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martedì 28 giugno 2022
 
 

Rigaudo: in marcia con Elena

10/08/2012  Intervista a Elisa Rigaudo, in gara nella venti km di marcia a Londra 2012. Attese, preoccupazioni, sogni di una mamma ai Giochi Olimpici.

Elisa Rigaudo, argento nella 20 km di marcia a Pechino, ci riprova a Londra, ma la sua vita non è più la stessa oggi, ha una figlia al seguito e la sua presenza cambia la prospettiva.
Com’è, dopo la maternità, rientrare nella “bolla”  che lo sport d’alto livello pretende?
«La priorità assoluta è la famiglia e la mia attività ruota intorno a lei.  Dopo la nascita di Elena ho trovato nuovi stimoli e devo dire che ora riesco ad allenarmi di più e con  più serenità».  

Dal punto di vista fisico, a differenza di altre discipline, la marcia richiede uno sforzo notevole: è stato complicato tornare ad affrontare fisicamente sforzi di quel tipo, dopo uno stop abbastanza lungo?
«Ho interrotto l’attività per 13 mesi, fino a quando ho smesso di allattare. Ricominciare è stato difficile, a febbraio dello scorso anno mi sono state diagnosticate due ernie discali e ancora oggi, devo massaggiare costantemente la zona lombare con rimedi omeopatici, per tenere sotto controllo il problema».  

Parliamo di quotidianità: c'è chi dice che per vincere nella marcia bisogna fare vita da monaci. Si riesce a farlo anche con un bimbo piccolo?
«I monaci non hanno figli. Io faccio la vita da mamma, mi alzo alle otto, sveglio mia figlia e le preparo il latte, verso le 10 la porto dai nonni e vado ad allenarmi, torno a mezzogiorno per darle da mangiare. Al pomeriggio andiamo a dormire e quando arriva mio marito dal lavoro esco per il secondo allenamento. Così ogni giorno, domenica compresa. Ho una vita più impegnata di prima ma piena di soddisfazione».  

Lo sport è pieno di mamme vincenti, c’è anche chi dice che si vince meglio quando vincere smette di essere una ragione di vita. La pensa così anche Lei?
«Sì, condivido il pensiero. Londra è l’obbiettivo professionale del 2012 ed Elena sarà al traguardo. Rispetto allo scorso anno ho cambiato il tipo di preparazione, più chilometri e ritmi più forti, vedremo sabato 11 agosto se il lavoro svolto darà i risultati sperati».

Da quando ci siamo viste a Saluzzo sono cambiate tante cose: Sandro Damilano, il suo tecnico, ha accettato l’offerta della Cina: come vive questa situazione ibrida? Non teme che in gara questo possa essere uno svantaggio?
«La vivo bene, spesso mi alleno con i cinesi ed è nato un buon rapporto con tecnici e atleti. Sandro è il mio tecnico da più di dieci anni, lo conosco, il suo compito sarà quello di guidare e consigliare ogni atleta perché raggiunga la propria prestazione massima. La marcia è una disciplina in cui si matura tardi».

Ha sempre pensato di riprendere dopo la maternità o s'è posta il problema di appendere le scarpette al chiodo diventando mamma?
«Ci sono donne che dieci anni prima decidono  già quando smetteranno di fare l’atleta per diventare madri. Così, oltre ad essere un pensiero un po’ egoistico, tutto assume l'aspetto di un conto alla rovescia e diventa davvero difficile accettare il passare degli anni. Io e mio marito non ci siamo mai fissati nulla e sinceramente non so ancora che cosa farò il prossimo anno. Tra quattro anni, prima delle olimpiadi di Rio potrei essere seduta a una  scrivania o magari al telefono con qualche giornalista a rispondere alle domande sulla mia quarta partecipazione alle Olimpiadi o su come è stato difficile rientrare dopo il secondo figlio…. Chissà…

Che cosa ti aspetti da Londra?

«Da Londra non mi aspetto nulla, mi aspetto molto da me stessa. La soddisfazione c’è solo quando arrivi al traguardo con le gambe che bruciano e ti rendi conto di avere dato tutto, indipendentemente dal risultato».

Si è allenata per anni accanto ad Alex Schwazer, impossibile non chiederle un suo pensiero sulla sua brutta vicenda di doping...
«E pensare che era favorito da un fisico speciale, dal bassissimo numero di battiti cardiaci… Finché si allenava con Sandro Damilano, assieme a me, posso garantire che era pulito. A me nessuno ha mai proposto sostanze proibite, dovrei andare a cercarmele. Siamo uno sport poco visibile. Per la nostra disciplina questa è una brutta roba. Alex mi fa quasi pena, sotto alcuni aspetti: se sei così disperato, se ti arrampichi per arrivare alla gloria, significa che non stai bene con te stesso. Ora dove metti la faccia?».

 
 
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