Il primo tappeto rosso a 82 anni, dopo una vita dedicata al teatro alla televisione. Una vera gioia per Elena Cotta che è stata voluta dalla regista Emma Dante per il suo debutto dietro la cinepresa con Via Castellana Bandiera, primo film italiano in lizza per il Leone d'Oro, accolto con favore dopo la proiezione di oggi. «Andare alla Mostra mi fa sentire giovane, un’attrice con un avvenire ancora davanti», sorride la Cotta. «Mi rammenta quando, ragazzina, mezza giuria del prestigioso premio San Genesio si batté per premiare come migliore caratterizzazione la mia interpretazione della bimba grassa, miope, isterica in La calunnia di Lillian Hellman. Non vinsi, valse il criterio: è giovane, ha ancora tempo. Ecco, è il tempo il premio più prezioso».
Il film è insolito, come ogni lavoro della Dante, regista teatrale che ama suscitare discussioni. «Io sono Samira, una donna che la troppa sofferenza ha ridotto a una vecchia senza più parole», racconta Elena. «In auto, persa in una sconfinata solitudine, incrocio l’auto di Rosa. Siamo in un vicolo di Palermo, un budello: se una delle due non fa marcia indietro, non si passa. Le donne si fronteggiano, improvvisamente nemiche: entrambe non vogliono cedere, non vogliono dargliela vinta al mondo... Ho lavorato benissimo con Emma. È stato un lavoraccio, ma con la sensazione bellissima di aggiungere qualcosa di essenziale al mio percorso professionale». Al Lido si porta appresso la famiglia: le figlie Barbara e Olivia, la nipote Malvina (i più piccoli invece, Giacomo, 3 anni e Pietro, appena 2, resteranno a casa).
E naturalmente c'è suo marito, non solo compagno di vita ma anche inseparabile complice di palcoscenico: Carlo Alighiero è pure lui un grande attore, uno che con la sua faccia ha fatto la storia del teatro e della Rai. «Sono felice per Elena. Lo sono sempre quando lei ha successo. Tra noi non c’è mai stata gelosia né invidia: è questo forse il segreto della nostra lunga vita a due», dice Carlo con la bella voce profonda, naturalmente impostata, da teatrante di razza. «È una cosa che mi insegnò anni fa Giorgio De Lullo: gli altri devono essere sempre più bravi di te e tu, a quel punto, devi cercare di diventare più bravo degli altri. Mai circondarsi di mezze figure, per spiccare in scena».
Scalda il cuore vedere una coppia così affiatata dopo sessant’anni di
matrimonio: lo scorso 30 dicembre, con familiari e amici, hanno
festeggiato infatti le nozze di diamante. E non solo nella vita ma anche
nella finzione scenica: è dal 1952 che recitano insieme! «È stata una
splendida festa. Tutti ci hanno circondato d’affetto», racconta lei.
«Quando poi, nella chiesa di San Francesco a Ripa, abbiamo rinnovato la
promessa sull’altare, ho provato una gioia vera. Addirittura
inimmaginabile quando, sessant’anni fa, ci eravamo detti il primo sì a
Milano, nella chiesa del Santo Redentore. Certo, noi ci abbiamo messo
del nostro con l’amore e la stima reciproca coltivati negli anni. Prima
di tutto, però, dobbiamo ringraziare Dio».
Carlo sorride, benevolo.
Conosce la devozione della moglie. Ma a lui preme riportare il discorso
sulla recitazione, la passione che accomuna le loro vite: «La cosa
buffa», dice, «è che, allora come adesso, la sera del giorno della
cerimonia eravamo impegnati in teatro. Un matrimonio da veri
commedianti! Nel 1952, partimmo per recitare a Padova. Lo scorso 30
dicembre avevamo invece la pomeridiana de L’anatra all’arancia al
Manzoni di Roma. Un classico sempre gradito. Perché la verità è che oggi
non ci sono più autori cha sappiano scrivere commedie: al massimo
sfornano atti unici stiracchiati. Il Manzoni, poi, è il nostro teatro:
lo gestiamo da 25 anni con sforzi immensi, senza sovvenzioni, col solo
sostegno del pubblico». Parlare del mestiere che amano li fa infervorare. Si accavallano i ricordi di una vita in palcoscenico e dell’epoca d’oro della Tv, quella dei grandi sceneggiati ripresi in diretta. L’incontro all’Accademia Filodrammatici di Milano ed è subito amore. Il passaggio alla Silvio D’Amico, a Roma. Gli insegnamenti di Orazio Costa, Sergio Tofano, Strehler. Gli incontri al bar di piazza del Popolo con Ennio Flaiano. Le commedie recitate con Vittorio Gassman e Alberto Lupo, amici più che intimi. Poi la crescita professionale nella mitica Compagnia dei Giovani: Romolo Valli, Rossella Falk, Tino Buazzelli, Annamaria Guarnieri. Le lunghe tournée in auto. La Falk che voleva sempre guidare e che si divertiva a fare la “romanaccia”, lei così raffinata.
Per tutti un ricordo, una parola affettuosa. Il tono si fa sarcastico solo per il tenente Sheridan, alias Ubaldo Lay, che tra gli anni ’60 e ’70 diede ad Alighiero fama televisiva nel ruolo del sergente Steve, braccio destro del protagonista. «Dopo qualche anno, scappai letteralmente per non restare prigioniero del personaggio», spiega Carlo. «Erano i primi gialli in Tv, perfino col gioco a premi. La gente era curiosa. Ma i testi erano poveri: meccanismi senza sentimenti. Il guaio è che Ubaldo Lay, brava persona, finì per prendersi sul serio... Quando, in auto, ci fermò una pattuglia della stradale, lui scese dicendo che era il tenente Sheridan! Mi rubò l’idea dell’impermeabile color ghiaccio, che era un regalo di mia madre... Una volta sbagliò set, lasciandomi solo con la telecamera. Ricordo poi la sera di una premiazione, a Roma, davanti a migliaia di persone. Dopo la proclamazione, Ubaldo si alza e dalle gradinate parte una pernacchia colossale. Poi, una voce: “Ah Sheridan, e mo’ indovina un po’ chi è stato?”. Lui paonazzo, io a ridere».