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sabato 18 maggio 2024
 
intervista
 

Edoardo Leo: «Mi rivedo negli sconfitti»

14/05/2024  «Festeggio 30 anni di una carriera segnata da tanti fallimenti, che mi hanno spinto a rimettermi in gioco», dice l’attore che nella serie "Il clandestino" dà il volto a un detective vicino alle persone in difficoltà

Verrebbe da pensare che, per protagonismo intrinseco, un attore si racconti mettendosi al centro. Edoardo Leo no. Lo fa attraverso i suoi “debiti”: verso il padre che dubitava che recitare fosse un mestiere: «Lo capisco, erano i tempi del posto fisso, i miei erano onesti lavoratori, non di grande cultura, il fatto che mi abbiano osteggiato però mi è stato utile: invece di abbattermi mi ha dato la voglia di dimostrare che ce l’avrei fatta». Verso il professor Rodano: «L’insegnante di Lettere del liceo scientifico che con la sua passione per la poesia ha acceso in me la scintilla della letteratura: se non avessi raccontato storie in teatro e al cinema, avrei insegnato a scuola». Verso Gigi Proietti: «È stata una lezione illuminante vederlo mescolare alto e basso con leggerezza, facendo passare la cultura attraverso la commedia». Verso gli allenatori autorevoli incontrati quando, dolescente, ancora sognava di fare il calciatore: «Sarei stato un mediocre giocatore di provincia: ma dalla disciplina dello sport, dalla condivisione dello spogliatoio, dal modo con cui lo gestivano mi hanno insegnato cose che adesso mi tornano utili quando devo coordinare un set con centinaia di persone: ho scoperto che avere responsabilità calma il mio carattere fumantino: per questo me le cerco. Ma alla regia sono arrivato per frustrazione».

Racconta di quando, nel mezzo del cammino della vita artistica, che compie 30 anni ora, si è ritrovato in una selva oscura di rifiuti sulla linea del traguardo: «Ho anche pensato di mollare, ma invece di incolpare gli altri sentendomi incompreso, ho provato a scrivere sceneggiature e a dirigere i personaggi adatti a me. Credo che sia legata a questa mia esperienza di fallimento l’attrazione inconscia che da una decina d’anni provo per gli sconfitti».

Anche Luca Travaglia, protagonista di Il clandestino, la serie tv che parte l’8 aprile su Rai 1, lo è: «Un personaggio così complesso e sfaccettato per un attore è un regalo: un ispettore di polizia tutto d’un pezzo, atterrato da un dolore esistenziale, impegnato a espiare le colpe che crede di aver commesso verso la collettività, la famiglia, gli amici, mettendosi “nei casini” per aiutare gli altri».

Una figura chiaroscurale che alterna dramma e commedia, con percorsi improbabili: «Per entrare nel personaggio, che lo spettatore incontra a un certo punto della sua storia, ho pescato nella sua “biografia invisibile”, immaginando il suo passato: gli studi che aveva fatto, la famiglia, perché è un uomo solo che si è innamorato proprio di quella persona. Avevo una sfida diffcile, su cui ho lavorato con il regista Rolando Ravello, mio amico da 30 anni e con un passato da bravissimo attore: rendere simpatica una persona quasi anffettiva».

Quando tutto nella sua vita va all’aria, Travaglia finisce a vivere in affitto nel garage di Palitha (Hassani Shapi), cingalese a Milano, con cui mette in piedi un’improbabile agenzia di investigazione privata, fonte di un mare di guai ma anche della sua ricerca di riscatto. Di qui il titolo: il clandestino è Travaglia, uomo delle regole che finisce per trasgredirle per mettere la sua competenza al servizio degli ultimi, in una città che è coprotagonista del racconto: «Milano è la più europea delle città italiane, con un’anima tutta sua, la conoscevo già per averci girato nel 2016 il film Che vuoi che sia, ma per entrarci meglio durante le riprese non sono stato in albergo, ho cercato di girarla da solo, di sera, sprecando più parole possibili, insomma facendo la vita di Travaglia, ad eccezione del fatto che ho affittato una casa, non uno scantinato. A me Milano piace e mi piace il fatto che nella serie se ne veda sia la faccia scintillante e modaiola sia quella dei sotterranei». Con Palitha ci sono siparietti esilaranti: «Funziona l’iconografia della strana coppia, con un comico e un burbero che generano ironia involontaria».

Trent’anni di palcoscenico: tempo di bilanci: «Ne è valsa la pena? Col senno di poi, sì. Non credo che un artista debba essere didascalico, ma quando la gente ti scrive che dopo aver visto Noi e la Giulia ha cambiato vita, capisci che l’arte e la cultura hanno il potere di influenzare la vita delle persone: non a caso da come tratta i suoi commedianti spesso si misura la democrazia di un Paese. Come ho detto a Sanremo, l’arte non è futile, perché una poesia è un conforto vero quando dà a chi soffre, e non le ha, le parole per esprimere il proprio dolore. I versi della mia vita? Tengo appesa nel mio studio Piaceri di Bertolt Brecht: un elenco di piccoli piaceri della vita, l’ultimo dei quali è la gentilezza».

 
 
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