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Ed Enrico va in goal

02/10/2013  Chi esce rafforzato, nella sostanza oltre che nell'immagine, è il premier. Maestro della "ripartenza", il caro vecchio contropiede...

Da amante del calcio giocato e del Subbuteo ha un motivo in più per gloriarsi della ripartenza, di cui è un cultore.  Nel 1991 si chiamava più semplicemente "contropiede". Ma ventidue anni fa Silvio Berlusconi era "solo" un potente uomo Tv e  "patron" del Milan, la squadra di cui lui è tifosissimo . E lui, Enrico Letta, vero top player di questo primo scorcio d'autunno, nel 1991 presiedeva i giovani popolari europei, osservava l'Italia da Bruxelles e da Maastricht, condannava «la disinvoltura e il rampantismo» che stavano uccidendo la Prima Repubblica e la "ripartenza" o il "contropiede" che dir si voglia  l'applaudiva a San Siro. Nulla di più. Nulla di diverso.  Oggi, no. Enrico Letta è andato in goal smentendo sul campo (Palazzo Madama) pronostici infausti e sbaragliando blasonati avversari (Silvio Berlusconi).

«Signor Presidente, onorevoli senatori, nella vita delle Nazioni l’errore di non saper cogliere l’attimo può essere irreparabile», ha esordito Enrico Letta con tono solenne, facendo apparire ancor più miseri e scostanti i balbettii del Pdl (sfiducia-fuori tutti-dentro e zitti- contrordine, si vota sì). Cita Luigi Einaudi, Enrico Letta. «Richiamo le sue parole qui» ha aggiunto, «in Parlamento, davanti al Paese, davanti a tutti voi, per venire subito al cuore della questione. L’Italia corre un rischio che potrebbe essere fatale, irrimediabile. Sventare questo rischio, cogliere o non cogliere l’attimo, dipende da noi, dipende dalle scelte che assumeremo in quest’Aula, dipende da un sì o da un no». E poi giù, l'elenco di quanto fatto. E di ciò che occorre fare, con urgenza e intelligenza (tagli delle imposte sul lavoro incluse).  Il tutto con stile sobrio. Pensieri, parole e fatti che - alla fine - hanno pagato.  

Prendendo tutti in contropiede, il cattolico democratico Enrico Letta dimostra che essere moderati non significa essere sprovveduti, pavidi o, peggio, ignavi. Un trofeo in più che s'aggiunge a veri e propri record. Come quello d'essere diventato il ministro più giovane della storia repubblicana. Era il 1998: costituendo il suo il primo Governo D'Alema lo volle alle Politiche comunitarie. Aveva 32 anni, Enrico Letta: battè il mitico Giulio Andreotti, ministro a 35 (qualcuno - al riguardo - getta acqua sul fuoco: Andreotti a 28 anni era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio;  non ministro, d'accordo, ma praticamente il numero due o qualcosa di molto simile).

La partita continua. E dunque tutto può accadere. Ma certamente stasera papà Enrico saluterà i suoi tre figli (Giacomo, Lorenzo e Francesco) con il legittimo orgoglio di aver segnato una rete che conta. Per sè. E per l'Italia.

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