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lutto
 

Ecco perchè dobbiamo molto a Jean Vanier, l'apostolo della compassione

07/05/2019  Ha applicato ai disabili le Beatitudini del Vangelo e ci ha insegnato a dare un senso alla vita

la copertina di Famiglia Cristiana del luglio 1997 dedicata a Jean Vanier.
la copertina di Famiglia Cristiana del luglio 1997 dedicata a Jean Vanier.

Jean Vanier era un rivoluzionario (come l’abbé Pierre, in fondo, come il cardinale Etchegaray e tante altre figure della Chiesa francese e francofona). Non certo nel senso marxista e bolscevico del termine (anzi) ma nel puro senso evangelico. Il suo carattere distintivo, il suo carisma, era la compassione. Quella compassione che in questi nostri tempi terribili qualcuno declassifica in "buonismo", facendone maleficamente la caricatura. In realtà Vanier la compassione la visse così intensamente che arrivò a comprenderne il significato più intimo e profondo, scardinando ogni concezione comune legata alle persone con disabilità. E iniziò la sua opera di scardinamento nel 1964, in un’epoca, peraltro, in cui la dignità di chi era portatore di una disabilità era ben lontana dall’essere riconosciuta in tutta la sua pienezza. L'apostolo della compassione accolse nelle sue case famiglia (ed è inevitabile pensare a quanto fango si stia gettando ingiustamente oggi sulle case famiglia per miserabili fini politici) gli ultimi degli ultimi. “La nostra missione”, ebbe a dire in un’intervista a Radio Vaticana riportata su VaticanNews da Sergio Centofanti, “è quella di incontrare un mondo di estrema debolezza, povertà e sofferenza, persone che spesso sono state rifiutate. Il ruolo dell’Arche è annunciare la buona notizia ai poveri: a loro certo diciamo ‘Dio ti ama’, ma diciamo anche ‘Io ti amo, tu se importante per me’. E’ accogliere in piccole case persone che hanno molto sofferto e rivelare loro che sono qualcuno.”.

Ma il fondatore di Arche andò molto più in là del rispetto e della dignità di queste persone, ed è questo che rende la sua figura grandiosa. Per lui i disabili erano i veri testimoni di Dio, coloro per i quali si compiva il motto per cui “gli ultimi saranno i primi”, i protagonisti delle Beatitudini. Sulla testa di queste anime l'ispiratore del movimento Foi et Lumiere aveva messo un diadema.  Erano loro, soprattutto quelli con disabilità mentali, che guidavano la via della santità, più di qualunque fedele, più di un vescovo, più di un cardinale, perché erano loro ad essere stati scelti per essere i grandi testimoni di Dio. Vanier aveva colto la rivoluzione che lo portava a sostenere quasi con candore  che, come spiega sempre nell’intervista citata, “le persone con handicap mentale sono persone super! Non hanno sviluppato la mente, ma hanno cuore! Ed è necessario ricordare – perché purtroppo lo dimentichiamo troppo velocemente – che le persone con handicap per tantissimo tempo sono state considerate più o meno come una punizione di Dio, come una vergogna, e molto presto venivano rinchiuse in grandi istituti. C’è stata quindi una specie di rivoluzione: noi diciamo che, molto lontani dall’essere puniti da Dio, sono proprio loro che possono condurci a Dio, che ci possono portare ad essere più umani, più aperti, più affettuosi”. Un messaggio, una testimonianza che ci aiutano a capire il senso della valorizzazione della pietra di scarto el magistero di papa Francesco e della testata d'angolo che diventa pietra angolare come si legge nei Salmi e in Isaia. Le pietre angolari, le pietre più importanti di Jean Vanier erano gli ospiti della grande Arca che venivano ospitati  nelle sue communautés (oggi ce ne sono 152 in 37 Paesi di tutti i continenti, di cui 35 in Francia).

Da adolescente, quando nei pomeriggi di domenica portavamo in gita un piccolo gruppo di uomini e donne con varie disabilità che passavano gran parte del loro tempo nelle case famiglia, per far gustare loro per qualche ora  il calore di un’amicizia o la gioia di un raggio di sole su un sentiero di montagna, Jean Vanier ci aiutò molto a capire il significato profondo di quel che stavamo facendo, ma soprattutto ci aiutò a sopportare quel peso insopportabile che si prova nel constatare che Dio non è stato – su questa Terra – uguale con tutti, privando molti della gioia della deambulazione, delle capacità mentali, della tenerezza, di un abbraccio. Ci aiutò a capire che la loro  loro attitudine immensa ad accontentarsi di un tramonto di una passeggiata sotto lo scalpiccio delle foglie morte o di una carezza, di ciò che per una persona senza disabilità (ma chi di noi lo è?) poteva apparire scontato, era qualcosa di superiore a tutto e a tutti, una lezione di vita. Erano loro i maestri. Imparammo il Vangelo della gioia attraverso la sofferenza e il cuore grande di questi nostri fratelli, a dare un senso a questa vita balorda. E non ce lo dimenticheremo mai più.

Ora questo gigante della fede è in Paradiso (che per quelli come lui non è un giardino di delizie ma il luogo dove finalmente si compie la giustizia di Dio), nella corona delle tante anime beate che ha assistitito, finalmente privilegiate, che lo hanno preceduto, pronto ad accogliere sulla soglia quelle che verranno, con quel suo sorriso garbato e formale da ufficiale di Marina.

 

 
 
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