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sabato 08 agosto 2020
 
Il libro
 

Elvio Fassone: "Una breccia nell’anima, non nella legge"

22/11/2017  Ecco com'è nata la corrispondenza con l'ergastolano Salvatore, il racconto di Elvio Fassone al momento dell'uscita del libro.

L’udienza è tolta. Il maxiprocesso alla mafia catanese finiva così, come tutti. Era cominciato a Torino nel 1985, quando la sentenza definitiva del maxi di Palermo, quello di Falcone e Borsellino che ha inciso la mafia nel Codice penale, era di là da venire. La tensione nell’aula bunker di Torino si faceva a fette. Per governare «la turbolenza» di centinaia di imputati «con il coltello tra i denti», il presidente di quella Corte d’Assise, Elvio Fassone, decise di dedicare qualche minuto in più, a fine udienza, per gestire, a margine, faccende materiali degli imputati detenuti, nulla a che fare con l’oggetto del processo. Piccole questioni pratiche: un parente arrivato in visita il giorno sbagliato, un mal di denti deflagrato all’improvviso.

«Quella mossa», racconta Fassone, oggi in pensione, «il dedicare un supplemento di tempo ad ascoltarli, su questioni che non riguardassero il processo, ha permesso di tranquillizzare l’atmosfera tesissima delle prime udienze e di gestire un processo, in cui, con 242 imputati, ogni udienza rischiava di diventare una battaglia».

È in uno di quei colloqui, l’ultimo prima della sentenza, che Salvatore, 28 anni, già boss dal curriculum criminale di tutto spessore, si lascia andare a una frase: «Presidente, lei ce l’ha un figlio? Se io nascevo dov’è nato suo figlio, adesso farei l’avvocato».

Il giudice, nei giorni che seguono, fa il suo lavoro: piovono ergastoli, anche sugli anni verdi, già deragliati, di Salvatore. Soprattutto su di lui: «Giudicare», riflette oggi Fassone, «è applicare la legge e la legge funge in parte da riparo ai turbamenti della coscienza, perché tante volte la pietà ti potrebbe condizionare. I margini del giudice stanno solo negli snodi che la legge ti dà laddove si parla di discrezionalità. Però discrezionalità non è mai nel giudicare se quella persona abbia commesso o meno il reato, è nella gradualità delle sanzioni e con i delitti “proprio brutti” di Salvatore vie d’uscita non ce n’erano».

A quel punto il processo per loro è terminato. Sono destinati a non incontrarsi più. A quel punto, come dicevano gli antichi: ogni controversia segue la sua sorte. La sentenza diventerà definitiva in altre mani. Salvatore si chiuderà alle spalle il centesimo catenaccio e il giudice giudicherà ogni volta persone nuove. Ma quella frase non se ne va.

È in quel momento che il giudice Elvio Fassone fa una cosa “irrituale”: «Istintiva, insolita per me portato per carattere e per mestiere a ponderare». Pesca un libro, Siddharta, dalla propria libreria e lo manda a Salvatore accompagnato da una lettera. Sembra la “Lettera al mio giudice” di Simenon a rovescio e invece è l’inizio di una corrispondenza vera che dura ancora trent'anni dopo. Rovesciata anche lei, perché di solito sono i detenuti a scrivere ai loro giudici, mai – che si sappia – il contrario. Oggi Fassone spiega quel gesto in controtendenza con: «Il bisogno di non lasciare sola quella persona che con quella frase mi aveva in qualche modo chiesto aiuto».

Non è semplice spiegare che cosa si siano lasciati, in quel lungo scambio di righe, agli antipodi anche nella sintassi, senza mai perdere, né tradire, il senso dei propri ruoli: «Per prima cosa ho avuto quello che lui ha detto: la consapevolezza che la vita è una lotteria. Non che il libero arbitrio scompaia perché nasci qui o là, ma certo l’ambiente condiziona. Quando Salvatore mi dice di aver preso il nome e il posto del fratello, mi fa capire che è come se ci fosse stato un destino. Poi lui accentua, parlando di una vera e propria maledizione, noi più intellettuali parliamo dei condizionamenti sociali. Ci sono e occorre un supplemento di forza per reggere in certe situazioni. Mi ha insegnato il suo, in certi momenti, paradossale candore: una cosa che contrasta in modo incredibile con i terribili delitti che ha commesso. Però evidentemente fa parte di questo suo essere, nel bene e nel male, un carattere tumultuoso, vulcanico».

Avrebbe potuto temerla, Salvatore, una corrispondenza con un giudice: «Ho capito molto dopo che, continuando a scrivermi, ha rischiato di passare nel suo mondo per un “infame” che collaborava con il magistrato, anche se è stato sempre chiarissimo a entrambi che nulla da me avrebbe potuto aspettarsi né mai ha chiesto».

Salvatore, invece, si è quasi aggrappato: «All’inizio mi scriveva “Lei mi insegna le cose giuste”, come rammaricandosi che nessuno gliele avesse insegnate per tempo».

Il giorno in cui, non troppi mesi fa, Salvatore ha scritto che l’aveva fatta grossa, scusandosi di aver tentato senza successo il suicidio, il giudice Fassone gli ha chiesto il permesso – ottenuto a fatica per ragioni troppo private per diventare pubbliche – di raccontare in un libro la vicenda del loro filo di inchiostro. È uscito per Sellerio nel 2015 e si chiama Fine pena: ora.

Il titolo allude a quella voglia di farla finita nel giorno in cui si è allontanato il miraggio della semilibertà: «Salvatore ha letto il libro, ha ammesso di essersi anche divertito ritrovando particolari dimenticati. Ho scritto in fretta, poco più di due settimane».

È una storia insieme tenera e dura, che coniuga il giusto distacco e quello che il giudice Fassone chiama “supplemento d’anima”: «Se mi rileggo riconosco il giudice che sono stato, se un piccolo rimorso ho, è nel fatto che in tanti altri casi non ho potuto profondere la stessa sensibilità: purtroppo un giudice emana centinaia di sentenze in un anno, forse migliaia, e inevitabilmente una quota del lavoro diventa routinaria e soltanto a una parte puoi destinare il famoso “supplemento d’anima”. Una breccia nel cuore che non è mai diventata, perché non poteva e non doveva, una breccia nel senso del dovere».

Se così non fosse stato, la corrispondenza non sarebbe potuta durare. Don Mariano può dire al Capitano Bellodi nel Giorno della civetta: «Lei è un uomo», perché Bellodi si fa rispettare come capitano.

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