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Economia a mano armata, spese militari: nuovo boom

07/04/2016  Nel 2015 gli affari per riempire gli arsenali hanno registrato un incremento dell'1 per cento rispetto al 2014: il business vale ora 1700 miliardi di dollari. Aumenti consistenti in Asia, Oceania, Europa centrale e Medio Oriente; gli stanziamenti diminuiscono in Europa occidentale, Africa e America latina.

Pechino. La parata militare con cui il Governo cinese, il 3 settembre 2015, ha celebrato il settantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Foto Reuters. In alto: una fabbrica di carri armati in Indonesia. Foto Reuters. In copertina: una cerimonia militare in Giordania il 4 aprile 2016. Foto Ansa.
Pechino. La parata militare con cui il Governo cinese, il 3 settembre 2015, ha celebrato il settantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Foto Reuters. In alto: una fabbrica di carri armati in Indonesia. Foto Reuters. In copertina: una cerimonia militare in Giordania il 4 aprile 2016. Foto Ansa.

Invertendo un trend in discesa che durava dal 2011, le spese militari nel mondo sono tornate a crescere. Nel 2015 l'incremento è stato dell’1% rispetto a quanto investito per rifornire gli arsenali nel 2014. L'anno scorso, il volume complessivo degli affari è risultato essere di circa 1700 miliardi di dollari (per la precisione: 1676 miliardi), pari 2,3% del prodotto interno lordo mondiale. E’ quanto emerge dal rapporto diffuso dal Sipri (Stockholm international peace research institute), l'autorevole centro di ricerche svedese specializzato in questo settore. La crescita è consistente in Asia e Oceania, nell’Europa centrale e in Medio Oriente.

Pur avendo ridotto il budget del 2%, gli Stati Uniti d'Anerica rimangono al primo posto con un business di 596 miliardi di dollari. La Cina ha speso 215 miliardi, con un aumento del 7,4%; l’Arabia Saudita segna una crescita del 5,7% con 87,2 miliardi, prendendo il terzo posto nella classifica, davanti alla Russia, la cui crescita è stata del 7,5% con 66,4 miliardi. Il Sipri fa notare che ad influenzare i dati vi sono due fattori: il primo è legato alle situazioni di tensione in Est Europa, in Medio oriente, nel Mar Cinese meridionale; il secondo è il prezzo del petrolio che dal 2014 è sceso riducendo gli utili per molti Paesi produttori. A causa dell’abbassamento del prezzo del greggio, in modo vistoso hanno ridotto le spese militari il Venezuela (meno 64%) e l’Angola (meno 42%), ma vi sono anche riduzioni in Bahrain, Brunei, Kazakhstan e Sud Sudan.

Una fabbrica di cannoni in Inghilterra. Foto Reuters.
Una fabbrica di cannoni in Inghilterra. Foto Reuters.

Nonostante la riduzione degli introiti dal petrolio, diversi Paesi esportatori hanno continuato ad aumentare le spese militari.  Fra questi vi è l’Algeria, la Russia, il Vietnam, e soprattutto l’Arabia Saudita il cui intervento militare in Yemen le è costato finora 5,3 miliardi di dollari. Il Sipri avverte che per diverse nazioni del Medio Oriente non è possibile avere dati precisi. Per le nazioni i cui dati sono disponibili, per il 2015 si calcola un aumento delle spese militari del 4,1%. Fra tutti, l’Iraq è quello che ha avuto il maggior incremento. Nel periodo dal 2006 al 2015 le spese militari in Iraq sono cresciute del 536%: il più grande aumento al mondo per quel periodo. 

Per quanto riguarda l'Italia, il Sipri stima una spesa militare di poco inferiore ai 24 miliardi di dollari, segnalando un brusco calo nell'ultimo decennio, ponendo l'Italia al dodicesimo posto a livello mondiale. «Questi dati però non devono trarre in inganno», commenta la Rete italiana per il disarmo, «poiché, proprio a causa dei meccanismi opachi di finanziamento della spesa militare italiana che da tempo anche Rete Disarmo denuncia, probabilmente a Stoccolma non sono riusciti a valutare appieno la complessiva spesa militare italiana. Mettendo in fila i dati ufficiali dell'ultima legge di Stabilità si raggiunge infatti un totale di 23,12 miliardi di euro corrispondenti (con cambio medio 2015 di 1,1) ad oltre 25 miliardi di dollari e non a meno di 24 miliardi come valutato dal Sipri nel suo ultimo rapporto. Il motivo della differenza sta forse nei fondi “extra bilancio” (in particolare dalle missioni militari e dal ministero per lo Sviluppo Economico) su cui la Difesa può contare e i cui dati non sono facilmente rintracciabili, soprattutto per quanto riguarda osservatori stranieri». 

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