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martedì 22 giugno 2021
 
economia
 

Ecco perchè la Tassa Globale è un passo avanti verso l'equità fiscale nel mondo

06/06/2021  Lo storico summit finanziario del G7 ha permesso di fissare l'aliquota per i profitti delle multinazionali almeno al 15 per cento impedendo il "dumping" di Olanda, Irlanda e altri Stati furbacchioni. Inoltre le imposte si pagheranno dove si realizzano i profitti e non nei paradisi fiscali

Di solito dei summit dei vari "G" ci ricordiamo solo le splendide "foto opportunity" che vede allineati i Grandi del mondo, senza capire un granche di quello che hanno deciso (se lo hanno deciso). Ma stavolta possiamo guardare con fiducia all'ultimo summit del G7 (i primi sette Paesi industrializzati). La riunione di Aylesbury, in Gran Bretagna, ha infatti sferrato un duro colpo a quegli Stati "furbacchioni" che grazie alla tassazione "sottocosto" distraevano (per non usare la parola "rubavano")  miliardi e miliardi di risorse destinate al nostro erario. Ma partiamo dall'inizio, vale a dire da un assunto ormai consolidato:  moltissime multinazionali, compresi buona parte dei “giganti del Web”  non evadono le tasse. Semplicemente, le eludono. Nel senso che spostano i capitali e le sedi in vari paradisi fiscali, dove la tassazione è molto bassa. Il vantaggio è reciproco. Anche per le isole off-shore e gli Stati che consentono queste scappatoie fiscali è sempre conveniente, dato che non ospitano quasi mai impianti produttivi e non hanno un mercato di grande portata. Con questo sistema (formalmente legale) di dumping fiscale (in pratica di tassazione sotto costo concorrenziale) i miliardi e miliardi di dollari (o euro) che spettano alle casse degli Stati rimangono nelle tasche degli azionisti.

Ora però la musica sta cambiando. I ministri delle Finanze del G7 hanno raggiunto un accordo storico.

Le imprese internazionali saranno soggette a una tassazione minima del 15 per cento, applicata Paese per Paese. Inoltre sarà difficile trasferire gli utili: le maggiori aziende transnazionali, con margini di profitto di almeno il 10 per cento, vedranno il 20 per cento di tutti gli utili oltre tale soglia riallocato e tassato nei Paesi dove vendono i loro prodotti o servizi. Facciamo un esempio: se una multinazionale ha profitti per cento milioni di euro in Italia, dovrà versare all’erario del nostro Paese il 20 per cento di 90 milioni di euro, ovvero 18 milioni. Finora tutto questo non avviene. Le multinazionali, in particolare le le cosiddette “web soft”, i giganti della Rete, pur registrando fatturati vertiginosi, con picchi del 300 per cento, con incassi pari a quasi mille miliardi di dollari a livello globale, eludono le tasse spostando la sede nei Paesi che permettono l’elusione. I più famosi sono Singapore, Irlanda, Lussemburgo e Olanda. Quell’Olanda “frugale” che a ogni occasione in sede di Commissione europea fa le pulci ai nostri bilanci e quasi ci prende in giro: con la mano destra ci costringe a una politica fiscale rigorosa e fa di tutto per bloccare i nostri investimenti, con la sinistra ci sottrae risorse (miliardi e miliardi) attirando con aliquote più contenute tasse che spetterebbe a noi incassare, poiché l’attività delle multinazionali si svolge in territorio italiano. Tempo fa Mediobanca ha calcolato, a fronte di un fatturato complessivo delle multinazionali del Web che operano in Italia di 2,4 miliardi di euro, un contributo fiscale pari al 2,7 per cento dei ricavi. Pochi milioni di euro. Bruscolini, per colossi di quel calibro. Ci sono sedi all’estero dove viene tassato un quarto dei profitti a fronte del 4 per cento di investimenti e quasi nessun dipendente presente. Nel 2015, secondo un rapporto Ocse, l’Italia è stata derubata di 6,4 miliardi di gettito fiscale tramite i riallocamenti all’estero dei profitti delle multinazionali.

Secondo il settimanale economico della City londinese Economist le multinazionali spostano il 40 per cento dei loro profitti nei paradisi fiscali. È stato calcolato che i quattro Stati dell’elusione fiscale (Irlanda, Lussemburgo, Singapore e Paesi Bassi) insieme raccolgono il 29 per cento degli investimenti esteri permettendo a questi colossi economici di eludere tasse per 240 miliardi di euro, di cui 190 in Europa. Ma con la Tassa Minima Globale non sarà più così, la concorrenza del dumping fiscale viene sterilizzata. La svolta del G7 si deve al cambio di inquilino alla Casa Bianca. Se Donald Trump di tassare le multinazionali proprio non ne voleva sapere (anzi, aveva abbassato l’aliquota dal 35 al 21 per cento), Joe Biden ha impresso una svolta sostenendo con determinazione la “Minimum Tax”. In questi giorni il presidente americano è impegnato in un braccio di ferro “domestico” con i repubblicani per portare le imposte sulle major statunitensi almeno al 28 per cento. Biden ha bisogno di rimpinguare le casse del Tesoro per finanziare il piano di uscita dalla pandemia.

Ora si tratta di estendere la decisione a tutti i Paesi dell’area Ocse. Se Olanda, Lussemburgo, Singapore e Irlanda si rifiuteranno di alzare le tasse (ma non dovrebbe accadere, perché conoscono i rapporti di forza) verranno sottoposti a una forte pressione economica, politica e finanziaria da parte di Europa e Stati Uniti. Quanto alle multinazionali, hanno talmente guadagnato negli anni scorsi che non si lamentano nemmeno più di tanto. Si limitano a sostenere che in fondo loro creano posti di lavoro nei Paesi dove hanno mercato.  Ma è una giustificazione un po’ debole, visto le cifre in gioco, se pensiamo che negli Stati Uniti la consociata di Microsoft ha registrato l’anno scorso quasi 315 miliardi di dollari (260 miliardi di euro) di utili, staccando dividendi alla casa madre per oltre 55 miliardi di dollari (oltre 45 miliardi di euro) senza pagare nemmeno un centesimo di tasse, grazie ai vantaggi fiscali di un paradiso fiscale: l’Irlanda. La strada da fare non è ancora conclusa, ma è certamente la strada giusta.

 

 

 
 
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