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Elena Cotta. Ottanta voglia di recitare

06/09/2017  A 86 anni la grande attrice non ha nessuna intenzione di fermarsi. In uscita col suo ultimo film, racconta i suoi progetti per l’avvenire

Ci ha preso gusto. Quattro anni fa, lo sfizio di esordire alla Mostra di Venezia. Il coronamento di una vita intera dedicata alla recitazione tra cinema (La leggenda del Piave di Riccardo Freda), Tv (i grandi sceneggiati Rai diretti da Daniele Danza, Sandro Bolchi, Anton Giulio Majano) e soprattutto teatro (spesso in coppia col marito Carlo Alighiero, con cui festeggia a dicembre i 65 anni di carriera e di matrimonio). Protagonista di Via Castellana Bandiera di Emma Dante, Elena Cotta era tornata a casa raggiante con la Coppa Volpi per la miglior interprete femminile. Quest’anno torna al Lido con “Dove cadono le ombre”, film di Valentina Pedicini in gara nella sezione parallela delle Giornate degli Autori. Una pellicola che farà parecchio discutere per il tema, delicato, ma anche per la nuova prova di bravura dell’ottantaseienne protagonista.

Elena, cosa si prova nel tornare alla Mostra da veterana che ha già vinto la Coppa Volpi? Qualche timore in più per la responsabilità?

«È sempre un’emozione. Anche perché nulla è più vero di ciò che diceva Eduardo: nel nostro mestiere, gli esami non finiscono mai. Noi attori debuttiamo sempre. Un’adrenalina che, però, ti stimola. Essere di nuovo alla Mostra mi fa sentire un’attrice con un avvenire davanti».

Insomma, nessuna intenzione di tirare i remi in barca?

«La sola espressione mi dà raccapriccio. Né io né mio marito Carlo, che alla soglia dei novant’anni calca ancora il palcoscenico e dirige il cartellone del Teatro Manzoni a Roma, abbiamo mai pensato di ritirarci. Almeno, finché Dio ce lo consentirà. Anzi, forse sono proprio il lavoro, l’entusiasmo e l’impegno continuo che ci mantengono in buona salute».

Com’è stato l’incontro con Valentina Pedicini, documentarista al debutto nella regia di un film? Cosa l’ha conquistata del suo copione?

«Il merito dell’incontro è di Francesca Manieri, alla cui sensibilità si deve anche la cura raffinata dell’intera sceneggiatura. A convincermi a dire di sì è stata la forza di denuncia del film. Neppure io, fino a ieri, avevo mai sentito parlare della vicenda reale a cui s’ispira».

La cinepresa fruga le esistenze fin troppo tranquille di Anna e Hans, infermiera l’una e assistente l’altro in un istituto per anziani immerso nel verde della Svizzera. Anime “belle” intrappolate in corpi adulti, che si muovono tra le stanze e il giardino di quello che era stato un orfanotrofio. Il loro orfanotrofio. Un luogo che li ha visti mansueti prigionieri fin dall’infanzia, come se fosse naturale consumare lì tutta la vita. Finché non arriva all’ospizio una vecchia signora in carrozzella dai modi gentili: Gertrud. Quel volto farà precipitare a ritroso sia Anna che Hans in un passato in cui l’orrore ha il colore bianco del camice indossato anni prima proprio da Gertrud, direttrice di un progetto di eugenetica. Sì, perché tra gli scheletri nell’armadio dalla civilissima Svizzera c’è anche la pulizia etnica nei confronti dei rom della comunità jenisch. Anna e Hans sono due di quei bambini che, con varie scuse legali, furono per decenni sottratti dalle autorità alle loro famiglie nomadi. Una storia vera.

Signora Cotta, è dura impersonare il Male?

«Per un attore un ruolo così è comunque un regalo. La mia Gertrud è una donna ambigua, piena di sfumature. Perché la malvagità, nella vita reale, non ha quasi mai contorni netti. In assoluto, è il personaggio più complesso e difficile che io abbia mai incontrato in tutta la mia carriera».

Dove cadono le ombre provocherà polemiche al Lido: chi avrebbe mai immaginato l’orrore della pulizia etnica in Svizzera?

«Sembra incredibile ma questa selezione eugenetica è andata avanti per più di sessant’anni. Scoprirlo mi ha provocato la stessa emozione di quando nel 1946, a Milano, nell’aula magna del liceo Parini, a noi studenti mostrarono per la prima volta il documentario girato nei campi di concentramento nazisti. Uno choc. Soltanto allora mi resi conto di che cosa fosse stato fatto agli ebrei con le leggi razziali del fascismo».

Crede che svegliare le coscienze sia ancora compito del cinema?

«Il più importante. Effetti speciali e supereroi sono cose da ragazzini, vanno bene per i miei nipoti. Non sono mai andata al cinema a vederli. Meglio le storie che parlano delle contraddizioni dell’essere umano».

Come giudica le polemiche sui migranti? L’Italia è ancora razzista?

«Voglio essere sincera, a costo di apparire impopolare. Si tratta di un problema enorme. Credo che bene abbia fatto il ministro Minniti a dare delle regole. Se non è possibile fermare i migranti, si cerchi di gestirli».

Dopo la Mostra che cosa farà?

«Intanto penso a godermi Venezia con mio marito Carlo, che anche stavolta mi accompagna. Dopo, se Dio vuole, sarò sul set de Il miracolo, la nuova serie tv di Sky firmata da Niccolò Ammaniti».

Dice spesso: “Se Dio vuole”…

«Sì, ma non è solo un intercalare. Sono profondamente credente. Fin da bambina convinta che ci sia Dio dietro in ogni cosa».

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