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giovedì 28 maggio 2020
 
 
Benessere

Elettrosmog, siamo immersi nelle onde. Ma fanno male?

29/06/2015  Linee elettriche, stazioni radio, computer e Wi-fi producono un flusso che influenza il nostro corpo e ne riscalda i tessuti. Gli effetti sulla salute sono ancora poco chiari, ma possiamo cominciare a tutelarci mettendo in atto alcuni accorgimenti.

Cellulari, elettrodomestici, sistemi di allarme, antenne, elettrodotti: da circa un ventennio, la comunità scientifica internazionale si interroga sugli effetti delle onde elettromagnetiche sulla nostra salute. Ma cosa si intende davvero per elettrosmog? «Nell’ambiente, esiste un fondo elettromagnetico naturale, generato per esempio dal campo magnetico terrestre, dalla radiazione solare o dai fenomeni atmosferici dovuti alla scarica dei fulmini», spiega il dottor Paolo Bevitori, studioso e autore di pubblicazioni tecniche e divulgative sull’argomento. «Negli ultimi decenni, alle fonti naturali si sono sommate quelle di origine antropica, dando luogo al cosiddetto inquinamento elettromagnetico ».

A grandi linee, i campi elettromagnetici artificiali si possono suddividere in due categorie: quelli a bassa frequenza (le cui sorgenti più comuni sono linee elettriche, impianti di trasformazione, elettrodomestici, apparecchi elettrici) e quelli ad alta frequenza (radar, impianti radiotelevisivi, stazioni radio base per la telefonia mobile, cellulari, telefoni cordless, reti Wi-fi ). «La frequenza, che si misura in cicli al secondo o Hertz, rappresenta il numero delle oscillazioni compiute dall’onda in un secondo e costituisce, insieme a intensità e durata, una delle variabili da cui dipendono gli eventuali effetti sull’uomo».

Innocui o dannosi?

«I campi a bassa frequenza, che si formano ad esempio in corrispondenza di linee o apparecchiature elettriche comunemente presenti in casa o negli ambienti di lavoro, provocano un flusso di corrente nel corpo che, se molto intenso, può determinare effetti acuti e stimolare direttamente le terminazioni nervose», spiega il dottor Bevitori. L’esposizione prolungata nel tempo anche a bassi livelli di questo campo magnetico (come avviene, ad esempio, per chi risiede nelle vicinanze di un grande elettrodotto o sopra una cabina di trasformazione) potrebbe comportare un aumento del rischio di sviluppare alcune patologie, prime fra tutte quelle tumorali.

In realtà, gli studi epidemiologici condotti fino a oggi hanno prodotto una mole di dati contrastanti, dai quali sembra emergere un’unica ipotesi con qualche fondamento: quella relativa all’aumento del rischio di leucemia infantile, seppure non sia ancora stato scientificamente dimostrato un rapporto causa-effetto. «Per quanto riguarda i campi elettromagnetici ad altafrequenza, che penetrano per una breve profondità dentro il corpo provocando un riscaldamento dei tessuti, la letteratura scientifica attualmente disponibile non fornisce nessuna evidenza di rischio per la salute». Detto ciò, nel maggio 2011 il gruppo di lavoro della Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha collocato i campi elettromagnetici ad alta frequenza (compresi quelli emessi dai telefoni cellulari) tra gli “agenti possibilmente cancerogeni per l’uomo”.

In attesa dei risultati definitivi, vale la pena applicare il principio di precauzione suggerito dall’Unione europea, che consiste nel ridurre il più possibile l’esposizione alle onde elettromagnetiche, soprattutto per i bambini e le donne in gravidanza.

Senza fili, ovunque

  

Tra i capitoli più controversi c’è il Wifi (Wireless fidelity), cioè la tecnologia senza fili che consente a computer, cellulari, antifurti, sistemi di videosorveglianza e altri dispositivi di “comunicare” tra loro senza l’utilizzo di cavi. Nessuno riesce a starne alla larga, vista la sempre maggiore diffusione nei luoghi pubblici (scuole, uffici, treni, biblioteche, ospedali, alberghi) e nei nostri palazzi, dove sicuramente almeno un vicino di casa si collega a Internet senza fili. «Il Wi-fi utilizza sistemi ad alta frequenza, a partire da 2.4 GHz, e a bassa potenza, da 1 milliwatt a 100 milliwatt, installati in aree dove è possibile la presenza di persone anche in prossimità degli apparati trasmittenti».
In genere, però, il campo elettrico assume valori superiori a 6 volt su metro (il limite massimo ammesso dalla legge italiana per i luoghi dove le persone possono sostare per almeno quattro ore al giorno) solo entro pochi centimetri dall’apparecchio, mentre a distanze superiori a due metri il campo elettrico si riduce a valori molto bassi.
Sospiro di sollievo anche per le antenne televisive e paraboliche installate sui nostri tetti, che non emettono campi elettromagnetici propri in quanto hanno esclusivamente una funzione ricevente, ovvero captano i segnali presenti nell’ambiente e provenienti rispettivamente da un ripetitore televisivo terrestre o da un satellite per diffusione Tv.
E che cosa dire delle temute antenne per la telefonia mobile che spuntano sui tetti dei nostri condomini? «La maggiore altezza rispetto agli edifici circostanti, l’effetto schermante dei muri, la diminuzione del campo con la distanza e l’utilizzo di trasmettitori a bassa potenza sono alcuni dei fattori che concorrono a limitare i rischi: salvo casi particolari, i livelli di esposizione sono generalmente al di sotto dei 6 volt su metro previsti dalla normativa»

Ecco chi vigila

Quando sono frequenti disturbi come cefalea, insonnia e affaticamento oppure semplicemente si desidera conoscere il livello di esposizione all’elettrosmog della propria abitazione, si possono richiedere apposite misurazioni tecniche. «Questi controlli sono affidati alle Arpa, ovvero alle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente: ci si può rivolgere direttamente alla sezione competente a livello territoriale, oppure richiedere queste verifiche mediante un esposto scritto al proprio Comune di appartenenza, che provvederà ad attivare l’Arpa».

 
 
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