logo san paolo
lunedì 25 ottobre 2021
 
 

Egitto: calcio, politica e potere

26/01/2013  Il secondo anniversario della Primavera araba, segnato dalle proteste, è stato accompagnato dalle violenze legate al calcio. Ma il problema è uno solo.

La proteste in piazza Tahrir, al Cairo (foto G. Musso).
La proteste in piazza Tahrir, al Cairo (foto G. Musso).

Venerdì, la giornata inizia nel torpore. Il traffico caotico del Cairo cede il passo a un ritmo lento, scandito dai richiami alla preghiera del muezzin. Ma presto iniziano ad arrivare le notizie da Piazza Tahrir. Gli Ultras dell’al-Ahli, una delle due squadre del Cairo, si stanno scontrando già dalla notte con le forze dell’ordine. È un piccolo assaggio di quello che succede oggi, sabato, dopo la sentenza sul massacro di Port Said.


Un anno fa, in questa città sul Canale di Suez, 74 tifosi dell’al-Ahli – che, per inciso, aveva perso – vennero massacrati alla fine della partita con la squadra locale con una ferocia inspiegabile. Oggi, però, i violenti si dileguano presto. Lasciano il posto a centinaia di migliaia di famiglie, giovani, attivisti, che al termine della preghiera di mezzogiorno si riversano nella piazza-simbolo della rivoluzione egiziana. I genitori portano bambini piccoli sulle spalle, ognuno è avvolto in una bandiera, o indossa una maglietta dei moltissimi movimenti sorti prima e dopo la rivoluzione, segno di una società che ha ripreso a respirare dopo decenni di soffocamento. I cortei si formano nei diversi quartieri della città, dalle aree popolari come Imbaba e Shubra ai quartieri della classe media come Mohandiseen. 

È quest’ultima la manifestazione più numerosa, anche perché guidata dai due più importanti leader dell’opposizione, Mohamed el-Baradei e Hamdin Sabbahi. Tutti confluiscono in quello che è ancora, malgrado il logorio di una transizione travagliata, il cuore pulsante del Paese. Alle cinque, la piazza è stracolma. “Perché siamo di nuovo in piazza due anni dopo?”, mi dice Huda, “Perché Morsi se ne deve andare, c’è bisogno di una seconda rivoluzione!”. Ha le idee chiare, come sembrano averle tutti coloro che all’unisono urlano: “Irhal!”, “vattene!”, rivolti a un Presidente che non li rappresenta e che, a loro dire, ha scippato la rivoluzione. 


Anche le famiglie sono scese in piazza (foto G. Musso).
Anche le famiglie sono scese in piazza (foto G. Musso).

Ma gli slogan non si rivolgono solo contro Morsi. Il bersaglio forse più odiato è Mohamed Badie, attuale Guida Suprema dei Fratelli Musulmani. “Lo sanno tutti che Morsi non decide nulla”, mi ha detto la sera prima Rami el-Swissy, un attivista del Movimento 6 Aprile, “le direttive si prendono negli organi interni dei Fratelli Musulmani”, al vertice dei quali si trova la Guida Suprema. Un uomo porta un cartello che raffigura Morsi vestito da talebano. “Vattene! – si legge – L’Afghanistan è da quella parte!”. La rabbia è molta verso un Governo che, più che a risolvere i problemi della gente, sembra essersi preoccupato di occupare tutte le posizioni di potere e di regolare i conti con uno Stato che per oltre ottant’anni ha perseguitato proprio coloro che oggi si trovano al potere.

Il problema è l’Islam? “No, loro hanno strumentalizzato l’Islam e il sentimento religioso della gente”, commenta Salma, “la gente li vota perché è ignorante e fa quello che sente dire in moschea”. “Ma i Fratelli Musulmani non sono il vero Islam”, le fa eco Victor, un noto attivista, “Non conoscono neppure bene il Corano e i detti del Profeta. Se no saprebbero che Mohammad rispettava i cristiani e gli ebrei”. 

Impossibile anche parlare di elezioni. “Le elezioni? Le hanno rubate, è chiaro!”, continua, “numeri alla mano le hanno rubate”. Ma perché la gente non va a votare? Al referendum sulla Costituzione ha votato solo un terzo di quelli che avevano diritto, obietto io. “La gente non va a votare perché non ha fiducia nelle elezioni, tutti sanno che ci saranno brogli e che comunque vinceranno i Fratelli Musulmani”. 

Certo è che la democrazia è difficile da accettare, per gli uni e per gli altri. Se i liberali non possono riconoscere di essere minoranza e di avere molto meno radicamento popolare degli islamisti, questi ultimi concepiscono la democrazia come la tirannia della maggioranza, e non sono disposti a riconoscere una piena cittadinanza politica ai loro oppositori. Subdolamente, si insinua la tentazione di aggrapparsi ancora una volta all’esercito, che è stato un argine all’anarchia ma anche un forte ostacolo ad una piena democratizzazione. “Meno male che ci sono i militari, altrimenti questo Paese sarebbe già sprofondato nel caos!”, dice Ibrahim. Poi scopro che lui stesso è un soldato, me lo confessa dopo un po’ che parliamo. “Non potrei dirlo. Ho lasciato la mia carta d’identità a casa, perché noi soldati non dovremmo partecipare alle manifestazioni, se mi trovano rischio grosso”. Si parla molto di una collusione tra forze armate e Fratelli Musulmani, che mi sai dire? “Forse il ministro della Difesa potrà essere d’accordo con loro, ma posso assicurarti che tutto il resto del corpo ufficiali li odia”.

“Morsi deve andarsene, non c’è dubbio”, insiste Mohamed, “non so cosa ci sarà dopo, ma questo governo è una catastrofe”. Già, cosa ci sarà dopo. L’opposizione chiede il ritiro della Costituzione e la convocazione di elezioni presidenziali immediate. Ma siamo già alla vigilia di nuove elezioni parlamentari, e il grado di disaffezione dalla politica è tornato ai livelli pre-rivoluzione, quando nessuno andava a votare semplicemente perché non aveva alcun significato. Veramente l’Egitto ha bisogno di altre elezioni? “Io credo di no”, mi confida un tassista, “adesso la priorità è risollevare l’economia e ristabilire l’ordine”. Morsi può farlo? “No. Aveva promesso di risolvere tutti i problemi nei primi cento giorni, non ha mantenuto nulla”. 

Punto e a capo. Nel frattempo la tensione è salita. Le notizie che arrivano da Alessandria, Suez, Port Said, parlano di morti e feriti. Alcuni iniziano a dare fuoco ai copertoni, drappelli di manifestanti bloccano tutti i ponti del centro e viene improvvisata una manifestazione di fronte all’imponente palazzo della televisione nazionale. La polizia decide che la festa è finita e comincia a disperdere la folla con una fitta pioggia di lacrimogeni. L’aria si fa irrespirabile, alcuni rispondono con delle molotov. Mentre mi allontano penso a quello che mi hanno ripetuto in molti, in questi giorni: si stava meglio sotto Mubarak. Ma continuo a credere che il “si stava meglio prima” sia come una maledizione beffarda, che ogni regime lancia nel congedarsi per nascondere le macerie che lascia dietro di sé. 

Tutti sanno che tornare indietro non solo è un’illusione: semplicemente non si può riavvolgere il nastro della storia. E i milioni di uomini e donne che sono scesi in piazza in tutto il Paese oggi sembrano dire che vale ancora la pena di credere nel cambiamento. Ma la rivoluzione deve ancora mantenere molte delle sue promesse, e la notte sarà ancora lunga prima di vedere l’alba di un nuovo Egitto. 


 Giorgio Musso
(L’autore è ricercatore presso 
il Dipartimento di Scienze Politiche 
dell’Università di Genova)

Un corteo degli ultras dell'al-Ahli.
Un corteo degli ultras dell'al-Ahli.

Per capire meglio le implicazioni della strage di Port Said, dove il 2 febbraio scorso 74 tifosi di una squadra di calcio del Cairo, l'al-Ahli, furono uccisi dopo una partita peraltro vinta dalla squadra locale, il Masry, bisogna ricordare questo: sul banco degli imputati siedono 73 persone, ma 9 di loro sono poliziotti e 3 funzionari della squadra di calcio cittadina.


In poche parole: il calcio, in Egitto, è stato ed è, oltre che  una passione popolare, anche la valvola di sfogo, spesso violento, di tensioni che sono politiche e sociali. Il Tribunale ha voluto dare una lezione esemplare, chiedendo 21 condanne a morte, e il feroce assalto alla prigione da parte dei parenti degli imputati è stato respinto con pari forza e violenza. Ma la coincidenza con  i cortei tutti politici del Cairo, con gli slogan che chiedevano l'uscita di scena del presidente Morsi e con i morti e i feriti della capitale, è molto significativa, soprattutto nel secondo anniversario dei moti di piazza Tahrir che innescarono la rivoluzione egiziana e portarono alla caduta di Mubarak.

Il caso degli ultras dell'al-Ahli, la squadra cairota cui appartenevano i tifosi uccisi a Port Said, è esemplare. Come succede alle frange estreme del tifo di tutto il mondo, sono in grado di condizionare l'ambiente che ruota intorno allo sport: nel settembre scorso, un centinaio di loro fece irruzione negli studi di una televisione nazionale per interrompere un programma che criticava, appunto, il tifo violento. Ma questi tifosi si erano segnalati anche per essere stati in prima fila fin dalle manifestazioni iniziali di piazza Tahrir.





Hassan Hamdy.
Hassan Hamdy.

Non solo. A causa della strage di Port Said, la partenza del campionato egiziano di calcio era stata rinviata, per timore appunto di nuovi scontri. In quel periodo, gli ultras dell'al-Ahli hanno ripetutamente "attaccato" la sede della società per cui fanno il tifo, prendendo in particolar modo di mira Hassan Hamdy, presidente del club. 

Proprio quello di Hamdy è un caso esemplare delle commistioni tra calcio e politica che turbano, non solo da oggi, l'Egitto. Giocatore dell'al-Ahly e della Nazionale egiziana (di cui fu anche capitano), è presidente del club dal 2000. Con lui, l'al-Ahly ha vinto quattro volte il campionato egiziano e la Coppa d'Africa, diventando la squadra di calcio più titolata del Paese. Hamdy, però, è anche presidente della concessionaria pubblicitaria del gruppo al-Ahram (Le piramidi), che pubblica tra l'altro il quotidiano omonimo, il più noto e diffuso in Egitto.

Il gruppo editoriale al-Ahram, però, ha tra gli azionisti lo Stato e infatti si è distinto, nei due anni della Primavera araba egiziana, per l'estrema "moderazione" con cui ha affrontato e criticato prima le azioni di Mubarak e poi quelle dei Fratelli Musulmani nel frattempo saliti al potere. Si spiegano più con la politica che con lo sport, quindi, gli assalti alla sede di al-Ahli da parte degli ultras, che non a caso hanno più volte accusato Hamdy di essersi illecitamente arricchito con le attività della concessionaria pubblicitaria. Un modo neppure velato per mettere sotto accusa i suoi legami con il potere e, insieme, la linea del gruppo editoriale più potente dell'Egitto.

Fulvio Scaglione

I vostri commenti
0
scrivi
 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo
Collection precedente Collection successiva
FAMIGLIA CRISTIANA
€ 104,00 € 0,00 - 11%
CREDERE
€ 88,40 € 57,80 - 35%
MARIA CON TE
€ 52,00 € 39,90 - 23%
CUCITO CREATIVO
€ 64,90 € 43,80 - 33%
FELTRO CREATIVO
€ 23,60 € 18,00 - 24%
AMEN, LA PAROLA CHE SALVA
€ 46,80 € 38,90 - 17%
IL GIORNALINO
€ 117,30 € 91,90 - 22%
BENESSERE
€ 34,80 € 29,90 - 14%
JESUS
€ 70,80 € 60,80 - 14%
GBABY
€ 34,80 € 28,80 - 17%
I LOVE ENGLISH JUNIOR
€ 69,00 € 49,90 - 28%