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Ecco perché l'acqua è una questione di vita (per alcuni) e di morte (per altri)

22/03/2017  C’è chi ne ha tanta e la spreca e chi non ce l’ha. Ogni giorno muoiono 30mila persone per mancanza d’acqua e mille bambini per malattie legate ad acqua non sicura. Ecco tutti i paradossi nei numeri della Fondazione Barilla for Food & Nutrition

Nel mondo ogni giorno almeno 30 mila persone muoiono per mancanza d’acqua e 1.000 bambini per malattie legate ad acqua non sicura, mancanza di servizi igienico-sanitari e scarsa igiene. Questo, malgrado la risoluzione ONU del 29 luglio 2010 abbia riconosciuto il diritto all'acqua potabile e sicura ed ai servizi igienici come un “diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani”. Nonostante i passi avanti fatti per risolvere il problema, ci sono ancora 663 milioni di persone che non hanno a disposizione fonti migliorate, tra cui 159 milioni dipendenti da acque di superficie.

A livello globale, almeno 1,8 miliardi di persone utilizzano una fonte di acqua potabile contaminata che causa circa 502.000 morti per conseguenze intestinali. Inoltre, i rischi legati alla disponibilità di acqua, in termini di impatto a livello globale, si posizionano al terzo posto, secondo il Rapporto del World Economic Forum del 2017, dopo le armi di distruzione di massa e gli eventi meteorologici estremi Un quadro che si fa ancora più complesso se si pensa che, a livello mondiale, ci sono 1,4 miliardi di chilometri cubi di acqua, ma che solo lo 0,001% del totale è effettivamente disponibile per l’utilizzo dell’uomo. Almeno due terzi della popolazione mondiale oggi vive, almeno un mese l’anno, in condizioni di grave scarsità idrica dovuta ad un uso che supera la capacità delle fonti di approvvigionamento di acqua dolce.

Inoltre, la combinazione di fenomeni quali aumento della popolazione, riscaldamento globale e cambiamento delle preferenze alimentari imporranno nei prossimi decenni un aumento della pressione sulle risorse idriche per uso agricolo. In media, il 70% delle risorse di acqua dolce viene utilizzato dall’agricoltura per l’irrigazione, il 22% è usato dall’industria e l’8% dalle famiglie, questo dimostra come l’acqua che usiamo serva per produrre anche – e soprattutto - il cibo che mangiamo. Proprio per questo le nostre scelte alimentari assumono sempre di più un ruolo centrale nella preservazione e tutela del Pianeta. È questa la fotografia scattata dalla Fondazione Barilla for Food & Nutrition in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua che si celebra il 22 marzo.

La Germania la migliore per l'uso dell'acqua, americani spreconi

Infografica: Giornata Mondiale dell'Acqua, come utilizziamo nel mondo l'"oro blu"?

 

Continuando nell’analisi dei dati si scopre che il peso dell’agricoltura è molto più alto nei Paesi a reddito medio-basso (fino ad arrivare in alcuni casi al 95%), mentre in quelli sviluppati è l’industria a detenere la quota maggioritaria (in media 59%). Ma quali sono i Paesi che utilizzano meglio l’acqua? Secondo il Food Sustainability Index (FSI), nella classifica mondiale che si ottiene incrociando 4 macro-parametri (“Environmental Impact of agricolture on water”, “Sustainability of water withdrawal”, “Water Scarcity”, “Water Management”) si scopre che Germania (88.38 punti su 100), Colombia (86.07 su 100) e Regno Unito (85.63 su 100) sono i Paesi dove meglio viene utilizzata questa risorsa naturale. All’altro capo della classifica, invece, troviamo Arabia Saudita (con un punteggio di 34.64), Egitto (20.45) e India (16.87) tra le realtà che dovranno affrontare le sfide più complesse per riuscire a migliorare in termini di utilizzo dell’acqua. I dati contenuti I dati contenuti in Eating Planet mostrano che, in termini assoluti, è l’India il paese che utilizza più acqua, con un’impronta idrica di 987 miliardi di metri cubi, pari al 13,2% della cifra globale. A seguire troviamo Cina (883 miliardi, 11,8%) e USA (696 miliardi, 9,3%), comprensibile se consideriamo l’alta densità di popolazione di questi paesi. Ma i dati raccolti dalla Fondazione BCFN appaiono ancora più sorprendenti se si analizzano in termini di valori pro capite: al primo posto balzano i cittadini USA (2.843 metri cubi all’anno), seguiti a distanza dagli italiani (2.232) e dai thailandesi (2.223). Un quadro che, quindi, porta l’Italia in una posizione di “allerta”, tra quelle realtà dove ancora può essere fatto molto per utilizzo più consapevole dell’acqua, considerato che circa il 90% della nostra impronta idrica è legata a ciò che mangiamo.

E lo scenario per il 2025 appare anche peggiore dell’attuale, se si pensa che - secondo i dati WHO - entro quella data la metà della popolazione mondiale vivrà in zone con problemi idrici. Stando alle previsioni, le aree colpite da scarsità d’acqua, caratterizzate cioè da un elevato tasso di prelievo delle risorse disponibili - oggi superiori al 20% del totale della superficie del pianeta - aumenteranno sostanzialmente allargandosi all’intero del territorio di USA, Europa continentale, Asia del Sud e in più vaste aree di Africa e India. Il tema appare ormai di stretta attualità e riguarda tutti, tanto che anche il Pontefice, nel corso di un intervento pubblico, ha evidenziato i rischi che questa situazione potrebbe generare: “Mi domando se in questa terza guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo non stiamo andando verso una gran guerra mondiale per l’acqua” .

I paradossi dell'acqua: Paesi che ne hanno tanta e la utilizzano male e Paesi che ne hanno poca e non sicura

  

«Siamo di fronte ad una situazione globale molto complessa, dove esistono Paesi ricchi di acqua, ma che la utilizzano male, e altri che invece sono addirittura costretti a ricorrere ad un’acqua non sicura», spiega Marta Antonelli, Research Programme Manager della Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition. «Oggi», prosegue, «sappiamo che molta dell’acqua che usiamo serve per produrre cibo, e siccome gli abitanti della terra arriveranno a 8,5 miliardi nel 2030 e a quasi 10 miliardi nel 2050, è semplice comprendere come, per nutrire un simile numero di persone, servirà un ulteriore aumento del consumo di acqua di almeno il 20% (nella migliore delle ipotesi) perché a seconda dei consumi potrebbe essere il +50% nel 2030 e +70% nel 2050. E’ importante dunque sensibilizzare l’opinione pubblica, ma anche media e altri stakeholder sull’importanza delle nostre scelte individuali perché queste sì, possono fare la differenza per il benessere del pianeta. Adottare la Dieta Mediterranea, privilegiare prodotti di stagione e seguire una dieta variegata e bilanciata, è il primo passo che ognuno di noi può compiere nella vita quotidiana per un più sostenibile consumo di risorse idriche. Questo discorso vale per tutto il mondo, perché ogni volta che il cibo viene importato – e non necessariamente prodotto sul posto - si importa anche l’acqua contenuta in esso». Ogni giorno, in media, un individuo beve 2 litri d’acqua, ma senza accorgercene, a nostra insaputa, utilizziamo fino a 5mila litri di acqua “virtuale” al giorno per alimentarci. E se, da un lato, mettiamo sempre più attenzione alle azioni di routine, come chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci laviamo i denti, dall’altro non siamo ancora del tutto consapevoli di quanta acqua “invisibile” si nasconda in quello che mangiamo. Se adottassimo una dieta vegetariana, il consumo di acqua virtuale varierebbe dai 1.500/2.600 litri rispetto ai 4.000/5.400 di una dieta ricca di carne. Tradotto in pratica significa che mangiando, ad esempio, una porzione di crema di ceci insieme con un piatto di fagiolini e patate cotte al vapore con scaglie di grana e un frutto, si mangiano – senza accorgersene – anche 1446 litri di acqua; invece, sostituendo lo stesso pasto con un filetto di manzo, una porzione di insalata mista condita con olio, una fetta di pane e un frutto i litri di acqua salgono a 3244. Il totale di acqua nascosta nel piatto si abbassa drasticamente se, invece, si adotta un menù vegano: una porzione di crema di verdure e risoni, una porzione hummus di ceci e una fetta di pane contiene “solo” 940 litri di acqua .

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