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Egitto, ai militari i miliardi del Golfo

17/08/2013  I petrodollari dell'Arabia Saudita e del Kuwait affluiscono in aiuto dei militari che hanno deposto Morsi e sparato sui Fratelli Musulmani.

La scena di un recente attentato a Beirut (Reuters).
La scena di un recente attentato a Beirut (Reuters).

In arabo, l'Egitto si chiama "Al Misr", che vuol dire "il mondo". Ora, l'Egitto non è l'intero Medio Oriente ma nessuno può permettersi il tracollo di quello che, con 86 milioni di abitanti e una posizione strategica decisiva, è in ogni caso il  gigante del mondo arabo. Da qui l'allarme rosso che in queste settimane regna alla Casa Bianca e in tutte le capitali dell'Unione Europea.

A differenza di quanto avviene in Occidente, dove si condannano le stragi ma non si ha alcuna voglia di vedere i Fratelli Musulmani di nuovo al potere, i governi e i regimi del mondo arabo hanno fatto con chiarezza le loro scelte di campo. Il Governo dei Fratelli Musulmani e la presidenza di Mohammed Morsi erano stati salutati con entusiasmo soprattutto da due Paesi: il Qatar, che aveva subito stanziato 4 miliardi di dollari in aiuti all'Egitto, e la Turchia, che si era impegnata per 2 miliardi. 

Quando, ai primi di luglio, Morsi è stato deposto dalle proteste di piazza e dai militari, lo scenario è cambiato di colpo. Qatar e, soprattutto, Turchia, hanno gridato al colpo di Stato e chiesto l'intervento degli organismi internazionali per difendere la legittimità della presidenza Morsi. Al loro posto, però, sono subentrati altri Paesi, questa volta pronti a sostenere l'azione dei generali egiziani: l'Arabia Saudita ha varato un piano di aiuti per 5 miliardi di dollari, il Kuwait ne ha offerti 4 e gli Emirati Arabi Uniti altri 3. Per dare un'idea di quanto sia massiccio questo piano di soccorso, basta pensare che gli Usa, da sempre i maggiori finanziatori dell'esercito egiziano, l'anno scorso non sono andati oltre aiuti per 1,3 miliardi di dollari.
 
Questa spaccatura tra Paesi islamici si spiega con diverse ragioni. Da un lato, c'è la rivalità tra Arabia Saudita, finora Paese leader dell'islam sunnita (cioè, di circa il 90% dei musulmani del Medio Oriente), e la Turchia, che aspira a sostituirla nel ruolo di potenza regionale. Dall'altro, il diverso atteggiamento nei confronti dei Fratelli Musulmani. Gli sceiccati e le monarchie che controllano i Paesi petroliferi del Golfo tendono a considerarli una minaccia al loro potere, dei rivoluzionari pronti a sconvolgere un delicato e lucroso equilibrio. Non a caso nel Golfo le carceri sono piene di Fratelli arrestati per le loro attività politiche. L'Arabia Saudita, poi, appoggia apertamente i salafiti egiziani del partito Al Nur (La luce), la cui visione dell'islam combacia quasi esattamente con quella radicale wahabita sostenuta, appunto, dalla monarchia saudita.

Il problema ha un altro risvolto. a questa spaccatura assistono assistono con favore almeno altre tre Paesi islamici del Medio Oriente, non a caso in qualche modo alleati tra loro. Sono Iran, Siria e Libano, gli unici tre Paesi in cui al potere ci sono i musulmani sciiti. Fino a qualche settimana fa, la minoranza sciita del Medio Oriente era minacciata di una sconfitta totale: Assad delegittimato e sull'orlo della cacciata definitiva dalla Siria, il Libano coinvolto dalla guerra civile siriana e a sua volta minacciata da analoga sorte, l'Iran isolatissimo nella regione e travagliato all'interno. La crisi egiziana, che porta con sé le faide tra gli altri Paesi musulmani sunniti, l'ansia di Israele, le preoccupazioni di Usa ed Europa, regala agli sciiti respiro e spazio di manovra in misura inaspettata.






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