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martedì 11 agosto 2020
 
Smart working
 

Lavoro agile, né ufficio né orario

29/03/2015  Un tipo di organizzazione professionale che non impone più al dipendente un luogo e dei tempi determinati. Non c'è un badge da timbrare e può essere svolto in qualsiasi giorno della settimana. Puoi portartelo in piscina o in cima a un monte, a casa o in un parco. Attira soprattutto i giovani per la sua flessibilità. Attenti però, c'è un rischio insidioso...

E’ il lavoro  2.0. Svincolato da regole di tempo e di luogo, praticamente privo di un struttura organizzativa, retaggio del vecchio modello industriale. Il lavoro che privilegia i “risultati attesi” ai comportamenti; che premia gli obiettivi raggiunti. L’altra nome della meritocrazia produttiva. In inglese si chiama “smart working”, o meglio “lavoro agile”, a misura di dipendente, collaboratore o anche manager, uomo o donna che sia. L’obiettivo finale è, sempre, il miglioramento della qualità di vita del lavoratore. Il suo benessere. E ovviamente l’incremento della produttività.

C’è chi in Italia, ammesso che un lavoro ce l’abbia, sarebbe disposto a cambiarlo subito per ottenere un posto in un’azienda che adotta la filosofia “smart”. A dirlo è una ricerca realizzata da Unify, azienda leader per i servizi alle comunicazioni,  presentata in occasione della  “Giornata  del  lavoro agile”, celebratasi nel 25 marzo.  Promossa dal Comune di Milano, dal 2014,  la giornata si prefigge di promuovere l’organizzazione “agile”. Ad aderire quest’anno sono stati in 144 tra  enti e  aziende per un totale di ottomila dipendenti. Il 43% in più rispetto all’anno precedente.  Segnale questo che lo “smart working” sta prendendo piede anche da noi, nonostante il ritardo culturale con il quale  s’è iniziato a parlare di questo modo d’immaginare l’organizzazione del lavoro nel nostro Paese rispetto a molte altre aree d’Europa.

   Ebbene il 34% dei dirigenti e il 38% dei manager, secondo, il sondaggio, cambierebbe l’attuale posto di lavoro per un’azienda che avesse introdotto lo stile “smart”. I più propensi, ovviamente, a spostarsi sarebbero i lavoratori della generazione Y, i  cosiddetti “Millenials”, cioè coloro che sono nati negli anni ’80, se è vero che tra di loro quasi uno su due sarebbe disposto a modificare le regole che impongono un ufficio e un cartellino da timbrare, a vantaggio di un tele-lavoro o della possibilità di  espletarlo in un altro luogo non necessariamente deputato alla produzione, ma amichevole, socializzante, ecologico, dal parco al ristorante, dalla piscina al tetto del Duomo di Milano. O in presenza di altri professionisti (in questo caso si parla di “coworking”).

   “Se le aziende vogliono attrarre e trattenere i migliori talenti, dovranno prima o poi implementare modalità di smart working” spiega Riccardo Ardemagni, amministratore delegato di Unify Italia. “La tecnologia è senz’altro fattore cruciale in questo percorso che porta a consentire modelli di lavoro flessibili nei tempi e nei luoghi, e a promuovere efficienza, produttività e benessere delle persone. Mai come ora vita e lavoro delle persone – continua Ardemagni - sono integrati uno nell’altro”.

In Italia le aziende e gli enti “smart” sono concentrati in Lombardia e nel capoluogo che da solo ne conta 141. Che intercetti un bisogno collettivo di autonomia, socializzazione, autogestione del proprio tempo, di comodità logistica è indubbio. L’assenza di regole attrae.

   C’è una piccola controindicazione, o meglio un rischio insidioso: quello che, alla fine, la totale promiscuità tra luoghi e tempi lavorativi e tempi dedicati al riposo e agli affetti favorisca la creazione di una generazione di lavoratori “sempre connessi”, reperibili in ogni luogo e condizione, che non staccano mai la spina. Se la casa, prima o seconda che sia, il bar o la palestra, fino alla cima d’un monte, diventano d’incanto  ufficio, studio, ambulatorio, reparto, che non sia mai che non ci si trasformi in quella macchietta di medico, magistralmente inventato dal genio di Carlo Verdone,  che in “Viaggio di nozze”, mentre sta facendo l’amore con la moglie a letto, risponde comunque al telefono e sfodera un tragi-comico: “Ma no, non mi disturba affatto!”.   

 
 
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