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lunedì 30 novembre 2020
 
Egitto
 

Egitto, dove il calcio fa politica

09/02/2015  I gruppi dei tifosi organizzati sono la valvola di sfogo della contestazione al regime autoritario di turno. La strage del Cairo e quella di Porto Said tre anni fa.

I disordini allo stadio del Cairo (Reuters).
I disordini allo stadio del Cairo (Reuters).

La strage del Cairo, dove 40 persone sono morte negli scontri tra la polizia e gli ultras della squadra dello Zamalek, non è certo la prima del genere in Egitto. anzi. Tre anni fa, il 2 febbraio 2012, a Porto Said, furono 74 le persone a morire in scontri analoghi, accesisi dopo la partita tra la squadra locale Al Masry (che peraltro aveva vinto l'incontro) e un'altra formazione del Cairo, l'Al Ahli. Alla strage seguirono processi, condanne e altri tumulti.

Il calcio, anche in Egitto, è una grande passione popolare. Ma è anche, assai più che altrove, la valvola di sfogo di tensioni politiche e sociali. In un Paese che da decenni è retto da regimi di vario genere ma comunque autoritari, le associazioni dei tifosi sono spesso il focolaio (uno dei pochi permessi) dove brucia il risentimento contro lo Stato e dove si prepara la protesta violenta contro le istituzioni.

Ma non solo. Il campo da calcio è anche quello in cui molti protagonisti scelgono di giocare la partita del potere. Dopo la strage di Porto Said, sul banco degli imputati finirono anche 9 poliziotti e 3 dirigenti della squadra di calcio cittadina. Il Tribunale, per dare una lezione esemplare, chiese 21 condanne a morte e la  polizia respinse con assoluta decisione l'assalto al carcere portato dalle famiglie degli imputati. Si era nel periodo delle grandi contestazioni di piazza al presidente Morsi e al regime dei Fratelli Musulmani, e la coincidenza non era affatto casuale.

Gli ultras dell’al-Ahli (come peraltro i White Knights, ovvero i tifosi organizzati dello Zamalek, coinvolti negli ultimi disordini), la squadra cairota cui apparteneva la gran parte dei tifosi uccisi a Port Said, ne sono la dimostrazione.
 Nel settembre del 2011, avevano fatto irruzione negli studi di una televisione nazionale per interrompere un programma che criticava, appunto, il tifo violento. Ma nello stesso tempo, questi tifosi sono noti per essere stati in prima fila fin dalle manifestazioni iniziali di piazza Tahrir, due anni fa.

Non solo. A causa della strage di Port Said, la partenza del campionato egiziano di calcio ha subito un rinvio, deciso appunto per timore di nuovi scontri. Nel periodo senza partite, gli ultras dell’al-Ahli hanno ripetutamente “attaccato” la sede della loro stessa società, prendendo in particolar modo di mira Hassan Hamdy, presidente del club che, per il solo fatto di poter vantare quasi 50 milioni di tifosi, è di per sé una potenza anche extra-calcistica.

Proprio quello di Hamdy è un caso da manuale delle commistioni tra calcio e politica che turbano, non solo da oggi, l’Egitto. Giocatore dell’al-Ahly e della Nazionale egiziana (di cui fu anche capitano) negli anni Sessanta e Settanta, è presidente del club dal 2000. Con lui, l’al-Ahly ha vinto quattro volte il campionato egiziano e la Coppa d’Africa, diventando la squadra di calcio più titolata del Paese. Perché dunque i tifosi non lo amano? Il fatto è che Hamdy è anche presidente della concessionaria pubblicitaria del gruppo al-Ahram (Le piramidi), che pubblica tra l’altro il quotidiano omonimo, il più noto e diffuso in Egitto.

Il gruppo editoriale al-Ahram, però, ha tra gli azionisti lo Stato e infatti si è distinto, nei due anni della Primavera araba egiziana, per l’estrema “moderazione” con cui ha affrontato e criticato prima le azioni di Mubarak e poi quelle dei Fratelli Musulmani nel frattempo saliti al potere. Si spiegano più con la politica che con lo sport, quindi, gli assalti alla sede di al-Ahli da parte degli ultras, che non a caso hanno più volte accusato Hamdy di essersi illecitamente arricchito con le attività della concessionaria pubblicitaria. Un modo neppur tanto velato di mettere sotto accusa la corruzione delle autorità e di contestare “da sinistra” gli attuali assetti di potere.

 

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