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sabato 27 novembre 2021
 
amministrative 2021
 

Ma il primo partito resta l'astensionismo

05/10/2021  Si vota sempre di meno (moltissimi tra i cattolici) perché non si trova una rappresentanza in cui avere fiducia e questo emerge con ancora più forza nelle periferie dove l'affluenza è stata ancora più bassa. Stavolta a disertare in massa le urne è stato il Nord. La profezia di Saramago sulla morte della democrazia a partire dal non voto

Il primo partito d’Italia è quello dell’astensionismo. È questo il verdetto (preoccupante) che ci consegnano le elezioni amministrative. A livello nazionale l’affluenza si è fermata al 54,69%. In pratica un elettore su due non è andato alle urne. Un dato che si colloca ai minimi nella storia delle consultazioni elettorali italiane. Dal 2010 ad oggi il precedente picco negativo per le Comunali si era toccato nel 2017, quando era andato al seggio il 60,07% degli elettori.

C’è il dato di Milano, che ha registrato l’affluenza più bassa di sempre con il 47% dei votanti, e Torino (48%). Due record storici in due città tradizionalmente non certo allergiche al voto e alla partecipazione. Nel 2016, quando le urne restarono aperte un solo giorno, l’affluenza a livello nazionale era stata del 61,52%. Un crollo verticale e che sembra inarrestabile. Solo per fare un esempio: nelle elezioni che vent’anni fa esatti a Milano elessero sindaco Gabriele Albertini andò alle urne l’82,3% dei cittadini.

Se in passato era il Sud a non andare in massa alle urne mentre il Centro Nord rispondeva molto bene, adesso l’astensionismo dilaga ovunque ma il trend sembra in qualche modo invertito. Stavolta si è votato più nel Mezzogiorno che al Nord. L'affluenza più alta è stata toccata in Umbria (65,14%), seguita da Puglia (63,21%) e Abruzzo (62,28%): la più bassa in Lombardia (51,1%), che precede Piemonte (51,42%) e Lazio (52,48%). Sopra la media nazionale si sono collocate anche Toscana (59%), Basilicata (58,54%), Molise (58,38%) Campania (58,12%), Calabria (57,72%). Molti analisti hanno sottolineato che la pandemia ha accentuato la disaffezione dei cittadini. Ma la tendenza a non andare a votare è in atto da prima e non è limitata solo alle consultazioni amministrative che, tradizionalmente, mobilitano molto gli elettori. Alle ultime Politiche, nel 2018, si toccò infatti l'affluenza più bassa della storia repubblicana con il 72,93% per la Camera e del 72,99% per il Senato. Numeri, quelli del 2018, che sembrano tuttavia un miraggio alla luce del dato di quest’ultima tornata.

Nell’astensionismo record (tra i quali moltissimi cattolici) ha pesato sicuramente la sconfitta del centrodestra che ha scelto in ritardo candidati che non hanno mobilitato l’elettorato. «Il calo dell’affluenza è un dato eclatante», ha spiegato all’Huffington Post il politologo Marco Valbruzzi, «quando c’è un crollo del genere, con un tasso di partecipazione inferiore al 60%, una democrazia funziona meno efficacemente: se un calo dell′1-2% era da considerare fisiologico, una perdita di circa il 7% è senza dubbio patologico».

Su questo punto occorre riflettere con molta attenzione, e dovrebbero farlo anche e soprattutto i vincitori di queste elezioni. Si vota sempre di meno perché non si trova una rappresentanza in cui avere fiducia e questo emerge con ancora più forza nelle periferie dove l'affluenza è stata ancora più bassa.

Emblematico, ma non unico, il caso di Roma: i territori che hanno visto una minore partecipazione sono le aree più disagiate: il Municipio VI (42,8%), quello di Tor Bella Monaca e Torre Angela, e il Municipio XV, la zona di La Storta e la Cassia (45,5%). Partecipazione contenuta anche sul litorale di Ostia con il 46,7%, dove pure la sindaca uscente Raggi ha speso molto del suo capitale politico durante il suo mandato. L’affluenza maggiore è stata registrata nel Municipio II, quello che va dai Parioli a San Lorenzo, con il 56,6%.

Se dopo il 2013 le periferie avevano trovato una rappresentanza nel Movimento 5 Stelle, questa volta non è più stato così e gli elettori hanno preferito non votare. La democrazia, sembra banale dirlo, è partecipazione. Se i cittadini non vanno alle urne, l’ombra della delegittimazione, politica non numerica, investe anche i vincitori.

Nel 2004 lo scrittore portoghese José Saramago nel Saggio sulla lucidità, seconda parte del dittico romanzesco inaugurato nel 1995 dal celeberrimo Cecità, ipotizzava quasi profeticamente la crisi dell’intero sistema democratico di un imprecisato paese europeo a seguito del (non)-risultato scaturito dalle elezioni: l’83% della popolazione aveva votato scheda bianca, “Attenzione Astensione!”. Quello che Saramago voleva dire era chiaro: la democrazia può essere messa a repentaglio anche dall’innocuo, apparentemente, candore delle schede lasciate in bianco o di chi, come sta accadendo non solo in Italia, non vuole andare più alle urne a scegliere i propri rappresentanti.

Nell’Italia uscita con le ossa rotte dalla fase più acuta della pandemia, dove seicentomila persone hanno perso il lavoro o chiuso l’attività e dove le partite Iva stanno diminuendo, ha senso, come ad esempio ha fatto il centrodestra, parlare di Green pass e No-Vax con questo accanimento? E ha senso, come hanno fatto anche il centrosinistra e il M5S, parlare di “periferie” in campagna elettorale dopo aver governato per cinque anni e non aver dato le risposte che i cittadini si attendevano?

L’immaginario governo di Saramago, di fronte alla valanga dell’astensiosnimo, oscilla tra la presunzione, la sorpresa e la sottovalutazione per passare in seguito al timore, alla violenza e ad un vero e proprio isterismo autoritario che porta l’anonimo Presidente della Repubblica ad annunciare pubblicamente: «Siete voi, sì, soltanto voi, i colpevoli, siete voi, sì, che ignominiosamente avete disertato dal concerto nazionale per seguire il cammino contorto della sovversione, della indisciplina, della più perversa e diabolica sfida al potere legittimo dello stato di cui si abbia memoria in tutta la storia delle nazioni».

La letteratura, diceva Dante, è “veritade ascosa sotto bella menzogna”. Ecco perché la classe politica italiana farebbe bene a riflettere e confrontarsi concretamente e seriamente, senza slogan, con quello che è, da anni, è il primo partito del Paese e che a ogni elezione aumenta i suoi consensi in una cavalcata impetuosa e sempre più inquietante.

 
 
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