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El Salvador, la memoria dei martiri in un Paese che vuole voltare pagina

21/01/2022  Sabato 22 gennaio viene celebrata in Salvador la beatificazione del religioso gesuita Rutilio Grande e dei laici Manuel Solórzano (72 anni) e Nelson Rutilio Lemus (15), assassinati con lui il 12 marzo 1977, e del francescano Cosma Spessotto, di origini italiane, trucidato in chiesa il 14 giugno 1980.

Un poker di fede profonda e insaguinata. Quattro credenti diversi per storie, età e appartenenze, ma accomunati dalla fede in Dio, nell'uomo, nella giustzia e nella libertà. El Salvador vede salire agli onori degli altari altri martiri. Il gesuita padre Rutilio Grande, Manuel Solórzano e Nelson Rutilio Lemus (assassinati il 12 marzo 1977) e il francescano Cosma Spessotto (trucidato il 14 giungo 1980), vengono beatificati sabato 22 gennaio. Parlare dei martiri salvadoregni significa narrare una storia lunga e dolorosa che ha recato sofferenza e morte in un Paese intero, significa anche parlare di monsignor Oscar Romero, martire e santo, amico e confidente del gesuita Rutilio Grande.

Nell’affresco esposto alla rettoria della chiesa di San Josè ad Agulares, in Salvador, il vescovo Romero e padre Rutilio sono seduti vicini, dietro una grande tavola. I colori vivaci tipici dell’arte Latinoamericana li ritrae sereni, assieme a donne e uomini, in un convivio. Per amore dei poveri e della fede i due sono stati ammazzati in un conflitto terribile, testimoniando la loro adesione al Vangelo sino alla fine, servendo Dio e gli ultimi. Dal 1970 al 1980 il Paese latinoamericano ha vissuto un decennio di violenze a cui è seguita una guerra definita di “bassa intensità”, una guerra civile, in cui si contano circa 75mila vittime, tra morti e persone sparite, i desaparecidos, terminata negli accordi firmati nel 1992 tra il governo e i guerriglieri.

I due laici, Manuel Solórzano, un anziano sacrestano, e Nelson Rutilio Lemus, un ragazzo di 15 anni nella sua prima adolescenza, stavano viaggiando in macchina con padre Grande, si recavano alla novena di san Giuseppe il 12 marzo 1977. Al villaggio di El Paisnal li aspettava la comunità per la festa preparata dai contadini, ma l’auto con il sacerdote e i suoi collaboratori non vi arrivò mai. In un’imboscata il veicolo si ribaltò e i tre persero la vita. Il rapporto della scientifica affermò che padre Rutilio fu colpito dodici volte. Uomini e donne del campo accorsero sul luogo della tragedia, ma gli agenti della Guardia Nazionale non li lasciarono avvicinare. Padre Cosma Spessotto, missionario francescano di origini italiane (era nato in un paesino della diocesi di Vittorio Veneto), viveva nella diocesi di Zacatecoluca, sempre in Salvador, denunciando l'ingiustizia, come aveva fatto Romero. Allo stesso modo padre Spessotto morì pochi mesi dopo Romero: trucidato il 14 giugno 1980, giorno della festa del Cuore Immacolato di Maria, mentre, inginocchiato in un banco della sua chiesa, pregava ai piedi della statua della Madonna..

Il conflitto salvadoregno nato dalle ingiustizie sociali e che sfociò in una guerriglia, oltre a vittime civili e militari conta la morte di 20 sacerdoti, quattro suore e centinaia di catechisti, persone che si erano schierate con i contadini, stanchi di vessazioni e soprusi che li rendevano sempre più poveri. Il governo additò una parte della Chiesa schierata con i campesinos, come complice dei guerriglieri. “Son mártires muy grandes, sono garndi martiri”, dice Reina Cruz, una laica impegnata del Salvador. Los salvadoreños somos muy sinceros, decimos las cosas como están, siamo gente sincera, diacamo la verità, e questo mi ha impressionato moltissimo di Mons. Romero... jugarse la vida por la verdad, rischiare la vita per la Verità”, afferma.

Padre Rodolfo Cardenal, autore del libro “Vida, pasión y muerte del jesuita Rutilio Grande” (2016), ricorda l’impegno del confratello martire, spiegando che padre Rutilio si era messo dalla parte dei poveri e per i poveri ha donato la sua vita. Il gesuita aveva scelto la Chiesa in uscita, per usare l’espressione cara a un altro seguace di Sant’Ignazio, papa Bergoglio. Invitava laici e seminaristi ad andare nei campi, a portare il Vangelo tra le piccole e grandi piantagioni, facendo sentire così il messaggio e la presenza di Gesù alle povere vite di agricoltori e pastori.

Monsignor Rafaele Urrutia, vice postulatore per padre Rutilio e compagni, racconta che padre Grande e monsignor Romero erano amici e molto affini tra di loro. “Di origini contadine, poveri, con temperamenti simili, erano uomini introversi, silenziosi, premurosi” spiega Urrutia - i due hanno saputo aiutarsi nei momenti difficili. Per questo la morte di Rutilio, per Óscar Romero, non è stata solo qualsiasi morte. Era la morte di suo fratello”. Romero subì il martirio tre anni dopo del gesuita, mentre celebrava la Messa, il 24 marzo 1980. Il cardinale Gregorio Rosa Chávez presiederà la cerimonia nell'atrio della Cattedrale di San Salvador, nella stessa piazza dove nel 2015 monsignor Romero è diventato santo. È l'atrio in cui padre Grande ei due laici furono portati per la messa funebre, celebrata da sant'Oscar Romero quando era arcivescovo di San Salvador. Un giro di avvenimenti e luoghi che lega due persone, simbolo della Chiesa e del popolo sofferente.

Con solo 5 persone ammesse per parrocchia a causa del Covid, il popolo salvadoregno aspettava da anni questo momento. Finalmente sia Romero che padre Grande sono sugli altari, un tempo lungo è trascorso, di incomprensione, anche nella Chiesa e società latinoamericana.

Il Salvador sta cambiando, con Nayib Bukele, il presidente millennial eletto alla soglia dei 40 anni e non appartenente né alla destra e né alla sinistra che hanno scritto la storia del Paese; oggi in Salvador la popolazione è desiderosa di rileggere il suo passato, con gli occhi della verità e della pacificazione.

 
 
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