo, la pandemia che ha falcidiato le due province lombarde e culminata, a metà marzo, con l’immagine della funesta processione di salme portate via dai mezzi dell’Esercito per essere cremate altrove. Spatola, che è anche vicepresidente dei cronisti lombardi, ha lavorato anche al Corriere della Sera ed è corrispondente lombardo per l’Agi, ha scritto il libro La storia del coronavirus a Bergamo e Brescia (Typimedia Editore, pp. 160), uscito in estate, partendo dall’abbraccio simbolico tra le due città per arrivare a raccontare il miracolo dell’ospedale da campo, costruito dagli Alpini in appena otto giorni. Che cosa ha rappresentato il virus che ha colpito questo territorio in maniera così drammatica?

«Nel libro ripercorro i mesi che hanno cambiato la vita di migliaia di persone e in alcuni paesi hanno cancellato un’intera generazione di uomini, donne, nonni e nonne. È un viaggio nell’epicentro della prima ondata della pandemia lombarda, dove il Covid-19 si è portato via 5mila persone (questi i dati ufficiali ma le croci sono migliaia su più) e ha contagiato oltre 25mila persone in meno di due mesi e mezzo. Nell'occhio del ciclone è stato descritto tutto l'orgoglio e la forza di reazione di una comunità plurale ferita ma non uccisa. Nel libro ho descritto tutto cronologicamente. Dalla sottovalutazione iniziale, alla diffusione della malattia, agli errori gravi e in buona fede, all'incubo negli ospedali, alle cremazioni, al tracollo industriale. E poi la solidarietà nazionale e internazionale, la riscossa, il lavoro dei medici e degli infermieri decimati, la riconversione delle imprese per produrre i dispositivi di sicurezza. Parole che diventano monumento, per non dimenticare».

E cosa ha significato per il resto d'Italia?

«Nei mesi scorsi, con l'allentamento delle misure, ho potuto presentare il libro in Sicilia, da Rosolini (Siracusa), ospite del sindaco Giuseppe Incatasciato, a Noto, fino al festival culturale di Catania dove ho avuto la possibilità di interagire con il direttore dell'Asp catanese, Maurizio Lanza. Sapete cosa mi ha sorpreso? L'interesse dei siciliani per i fatti accaduti durante la prima ondata. Lo stesso direttore Lanza mi ha confidato che per loro il libro sarebbe stato un manuale su quello che avevano visto solo sui telegiornali, con la pandemia rimbalzata al Sud solo dai giornalisti. Ecco, il dramma lombardo oggi forse è più comprensibile perché la seconda ondata ha colpito duro anche dove in primavera non si era palesata».

Da cronista di nera sei abituato a raccontare vicende tragiche. Cosa ha rappresentato per te questa pandemia?

«Il mio racconto parte dall’abbraccio simbolico tra Bergamo e Brescia, per arrivare al miracolo dell’ospedale da campo, costruito dagli Alpini in appena otto giorni. Non mi piace usare metonimie o giri di parole, il Covid-19 dopo mesi di trincea mi ha tolto la capacità di mediare e mentire. Se è vero che i numeri della pandemia disegnano scenari inimmaginabili, la realtà è andata oltre ed è ancora oggi un dramma senza fine. Brescia e Bergamo sono diventate moderne capitali del dolore dove due generazioni di uomini e donne sono state spazzate via da un morbo che per alcuni doveva essere “poco più di una influenza”. Invece, in venticinque anni di carriera di cadaveri ne ho visti e raccontati a decine. Ma ancora oggi, ogni sera che chiudo le pagine del giornale, mi ritrovo a piangere da solo. Piango perché fare ogni giorno la macabra conta di incolpevoli morti segna il cuore e blocca la tastiera. Penso che non ci siano parole per poter rispettare tutti questi lutti. Da mesi scrivo e conto ogni croce che non ha potuto avere un saluto, un abbraccio e una benedizione. Per tutte queste vittime innocenti il libro dovrà essere un monumento scritto della memoria che inviti a ragionare e a non dimenticare mai. Raccontare la morte, la paura, il terrore, la malattia, la distruzione di un mondo, l'annullamento dei rapporti sociali non è stato facile. Non in astratto, in concreto. E questo difficile compito spero mi sia riuscito, da cronista che ha cercato di essere il più rigoroso ed equilibrato, disincantato il giusto e distaccato quanto si deve, ma anche capace di non spegnere la drammatica realtà».

Racconti anche qualche storia di speranza?

«La speranza è l'orizzonte che guida ogni pagina. Come la storia della nonna di ferro che, a 100 anni, ha sconfitto il virus rimanendo a casa. Ma anche delle aziende che hanno convertito la propria produzione per fornire il gel igienizzante alla popolazione, o di altre che hanno reclutato operai volontari per costruire le bombole di ossigeno salvavita. Un dramma lungo settimane, passato dalla strage delle Rsa, che ha squassato anche l’economia, provocando oltre 8 miliardi di mancato fatturato alle imprese che sono la locomotiva dell’Italia, a cui però il presidente Mattarella e papa Francesco, più di una volta, hanno fatto sentire la loro vicinanza. E poi le cantine che si sono inventate le degustazione a domicilio: penso a Borgo La Caccia che ha inventato il taste on line per riavvicinare i clienti che erano costretti a stare a casa. Anche questo è un senso di speranza. Senza dimenticare il frate dell'ospedale di Bergamo che durante la prima ondata, così come sta facendo oggi, ha accompagnato ogni povera vittima con la preghiera cercando anche di alleviare il dolore della distanza imposta dal Covid alle famiglie. Lo stesso frate che ha con la moglie di un uomo appena morto ha poggiato il telefonino sul feretro consentendo alla donna un ultimo disperato abbraccio al suo amore. Nulla è perduto. Anzi, nella distanza abbiamo imparato il valore dell'unità. Distanti ma non distinti. Brescia ad esempio ha raccolto 18 milioni di euro di donazioni per gli ospedali. C'è chi ha dato anche solo 10 euro, ma così ha testimoniato la sua vicinanza alla comunità messa in ginocchio da un virus che si è accomodato arrogantemente in casa e ci ha lasciato senza difese. Per questo dico sempre che non dobbiamo parlare di distanziamento sociale. Il Covid in un certo senso ci ha restituito il senso di unità. Parliamo di distanziamento sanitario, che è più corretto».

Sui social c'è un gruppo di familiari delle vittime di Covid che si chiama "Verità e giustizia". Chi sono queste persone e che cosa chiedono?

«Il coordinamento dei parenti delle vittime delle Rsa chiede di conoscere la verità, di capire se qualcuno ha sbagliato sottovalutando all'inizio la pandemia. In questo senso hanno presentato centinaia di denunce alle procure di Bergamo e Brescia che hanno aperto diversi procedimenti. Sarà un lavoro lungo ed estenuante ma i familiari sono pronti a dare battaglia pur di avere la verità. In questo senso hanno consegnato anche un dossier alla procura in cui indicano le carenze e gli errori fatti. Ora spetterà alla giustizia fare il suo corso. Certo, il coordinamento rimarrà vigile aspettando che i magistrati chiudano le indagini e facciano il loro dovere fino in fondo. Diciamo che già una parte è stata fatta visto che a Bergamo sono stati sentiti sia i politici regionali che il premier Conte sulla mancata chiusura del pronto soccorso di Alzano Lombardo o sulla mancata trasformazione della val Seriana in zona rossa».

Qual è la differenza tra la prima ondata e questa?

«L'approccio mentale. Mentre in primavera il senso di solidarietà e unione ha pervaso ogni singolo giorno del lockdown facendoci sentire nazione coesa, oggi la sensazione che si respira è quella di una rabbia diffusa. Non ci sono più concerti improvvisati sui terrazzi e il motto non è più "Andrà tutto bene". Oggi si scende in pazza a protestare ed è facile che la rabbia di chi non può lavorare malgrado i sacrifici chiesti possa accendere ancora di più la protesta. Commercianti, imprenditori e ristoratori, ad esempio, sono esasperati: in 8 mesi hanno perso 100 giorni di lavoro, l'80 per cento del fatturato e lasciato a casa centinaia di dipendenti. Ora chiedono di avere conto dei loro sacrifici o di avere una mano concreta dalla politica. Per questo protestano e non cantano più la speranza dai balconi di casa. Gli scontri di Napoli, Milano e Roma sono lapalissiani di quanto sta accadendo. Le persone rimaste senza lavoro, senza aiuti e anche senza nonni e genitori, magari persi durante la prima ondata, oggi vogliono avere un orizzonte si speranza. Ma non bastano più le promesse. Si cercano dati certi che accendano la luce in fondo al tunnel. Oggi quella luce, però, rischia di essere quella di un treno che corre in senso opposto, pronto a travolgere centinaia di attività messe in ginocchio da una crisi che non solo è sanitaria ma anche economica».

La storia del Coronavirus a Bergamo e Brescia

Disponibile a partire da 3 giorno/i vota, segnala o condividi "La storia del Coronavirus a Bergamo e Brescia" ripercorre i mesi che hanno cambiato la vita di migliaia di persone e cancellato una intera generazione di uomini, donne, nonni e nonne. Bresciani e bergamaschi piangono insieme su migliaia di croci, unico ricordo delle incolpevoli vittime del virus.

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